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IL MASSACRO DI AFRIN, NEL SILENZIO DELL'OCCIDENTE

14.03.2018

Giovanni Di Fronzo

 

Si profila un disastro ad Afrin. Nelle scorse settimane le difese delle Ypg/Ypj curde, accompagnate dalle Forze di Difesa Nazionale (NDF) legate al governo siriano sono rapidamente collassate di fronte all’avanzata dell’esercito turco e dei suoi proxy, nonché di fronte ai martellamenti dell’aviazione di Ankara, portati nell’ambito dell’operazione “ramo di ulivo” con lo scopo di rimuovere il cosiddetto Cantone di Afrin a guida del ramo siriano del Pkk; attualmente le forze filo-turche si trovano alle porte di Afrin (800 metri secondo alcune fonti, 2 km secondo altre) e sono sul punto di dividere in due la sacca in mani curde.

 

Al momento la situazione non sembra avere sbocchi: si avvicina una battaglia urbana sanguinosa con le forze filo-turche in netto vantaggio di uomini e mezzi; a nulla sono valsi i rinforzi giunti a migliaia ad Afrin dalle altre aree che le SDF controllano per conto degli USA; tale afflusso nel nord-ovest del paese di miliziani delle Ypg, fra l’altro, hanno costretto nei giorni scorsi i comandi militari yankee a dichiarare che la fase offensiva della battaglia contro l’Isis nelle aree orientali della Siria è sospesa per mancanza di uomini (si è trattata della prima ammissione aperta da parte della coalizione a guida USA che le Ypg sono in pratica l’unica forza militare efficace nell’ambito delle SDF, cosa che tutto il mondo sapeva ma, per l’appunto, non era mai stata ammessa apertamente per salvare le forme nei rapporti con la Turchia). A nulla è valso anche il limitatissimo accordo con il governo di Damasco che ha portato allo schieramento ad Afrin delle NDF, milizie che, essendo forze popolari per lo più volontarie non parte integrante dell’esercito siriano, sono state colpite dall’aviazione turca senza alcuna remora.

 

Vediamo ora come procederà la battaglia urbana.

 

Come considerazione a contorno si può dire che la Turchia sta riuscendo a sfruttare la situazione di isolamento politico del Cantone di Afrin, colpito in un momento in cui i rapporti fra le Ypg e l’asse Siria-Russia erano ai minimi termini: nella battaglia nella provincia di Deir-ez-Zor, infatti, le milizie curde si sono legate strettamente agli interessi strategici degli USA conquistando ai danni dell’Isis quasi tutti i giacimenti petroliferi situati a est dell’Eufrate e rivendicati dall’esercito siriano, che è stato costretto ad attestarsi sulla riva occidentale del grande fiume; ciò, evidentemente, nella convinzione mal riposta che questo servizio reso agli USA sarebbe stato ricambiato con la protezione del Cantone di Afrin, da mesi nelle mire turche. Tuttavia, come prevedibile, il Pentagono ha fatto orecchie da mercante ed ha abbandonato Afrin col pretesto dell’assenza di miliziani dell’Isis nell’area.

 

Nondimeno la Russia, anche a causa di quanto accaduto a Deir-ez-Zor, ha anch’essa privilegiato i rapporti con la Turchia, con cui aveva in piedi gli accordi sulle de-escalation zone, e ha dato il disco verde all’operazione “ramo di ulivo”, impedendo probabilmente anche un più vasto accordo fra Damasco e le autorità di Afrin.

 

Così un’area che era stata toccata relativamente poco dalla guerra e che, quindi, era tra l’altro il rifugio di centinaia di migliaia di profughi, rischia di passare di mano dal modello progressista e democratico delle Ypg all’oscurantismo islamista delle milizie filo turche, che andrebbero a ricongiungersi con i commilitoni, i quali già controllano il triangolo Abab, Azaz, Jarablus dalla precedente operazione militare turca “scudo dell’Eufrate”. Il rafforzamento di tali milizie, duramente colpite nei mesi precedenti dalle vittorie dell’esercito siriano a nord di Hama e nella parte sud-orientale della provincia di Idlib, e, in generale, dell’area di influenza turca potrebbero, tra l’altro, alimentare le ambizioni smisurate di Ankara e prolungare ulteriormente la guerra.

 

Si tratta, pertanto, di un vero disastro. Che, stando alle dichiarazioni del Presidente Erdogan, potrebbe estendersi alla città di Manbij, prossimo obiettivo dichiarato. Per quel che riguarda Manbij, non è chiaro se nell’area vi sia una presenza militare americana a fare da potenziale deterrente; tuttavia, stando alle dichiarazioni ufficiali del pentagono, l’alleanza con le SDF riguarda esclusivamente le aree situate sulla sponda orientale dell’Eufrate, quindi nemmeno Manbij.

 

Al netto di ciò, riporre speranze nell’”alleato”, come si è visto, non garantisce alcuna protezione sicura alle Ypg; né a est, né a ovest dell’Eufrate, aggiungiamo noi. Pertanto, l’alternativa sarebbe anche in questo caso implementare un più largo accordo di coesistenza con Damasco, che dovrebbe prevedere una qualche forma di condivisione del potere nell’area di Manbij e il collocamento di soldati dell’esercito siriano sul confine con la Turchia al fine di togliere ad Ankara il pretesto del “pericolo terrorista sul confine” e di poter svolgere una funzione di deterrenza più ampia rispetto a quella che stanno svolgendo le NDF ad Afrin. Tale opzione converrebbe, ovviamente, anche a Damasco e forse anche alla Russia, la quale, concessa Afrin, potrebbe non avere voglia di alimentare eccessivamente gli appetiti neo-ottomani. Tuttavia, al momento non pare la più probabile.

 

Intanto sull’altro fronte caldo, ovvero l’ex-area di de-escalation del Ghouta Orientale che Damasco e Mosca hanno deciso di porre interamente sotto il controllo dell’esercito siriano, le Forze Tigre stanno rapidamente avanzando e sono riuscite a dividere in due la sacca jihadista, dove le formazioni salafite sotto egida delle potenze straniere (Ahrar al-Sham, Faylaq al-Rahman, Jaysh al-Islam e altre) collaborano con i “terroristi riconosciuti” di Hayat Tahrir al-Sham, ex al-Nusra e continuano a bersagliare il centro della capitale con colpi di mortaio e ad impedire la fruizione dei corridoi umanitari ai civili in fuga.

 

Anche qui si approssima una dura battaglia urbana e i media occidentali, a fronte del sostanziale silenzio su Afrin, sono pieni di report che accusano Damasco di ogni sorta di atrocità, comprese le ormai trite e ritrite menzogne sull’utilizzo di armi chimiche che ci accompagnano ormai dal 2013.