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PROTESTANO CONTRO L'ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO: IL FAI CHIEDE IL SETTE IN CONDOTTA

Adriana Pollice

 

A Napoli. Un'intera classe di liceo contro lo sfruttamento per le Giornate di primavera.

 

Una nota disciplinare e il sette in condotta a fine anno per essersi rifiutati di lavorare gratis due giorni fa, domenica delle palme.
È quanto è stato minacciato agli studenti del liceo napoletano Vittorio Emanuele. Avrebbero dovuto illustrare ai turisti le meraviglie del Museo di mineralogia dell’università Federico II durante una delle due giornate gestite dal Fai, Fondo ambientale italiano e nelle sue giornate di primavera in cui apre centinaia di luoghi normalmente chiusi al pubblico.

 


Il badge che avrebbero dovuto indossare li qualificava come «volontari». «Più di un mese fa – raccontano gli studenti – avevamo spiegato che in quella settimana saremmo stati fuori per il viaggio di studio. Siamo tornati sabato, molti abitano lontano, volevamo passare la domenica in famiglia. Invece ci hanno obbligato ad andare».
Obbligati perché l’iniziativa è stata inserita nelle 200 ore di alternanza Scuola – lavoro, ore non retribuite né rimborsate. Così i ragazzi si sono presentati per svolgere il compito ma con un badge più accurato, di loro creazione: «Alternanza Scuola – sfruttamento. Questo non è formativo». I turisti hanno chiesto della singolare protesta e hanno anche apprezzato.
«La delegata Fai ci ha minacciati di non ammissione all’esame. Ha chiamato la preside e i nostri professori, che si sono precipitati al museo e così le discussioni sono diventate sempre più accese».


Lunedì la stessa delegata si è presentata al liceo per pretendere provvedimenti, ieri pomeriggio c’è stato un consiglio di classe. «Abbiamo constatato sulla nostra pelle cosa comporta far entrare gli enti privati nella scuola pubblica – concludono i ragazzi -. Adesso gli enti hanno diritto di parola sul percorso formativo. Almeno abbiamo anche sensibilizzato i turisti su un problema che vivono tutti gli studenti».
Nei giorni avevamo documentato le proteste nazionali dei professionisti dei beni culturali – col gruppo «Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali» – che contestavano l’uso troppo esteso dei volontari da parte del Fai e il modello spot di fruizione dei luoghi e dei musei.