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LA QUESTIONE PARLAMENTARE E LA NUOVA SINISTRA DI CLASSE

6.03.2018

Marco Sferini

 

La questione parlamentare è certamente una delle questioni che una moderna forza di sinistra di alternativa deve porsi se vuole tornare a rappresentare tanto nella società quanto nel cosiddetto “palazzo” le istanze, i bisogni dei più deboli, degli sfruttati, di quelli che ostinatamente mi accingo sempre a definire “moderni proletari”.


La questione parlamentare, dunque, non definisce soltanto un approccio di stampo ideologico con elementi di tattica politica per un partito comunista, per un soggetto differentemente definito della sinistra: essa è prima di tutto un elemento di riconoscimento di quel partito o di quella forza all’interno di un consesso democratico che, in forza di ciò, viene ad avere dunque contatti diretti con tutti gli altri cosiddetti “corpi intermedi” tra popolo e istituzioni.


Andiamo dal sindacato alle associazioni culturali di massa, dai circoli ricreativi ai movimenti di varia natura, dalle organizzazioni non governative a qualunque forma di mutuo soccorso e mutualismo che esiste e che si rapporta con lo Stato e con la sua forma repubblicana che è, per l’appunto, forma istituzionale.
Dunque, per i comunisti ritorna, anche dopo gli anni della contestazione giovanile e della rivoluzione del ’68 e del fracasso degli anni ’70, una necessità di studio e di approfondimento sul tipo di collocazione che vogliono creare quando entrano in formazioni politiche che hanno l’ambizione più che sacrosanta e giusta di rimettere al centro dell’azione il conflitto tra capitale e lavoro.


La lotta di classe, dunque, si fa anche nelle istituzioni o soltanto fuori di esse?
Diversissime forme di costruzione di questa lotta nella forma del partito (inteso variamente in senso leninista per alcuni, in senso luxemburghiano – che mi è molto caro – per altri, con o senza centralismo democratico – terminologia che credo dica pochissimo ad altrettanti pochi comunisti oggi) hanno dimostrato che non esiste una verità data in tutto ciò: dipende dal tipo di strategia di cui ci si vuole dotare e dal tempo stesso in cui si vuole impostare la lotta.


Chi abbracciava le armi come le Brigate Rosse si poneva a guida di una sorta di avanguardia rivoluzionaria richiamandosi impropriamente al castrismo che aveva rovesciato il bordello capitalista di Batista, ponendolo a modello di riuscita della rivolta, di impossessamento del potere da parte di una forza proletaria che aveva realizzato quello stravolgimento della società in senso marxista e aveva quindi vinto.
Altri si erano definiti statutariamente “extraparlamentari”: Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia. Una sinistra energica, persino muscolare a volte, priva di mezzi termini sui suoi giornali, esplicita in tutto e per tutto, che accusava il PCI d’essere compromesso col sistema borghese, ormai molto lontano da una riconoscibile distinzione politica rispetto a tutte le altre forze politiche perché pienamente inserito nel contesto istituzionale a tutti i livelli.


E poi c’era una sinistra che stava nel mezzo di queste posizioni: dalla Nuova Sinistra Unita a Democrazia Proletaria. Di rottura con la vocazione governista (seppur dall’opposizione) del PCI e al contempo riconoscente il valore necessario dell’unità tra popolo e palazzo, tra proletariato e istituzioni. Per rendere queste ultime un luogo di crescita delle lotte attraverso la sponda parlamentare, quindi non solo per una mera legittimazione da parte del potere ad essere riconosciuti come forza di rappresentanza sociale ma come continuazione della lotta sociale proprio dentro il potere stesso, nelle sue articolazioni sui vari livelli nazionale e locali.


Scriveva opportunamente Lucio Libertini nelle sue “Tesi sul partito di classe” in quel turbolento 1968:
La giusta scelta della utilizzazione del parlamento da parte del movimento operaio porta con sé un rischio assai grave: l’utilizzazione del parlamento diviene parlamentarismo, e cioè cattura del partito di classe da parte delle istituzioni borghesi. Si perde la nozione del valore strumentale del parlamento e si finisce con l’accettare in esso l’incarnazione eterna della democrazia in generale…” e proseguiva:
Questa errata concezione deve essere respinta; l’incarico di parlamentare deve essere configurato alla stregua degli altri incarichi di lavoro del partito e del sindacato.“.
Nella storia di Rifondazione Comunista una certa immunità nei confronti di questa antica tentazione si può leggere in tutto il percorso accidentato, tra scissioni e sostegni esterni o partecipazioni in maggioranza in governi il cui riferimento di classe era la classe comunque dominante ma laddove Rifondazione ha avuto un ruolo di portatrice delle istanze del moderno mondo degli sfruttati: persino oltre è andata, quando si è formata, correttamente, di essa l’immagine del “partito dei movimenti”, schierato con i social forum prima e con i tanti gruppi rosso-verdi contro le grandi opere per la difesa del territorio come sorgente di crescita e di vita stessa delle persone e non dei profitti.


Tutta questa sinistra descritta nel 1968 da Libertini e quella rappresentata da Rifondazione poi è evaporata sotto i colpi della logica che è andata oltre il “parlamentarismo”: quella della “governabilità”, dell’esigenza innaturalmente naturale per una certa sinistra socialdemocratica di trovarsi in una posizione di utilità da rivendicare proprio socialmente, resa evidente dalla capacità di incidere nei numeri istituzionali, di essere parte dei giochi e, quindi, di trovare lì e solo lì il suo scopo, ruolo e motivo di esistere.


Ecco dove nasce, cresce e si diffonde il virus della dicotomia tra sinistra e popolo della sinistra: a cominciare dalla condanna del comunismo come espressione esclusiva di quel sovietismo che non rappresentava i veri valori di uguaglianza e libertà del movimento “che abolisce lo stato di cose presente”, della “cosa semplice che è difficile fare”.


Ha provato a resistere a tutto ciò una piccola parte della sinistra, quella comunista, quella di alternativa o definita dai grandi giornali e dalle televisioni come “radicale”.
Ha provato a farsi largo in mezzo ad un utilizzo delle terminologie ampiamente distorte dalla necessità del potere economico di ridefinire i confini di ideologie dichiarate morte e poi morte per davvero perché non percepite come utili nel momento qui ed ora per la risoluzione di problemi creati proprio da coloro che proponevano la soluzione di parte, di protezione dei privilegi e di distruzione dei diritti sociali e civili.


Questa sinistra ha resistito come ha potuto, ma per terza volta oggi si ritrova fuori dal Parlamento italiano e costretta ad una risalita della china tutta proiettata in un sociale che respinge qualunque istanza di uguaglianza, persino di democrazia – se non fosse così poco radical chic dirsi antidemocratici pur essendolo apertamente – e che abbaia contro ogni differenza, che non riscontra in nessun ambito del quotidiano elementi di classe, ma solo differenze di etnia, di razza, di religione.


Due sono gli elementi necessari affinché questa sinistra cocciuta, radicale, comunista, libertaria si possa incamminare verso una riproposizione di sé stessa in un periodo di lungo termine: la considerazione della democrazia interna partendo da un azzeramento complessivo dei ruoli autoattribuiti dalle necessità della contingenza del periodo elettorale; la capacità di comprendere che non ci si può pensare come esclusivi, come unici portatori dei valori di uguaglianza e giustizia sociale.


Non siamo gli unici che vogliono il cambiamento partendo da un punto di vista antiliberista. Forse da un punto di vista anticapitalista sì, ma è una prospettiva respingente, che ci autoconsola nel dirci e nel sentirci dalla parte giusta ma che non include necessariamente tutte e tutti coloro che non posseggono questa critica senza se e senza ma del capitalismo o che hanno una cultura d’approccio diversa al problema della lotta al regime delle merci e dello sfruttamento della forza-lavoro.


Non siamo gli unici a sinistra e dobbiamo abbandonare le categorie di vicinanza o lontananza rispetto a noi, a quel “Potere al popolo!” che viene individuato come strada senza ritorno, da cui “non si torna indietro”, con una affermazione molto dogmatica, forse ingenua ma generosa nel suo donchisciottesco proseguire sul Ronzinante di turno.


Andiamo avanti, dunque, con la fredda consapevolezza non solo del disastro elettorale di cui siamo protagonisti e che subiamo, ma anche sapendo che ricostruire una forza politica, una tensione tale che unisca i moderni proletari, sfruttati, precari, lavoratori di ogni categoria, è lavoro che contempla una rielaborazione sociale fondata su una nuova cultura di massa della giustizia sociale.
Tutto intorno è deserto. La traversata non è affatto finita. Anzi, è appena cominciata.