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KIM E MOON: SOLO UN ANNO FA ERA UNA "PACE" IMPENSABILE

 

Simone Pieranni

 

Crisi coreana. Kim e il suo entourage ritengono di aver concluso la propria corsa al nucleare, si ritengono una potenza nucleare. E grazie anche alla faciloneria di Trump, oggi sono riconosciuti dalla comunità internazionale come un paese con cui si deve dialogare. C’è di più: quando Kim salì al potere dopo la morte del padre, disse che avrebbe perseguito il byungjin , il «doppio binario». È il suo contributo politico: garantire la sicurezza nucleare al paese, come deterrente da attacchi, e garantire la sicurezza economica aumentando il benessere dei cittadini. Assicurare il primo aspetto, ha significato gioco forza deprimere il secondo; i dati economici della Corea indicano una flessione nel 2017 dovuta anche alle sanzioni. Kim ha dunque compreso di doversi dedicare anche a questo aspetto.

 

In pochi, solo un anno fa, avrebbero scommesso su quanto accaduto nella notte italiana tra le due Coree. L’incontro storico tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader di Pyongyang Kim Jong-un, può essere addirittura un passo in avanti rispetto alle più rosee aspettative di un semplice tavolo negoziale per la crisi coreana.

 

Facciamo un balzo all’indietro: un anno fa Trump inviava sottomarini Usa nelle acque asiatiche, il mondo non sapeva bene se preferire l’appellativo di «pazzo» o «criminale» per Kim Jong-un, in non pochi temevano un clamoroso scontro militare tra Usa e Corea del nord, che avrebbe significato un confronto vero e proprio tra Cina e Stati uniti.

 

Sempre un anno fa, la Corea del sud viveva gli ultimi sgoccioli di una campagna elettorale a sorpresa: la presidente Park era stata cacciata dopo impeachment per uno scandalo che aveva finito per colpire politica ed economia. In attesa di capire chi avrebbe vinto la corsa, gli Usa avevano provveduto a sistemare definitivamente il sistema antimissilistico Thaad poco lontano dalla capitale Seul.

 

Cina e Russia invitavano alla calma e alla moderazione, ma la sensazione era che Kim stesse giocando le sue carte, al di là dei desideri dei suoi «amici». La prospettiva che allora pareva meno tragica era il ritorno a un «dialogo a sei», capace di stoppare sul nascere le volontà belliche di Trump e le «giocate» di Kim. Poi la svolta: alla Casa blu a Seul è stato eletto Moon Jae-in; avvocato per i diritti umani, figlio di madre e padre nord coreani scappati al sud durante la guerra, aveva fatto una campagna elettorale puntando su due aspetti principali: apertura e dialogo con il nord, possibilità anche «di dire dei no» agli Usa. In poco meno di un anno Moon Jae-in è riuscito in un’impresa clamorosa facilitata da un fattore determinante: Kim è stato uno scacchista perfetto e nel momento in cui ha ritenuto di potersi sedere a un tavolo, lo ha annunciato.

 

Tutto è cominciato con i giochi olimpici in Corea del sud. Poi la clamorosa possibilità per Kim: un incontro con Moon e uno successivo con Trump. Prima di capire quali potrebbero essere i risultati di questa attività diplomatica, è bene chiedersi una cosa: perché Kim Jong-un ha deciso di passare da un piano belligerante a uno squisitamente diplomatico? Non ci sono troppi misteri: Kim e il suo entourage ritengono di aver concluso la propria corsa al nucleare, si ritengono una potenza nucleare. E grazie anche alla faciloneria di Trump, oggi sono riconosciuti dalla comunità internazionale come un paese con cui si deve dialogare.

 

C’è di più: quando Kim salì al potere dopo la morte del padre, disse che avrebbe perseguito il byungjin, il «doppio binario». È il suo contributo politico: garantire la sicurezza nucleare al paese, come deterrente da attacchi, e garantire la sicurezza economica aumentando il benessere dei cittadini. Assicurare il primo aspetto, ha significato gioco forza deprimere il secondo; i dati economici della Corea indicano una flessione nel 2017 dovuta anche alle sanzioni. Kim ha dunque compreso di doversi dedicare anche a questo aspetto.

 

Proclamare chiusa la fase dei test, chiudere il sito nucleare (tanto più che è inutilizzabile ormai a causa del collasso della zona per i ripetuti test sotterranei) significa sedersi al tavolo e magari spuntare qualcosa anche in direzione di una nuova cooperazione con il sud, arrivando perfino ad allentare le sanzioni. Il disegno di Kim dunque è chiaro, fin da subito e l’incontro con Moon potrebbe portare alla firma di un trattato di pace che metterebbe al sicuro Pyongyang e in parte spalle al muro Trump.

 

Il summit intercoreano, infatti, mina e non poco il successivo incontro con il presidente degli Stati uniti La verità è che pare che Washington stia prendendo tempo: ritrovarsi un Kim consacrato da un trattato di pace con il sud e vago sulle possibilità di smantellare quanto esiste in Corea del nord a livello nucleare potrebbe essere un boomerang per Trump. Analogamente non incontrare Kim sarebbe uno schiaffo all’immagine internazionale – già cariata da parecchi svarioni – degli Usa. Dopo Moon-Kim, assisteremo a Moon-Trump e forse solo a quel punto avremo una data per l’incontro tra Kim e Trump. Con un Kim che in tasca potrebbe avere un risultato storico e clamoroso, quasi da Nobel per la pace.