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LE LEGGI RAZZIALI COMPIMENTO DEL FASCISMO

Enzo Collotti

 

Quest’anno il Giorno della Memoria coincide con la ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi contro gli ebrei dell’Italia fascista. Promulgazione ad opera di quel sovrano Vittorio Emanuele III al quale, se non altro per questa ragione, devono essere precluse le porte del Pantheon.

 

Come giustamente ricorda una importante pubblicazione edita l’anno scorso in Germania per gli ottanta anni dalle leggi di Norimberga, fu una iniziativa tutta italiana senza che vi fosse alcuna pressione da parte del Reich nazista, come si ostina a ripetere qualche tardo estimatore di Benito Mussolini.

 

Tutto quello che si può dire in proposito è che nell’Europa invasa dall’antisemitismo, l’Italia fascista non volle essere seconda a nessuno, ossessionata come era, fra l’altro, dallo spettro della contaminazione razziale.

 

Frutto avvelenato dell’appena conquistato impero coloniale e della forzata coabitazione con i nuovi sudditi africani.

 

Come tutti i neofiti, anche il razzismo fascista ebbe il suo volto truce. La «Difesa della razza», l’organo ufficiale del regime che ebbe come segretario di redazione Giorgio Almirante, ne forniva la prova in ogni numero contraffacendo le fattezze fisiche degli ebrei o rendendo orripilanti quelle delle popolazioni nere.

 

Il tentativo di fare accreditare l’esistenza di una razza italiana pura nei secoli aveva il contrappasso di dare una immagine inguardabile delle popolazioni considerate razzialmente impure. L’arroganza della propaganda non impedì che essa facesse breccia in una parte almeno della società italiana e ancora oggi non è detto che essa si sia liberata dall’infezione inoculata dal fascismo, come stanno a dimostrare piccoli, ma numerosi episodi che si manifestano, e non solo negli stadi.

 

Non bisogna fra l’altro dimenticare che non solo tra il 1938 e l’8 settembre del 1943 l’odio razziale ebbe libero corso, ma che dopo l’armistizio e l’occupazione tedesca la caccia agli ebrei divenne uno dei principali motivi dell’esistenza della Repubblica Sociale neofascista.

 

In nome della purezza della razza il regime costrinse a fuggire o mise in campo di concentramento ebrei che in altre parti d’Europa si erano illusi di trovare un rifugio non precario entro i confini italiani; ma costrinse all’emigrazione scienziati e intellettuali italiani, privando il Paese di una componente culturale che, nella più parte dei casi, non avrebbe fatto ritorno in Italia neppure dopo la liberazione anche a causa degli ostacoli non solo burocratici alla reintegrazione di quanti erano stati costretti a espatriare e che per tornare a esercitare il proprio ruolo in patria non avrebbero potuto contare su nessun automatismo.

 

Le leggi contro gli ebrei costituirono un’ulteriore penetrazione del regime nel privato dei cittadini: il divieto dei matrimoni con cittadini ebrei; l’espulsione degli ebrei come studenti ed insegnanti dalle scuole e dalle università; l’espulsione degli ebrei dalla pubblica amministrazione.

 

Di fatto, ma anche di diritto, si venne a creare una doppia cittadinanza con cittadini di serie A e cittadini di serie B, preludio dell’ostracismo generalizzato sancito dalla Repubblica Sociale che proclamò semplicemente gli ebrei cittadini di stati nemici, quasi a dare la motivazione non solo ideologica per la parteicpazione italiana alla Shoah.

 

Ancora oggi è difficile dare una valutazione sicura delle reazioni della popolazione italiana alle leggi razziali. Le azioni di salvataggio compiute dopo l’8 settembre non devono ingannare a proposito dei comportamenti che si manifestarono prima dell’armistizio.

 

Gli stessi ebrei non si resero esattamente conto della portata delle leggi razziali. Il fanatismo della stampa, in particolare nella congiuntura bellica in cui gli ebrei vennero imputati di tutti i disastri del Paese, andava probabilmente oltre il tenore dello spirito pubblico che oscillava tra indifferenza e cauto plauso, aldilà del solito stuolo dei profittatori.

 

Le autorità periferiche non ebbero affatto i comportamenti blandi che qualche interprete vuole tuttora addebitare loro. Il conformismo imperante coinvolse la più parte della popolazione. Il comportamento timido, più che cauto, della Chiesa cattolica non incoraggiò in alcun modo atteggiamenti critici che rompessero la sostanziale omogeneità dell’assuefazione al regime.

 

A ottanta anni di distanza la riflessione su questi trascorsi è ancora aperta e si intreccia con alcuni dei nodi essenziali della storiografia sul fascismo (per esempio la questione del consenso).

 

È una storia che deve indurci ad approfondire un esame di coscienza collettivo alle radici della nostra democrazia e a dare una risposta a fatti che sembrano insegnarci come la lezione della storia non sia servita a nulla se è potuto accadere che il presidente del tribunale fascista della razza diventasse anche presidente della Corte Costituzionale della Repubblica.

 

“Quelli che il fascismo ha fatto molte cose buone”, dal blog di Paolo Ferrero sul Fattoquotidiano.it

 

Nella Giornata della memoria non possiamo che registrare un drammatico avanzamento del revisionismo storico. Non è tanto un fenomeno accademico o colto, ma uno sdoganamento di fatto del fascismo e del nazismo che passa attraverso i media e comincia a farsi largo nel senso comune di massa.

 

Questo drammatico revisionismo storico diffuso è il frutto di due distinte narrazioni a cui i media hanno dato largo spazio in questi anni.

La prima è quella condotta dalle forze neofasciste che oggi si mascherano dietro “la difesa della patria della civiltà occidentale dall’invasione degli immigrati”. Nella vulgata di questa destra estrema, il fascismo ha fatto molti errori – guerra in primis – ma ha anche fatto molte cose buone. Matteo Salvini dice che il fascismo ha fatto le bonifiche, altri si allargano ai treni in orario per arrivare al welfare e così via. In genere si tratta di bufale clamorose visto che il fascismo produsse una decisa riduzione dei salari reali dei lavoratori italiani e che le elemosine di Stato non compensavano la politica di bassi salari che tenne l’Italia in una condizione di drammatica povertà. Il punto di offensiva accarezzata dai media è però ripetuto all’infinito: non tutto era cattivo.

 

La seconda offensiva culturale è quella liberale, che va avanti da anni e che tende ad equiparare i fascismi con il comunismo. Dai libri neri in avanti la cultura liberaldemocratica ha operato con determinazione degna di miglior causa a gonfiare le cifre dei morti – tra un po’ all’Unione Sovietica verranno addebitate anche i 20 milioni di morti che il popolo russo ha avuto nella lotta contro il nazifascismo – per dire che in fondo Hitler e Stalin pari erano. Il risultato di questa equiparazione – fatta per costruire una narrazione in cui solo il capitalismo liberale è positivo per l’umanità – è evidentemente che il nazismo e l’Olocausto non sono il male assoluto, perché altri sono stati negativi come loro. Da antistalinista convinto, penso che l’equiparazione tra comunismo e nazismo equivale a dire che siamo tutti un po’ cattivi e quindi il nazismo non deve più essere un tabù per il genere umano.

 

Neofascisti razzisti e liberal democratici di ogni latitudine convergono quindi nella costruzione di un discorso pubblico che relativizza la negatività totale del nazismo e del fascismo, aprendo la strada al fatto che il nazismo e il fascismo tornino a rappresentare opzioni politiche dicibili.

 

Nella Giornata della memoria vogliamo quindi denunciare come il revisionismo storico non sia pericoloso perché agitato da piccoli gruppi dichiaratamente neonazisti ma sia molto pericoloso perché è il frutto convergente tra razzisti di ogni ordine e grado e anticomunismo che il pensiero liberale ha profuso a piene mani in questi anni. Mettere sullo stesso piano gli aggressori e i difensori di Stalingrado non è solo una porcheria sul piano storico, è il primo passo per riarmare la belva nazista. Lo diciamo ai tanti sepolcri imbiancati che citano in continuazione Gobetti ma se lo sono completamente dimenticato.