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IL CUORE "SCHIVATO" DELLA CAMPAGNA ELETTORALE : L'UNIONE EUROPEA

19.01.2018

di Dante Barontini

da Contropiano

 

Sarà una pessima campagna elettorale, come al solito e più del solito. Tutti i partecipanti “di palazzo” sanno infatti benissimo che il nuovo governo dovrà farsi carico di durissime manovre lacrime e sangue già da maggio. E che la scrittura della “legge di stabilità” per l’anno venturo dovrà tener conto dell’entrata in vigore – come normale “legge comunitaria” – del Fiscal Compact.

 

Per i non addetti ai lavori: questo trattato, fin qui solo “intergovernativo” e dunque applicato con una trattativa ad hoc ogni anno (la famosa “flessibilità” da conquistarsi a Bruxelles), diventerà unautomatismo ragionieristico qualsiasi. In pratica, un gruppo di tecnocrati europei esaminerà la gestione dei conti pubblici nazionali ed emanerà il suo parere vincolante sui correttivi da apportare. Sia sul saldo finale (quanti soldi in più dovranno essere trovati dal governo), sia sul merito del contendere (non è un mistero che l’Unione Europea consiglia di tagliare soprattutto su pensioni, welfare, sanità e istruzione, più privatizzazioni del patrimonio pubblico, che sono anche le voci più consistenti del bilancio; insieme alla difesa, che viene invece incentivata).

 

In pratica, bisognerà destinare circa 50 miliardi l’anno alla riduzione del debito. Per quanto? Venti anni. Se alla fine saremo ancora vivi, come paese, verremo dichiarati “guariti dalla malattia del debito pubblico”. Gli economisti più sensati lo considerano impossibile, ma a Bruxelles (e soprattutto a Berlino) si sa bene che la nostra morte (economica e finanziaria) è la loro vita. Non c’è più posto per tutti; e perlomeno il benessere non può esistere per tutti, in questo sistema…

 

Sapendo questo, i partiti si guardano dal discutere in pubblico di Unione Europea, moneta unica e altri vincoli mortiferi. Sarebbe un guaio in ogni caso, sia urlando “viva l’Europa!”, sia sollevandocritiche troppo aspre. Nel primo caso allontanerebbero gli elettori, nel secondo i ben più determinati e informati “mercati finanziari”.

 

Dunque tacciono e si sbracciano nel cercare di vendere la poca mercanzia di cui dispongono: le promesse. Ogni giorno più iperboliche, fantasiose, minimaliste o pantagrueliche (come giudicate quel Luigi Di Maio che promette 1.950 euro al mese a ogni famiglia di quattro persone al di sotto di quel reddito?).

 

Per il resto, chiacchiere e distintivo.

 

Gli ricordano invece ogni giorno quei vincoli e quel tema i media mainstream, preoccupati soprattutto della possibile reazione anticipata dei “mercati” davanti a un panorama politico egemonizzato dagli “euroscettici”, per ora individuati grottescamente nella Lega e nei Cinque Stelle. E infatti queste due formazioni non parlano più di Unione Europea, se non nei termini vaghissimi dei principi, dei valori, degli auspici, delle “riforme dei trattati”.

 

Ieri due quotidiani assai diversi tra loro – il supercompetente Sole24Ore e il popolaresco Il Giorno– hanno descritto chiaramente la materia del contendere. Il primo lamenta la pochezza di “politici” che fanno finta di non vedere il problema, il secondo – fiutando l’euroscetticismo di massa in agguato – bastona i burocrati di Bruxelles che riescono ad ottenere, politicamente, sempre il contrario di quel che vorrebbero. In pratica, il primo lancia l’allarme immediato, il secondo raccomanda di lanciarlo solo dopo le elezioni, per non pregiudicarne l’auspicato risultato (un governo di larghe intese o “del presidente”).

 

Comprensibile che a giocare questo ruolo – tra l’ambiguo e l’ignaro – rispetto alla questione centrale siano i partiti del regime, opposizione grillina compresa (la “normalizzazione” affidata a Di Maio è un segnale chiarissimo di resa incondizionata al potere dei “mercati”). Completamente assurdo che lo faccia chi questo sistema dice di voler ribaltare.

 

Nell’Unione Europea non c’è spazio per battaglie politiche, “riscrittura di trattati”, ecc. A meno che l’iniziativa non sia presa dai poteri egemoni (“l’asse franco-tedesco”, sempre più squilibrato verso Berlino). I trattati, più semplicemente, non possono essere cambiati se non all’unanimità; basta che un paese – magari forte come la Germania o la Francia – si opponga e nulla può mutare. Di conseguenza, chi dice in campagna elettorale “andremo a Bruxelles, batteremo i pugni sul tavolo, cambieremo i trattati” sta vendendo fumo.

 

Non a caso lo dicono tutti, ma proprio tutti, gli “schieramenti” che si presentano alle elezioni. L’eccezione è rappresentata dalla sola Emma Bonino e i suoi quattro pretendenti a un seggio (+Europa).

 

L’Unione Europea è il tema centrale della campagna elettorale perché è il potere che governa l’Europa, mentre i governi nazionali – specie quelli dei paesi deboli o indebitati come l’Italia – possono fare scelte minime entro binari molto rigidi.

 

Per questo ha fatto benissimo Potere al Popolo ha mettere come punto di programma la rottura dell’Unione Europea dei trattati. Non si tratta infatti di uno slogan ideologico, ma della banale concretezza dei fatti: se la riforma non è possibile, non si sono altre soluzioni che la rottura. E’ difficile, stanti gli attuali rapporti di forza? Certamente. E siamo in campo per cambiarli. Proprio per poterli cambiare è allora necessario indicare con molta chiarezza, senza giri di parole, l’obiettivo verso cui è necessario camminare. Ricordando – per chi ha paura delle parole – che l’”Unione Europea” non è l’Europa (un continente e una cultura millenaria), ma una costruzione semi-statale fatta di trattati costitutivi e strumenti di coercizione (soprattutto economico-finanziari).

 

Abbiamo scritto più volte che la sfida più importante che sta affrontando Potere al Popolo èimpedire che il morto afferri il vivo. E nel “morto”, lo diciamo da sempre, c’è l’illusione che un governo un po’ meno complice o arrendevole di quelli visti fin qui possa ottenere, nell’Unione Europea, risultati molto diversi.

 

Saremo monotoni, ma – in proposito – consigliamo spesso di rileggere la fulminante testimonianza di Yanis Varoufakis, che per sei mesi scarsi ha avuto modo di conoscere dall’interno il funzionamento dell’Eurogruppo, a contatto con Wolfgang Schaeuble. Uno che, insomma, a “riformare” i trattati ci ha pure provato. Uscendone sconfitto e sconfessato dall’ex “compagno Tsipras”.