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TRUMP VARA I DAZI E CHIUDE L'ERA DELLA "GLOBALIZZAZIONE"

10.03.2018

Claudio Conti

 

Prepariamoci alla guerra mondiale. Commerciale, per ora, ma la Storia non consente troppe illusioni quando si comincia ad accompagnare la strisciante “guerra delle monete” – iniziata ormai da diversi  anni – con la guerra dei dazi su prodotti di importanza strategica.

 

Donald Trump ha firmato ieri sera la legge che impone tasse elevate sulle importazioni di acciaio e alluminio, rispettivamente al 25 e al 10%. La misura riguarda tutti i paesi del mondo, con una promessa di “flessibilità” usata come pistola alla tempia di ogni singolo paese, nel tentativo di costringerlo a rinegoziare gli accordi commerciali con gli Stati Uniti, ovviamente contando su un rapporto di forza molto squilibrato.

E’ l’inizio ufficiale della fine per la “globalizzazione” e tutti le istituzioni create negli ultimi 30 anni per gestirla pacificamente, mediando la “concorrenza intercapitalistica” all’interno di un sistema di regole in progress, ma fondamentalmente condivise.

 

Ma non c’entra nulla la presunta “follia” del presidente col ciuffo. Che è sicuramente un idiota incompetente su una lunghissima serie di materie, ma è comunque risultato (o sembrato) il terminale adeguato ai problemi e alle contraddizioni dell’America attuale. Pensare che siano i singoli a determinare processi di questa portata – tanto più se manifestamente inadeguati ai compiti – significa credere alle favole.

 

Trump ha giustificato questa scelta devastante per gli equilibri con “ragioni di sicurezza”. Acciaio e alluminio sono effettivamente due delle materie prime fondamentali del settore militare e una superpotenza – anzi, la principale – non può sottoporsi troppo a lungo al rischio di dipendere dalle forniture esterne, magari provenienti da paesi con cui si è in competizione per l’egemonia mondiale.

 

E’ quel che è accaduto agli Stati Uniti a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991. La scomparsa dell’unico competitor alla propria altezza sul piano militare aveva convinto la superpotenza “vincitrice” che non c’erano più rischi seri, ma solo piccoli nemici da aggredire a piacimento (Iraq, Grenada, Afghanistan, Jugoslavia, ecc). Sul piano commerciale, oltretutto, gli Usa controllavano appieno la World Trade Organization (Wto), dettando regole, criteri di ammissione, sanzioni. Dunque non esistevano problemi a prendere quelle due merci fondamentali da qualsiasi produttore, purché la qualità fosse all’altezza degli standard fissati dall’utilizzo militare.

 

Così facendo, però, le multinazionali originarie degli Stati Uniti hanno potuto tranquillamente delocalizzare la produzione ovunque volessero, in cerca di profitti più alti grazie a un costo del lavoro più basso, garantendo al contempo materiali di qualità al “complesso militare-industriale”. Il prezzo pagato dalle imprese private – condivisione della tecnologia e del know how – sembrava irrilevante sul piano sistemico e strategico. Ma intanto ha consentito la crescita ultraveloce di nuovo produttori, molto più competitivi e lungimiranti, oltre che meglio connessi con i rispettivi governi.

 

Le ovvie conseguenze interne – distruzione di decine di migliaia di posti di lavoro – non costituivano una preoccupazione, per tutto il periodo che va dalla caduta del Muro all’esplosione della crisi del 2007-2008. Avrebbero trovato un altro lavoro, di sicuro…

 

La crisi ha invece eroso questa sicurezza fino a farla diventare un buco nero in cui sopravvivono a stento circa 100 milioni di disoccupati. Un terzo della popolazione, o anche di più calcolando minori e anziani; a cui andrebbero aggiunti altre decine di milioni diworking poor. Non proprio un quadro di benessere sociale, per l’iperpotenza del mondo.

 

Questa bomba sociale ha fatto da base di massa per quei segmenti di imprese che non avevano un mercato internazionale o quotazione in borsa, e andavano chiudendo a ritmi altissimi. Non a caso Trump ha voluto firmare questa legge facendosi circondare da lavoratori del settore siderurgico nella Roosevelt Room della Casa Bianca.

 

Ora comincia il gran ballo delle reazioni. Canada e Messico, per ora, sono stati esentati dall’applicazione dei dazi, ma solo perché già impegnati con Washington a rinegoziare l’accordo di libero scambio nordamericano Nafta (l’inner circle dell’antico “cortile di casa”). Come ha detto chiaramente il “falco” Peter Navarro: «C’è l’opportunità per Canada e Messico di rinegoziare con successo il Nafta, ma se questo non accadrà i dazi verranno imposti». Dal punto di vista yankee questa logica (trattati bilaterali invece che multilaterali, inevitabilmente meno squilibrati) andrà estesa a tutti gli altri paesi, uno per uno: o rinegozi a vantaggio degli Usa o sei fuori.

 

L’Unione Europea ha accusato il colpo, preannunciando “ritorsioni” e il ricorso legale al Wto. Qui, però, gli Stati Uniti stanno lavorando da tempo per svuotare di forze proprio la Corte incaricata di districare queste situazioni: dei sette “giudici” previsti ne sono rimasti soltanto quattro, e tre sono i scadenza da qui alla fine del prossimo anno. Ma gli Usa rinviano di continuo la nomina dei sostituti. Il che rende un “ricorso” un messaggio messo in bottiglia e buttato in mare.

 

Anche i Paesi europei, naturalmente, hanno la possibilità di rinegoziare individualmente i rapporti di scambio con Washington, ma alle condizioni che verranno poste dagli Usa. Per farsi capire fino in fondo, proprio ieri lo stesso Trump si è lanciato in un furioso richiamo alla Germania, accusata esplicitamente di impiegare solo l’1% del Pil nella spesa militare per sostenere la Nato, mentre gli Usa sono al 4%.

 

Per la Ue, insomma, si apre un capitolo molto complicato, perché alcuni paesi – si pensa soprattutto a quelli dell’Est, i più interessati allo “scudo Nato” – potrebbero rompere il fronte e accordarsi direttamente con Washington su capitoli rilevanti del commercio, senza più passare per l’Unione.

 

Mario Draghi, il presidente della Bce, illustrando ieri le nuove linee guida della Banca centrale, ha messo i rischi di una guerra commerciale globale tra i problemi principali che rendono gli scenari poco allegri. E, a proposito dei dazi statunitensi, è stato particolarmente esplicito, senza troppi tecnicismi: «chi sono i nemici?». Una domanda che, posta da un fedele alleato, dà la misura dell’abisso aperto da Trump.

 

A conferma del terremoto che si è messo in moto arriva anche l’accordo firmato in questi giorni tra 11 paesi che si affaccciano sul Pacifico (Giappone, Canada, Messico, Cile, Nuova Zelanda, Australia, Brunei, Vietnam, Perù, Singapore, Malaysia). Si tratta in pratica del vecchio Tpp, versione asiatica e anti-cinese del fallito Ttip atlantico, rivisitato e “annacquato” dopo l’abbandono americano voluto da Trump. Da segnalare che l’iniziativa per tenerlo in piedi è venuta soprattutto dal Giappone, che comincia a sentirsi ormai piuttosto lasciato solo dall’antico alleato stelle-e-strisce.

 

Come si vede, la vecchia “globalizzazione” sta apertamente lasciando il passo a macro-aree economiche in competizione esplicita fra loro. A quanto pare, un modo pacifico non è proprio possibile se il principio guida resta il profitto privato…