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ECONOMIA E LAVORO, UN BUON TERRENO PER LA SINISTRA

Alfonso Gianni

 

Al peggio non c’è mai fine, lo conferma l’editoriale di Sallusti sul Giornale di ieri: «Salvini fermi i nuovi comunisti». Saremmo di fronte all’invasione degli ultracorpi ove grifagni comunisti avrebbero l’aspetto di Luigi Di Maio.

 

E sarebbero pronti a impadronirsi delle ricchezze delle classi abbienti e a svuotare le casse dello stato. Questo terrore artatamente diffuso sarebbe originato dal “decreto dignità” che affronta temi del lavoro, il primo banco di prova di legislazione economica del governo gialloverde.

 

NE HA DISCUSSO IL CONSIGLIO dei ministri, con la significativa assenza di Salvini che gli ha preferito il palio di Siena. In sostanza il leader della destra non ha voluto metterci la faccia, ha preferito per ora lasciar fare. Sembrerebbe un’altra incrinatura nello schieramento di maggioranza, più consistente della polemica fra Fico e Salvini sulla infame chiusura dei porti: non perché quella vicenda fosse meno grave, ma perché avviene all’interno dello stesso governo, tra i suoi massimi rappresentanti. Difficile in questo caso parlare di opinioni personali. Anzi può fare intravedere un iter di conversione del decreto piuttosto tormentato.

 

NATURALMENTE IL PROVVEDIMENTO governativo non ha smontato il jobs act o il pessimo decreto Poletti, i due pilastri della fallimentare politica del lavoro di Renzi, certificata ancora una volta dai dati Istat di maggio. Ovvero un incremento dell’occupazione massimamente dovuto (95 su 100) al lavoro temporaneo e che comunque colloca il nostro tra gli ultimissimi paesi dell’eurozona sul fronte occupazionale. Le alte grida del padronato e dei suoi corifei, ai quali si è aggiunto con un giudizio negativo, dalla parte sbagliata, anche Gentiloni – da Forza Italia, che deve pur farsi (ri)sentire, si denuncia non meno che “un colpo mortale alle imprese” – più che di spavento servono per intimorire chi volesse andare più in là. L’intervento sul contratto a termine c’è, limitato al fatto che la sua durata scende da 36 a 24 mesi e che la causale, generica, è obbligatoria solo in caso di proroga, per la quale si pagherà uno 0,5% in più del contributo addizionale.

 

Nulla impedisce al padrone di stipulare un nuovo contratto a termine, anziché rinnovarlo. Il lavoro interinale continuerà, tuttavia la sua disciplina sarà equiparata a quella del contratto a termine. Il licenziamento illegittimo resta, costerà un po’ di più: l’indennità sale fino a 36 mensilità (come aveva proposto a suo tempo Cesare Damiano, presidente Pd della commissione Lavoro).

 

LA “WATERLOO PER IL PRECARIATO” la vede solo Di Maio. Se le imprese delocalizzano devono restituire i contributi ricevuti dallo Stato nei cinque anni precedenti. Idea non nuova, che giunge però tardi, quando il vento della globalizzazione si è di molto affievolito e in alcuni casi invertito, riportando in patria produzioni prima delocalizzate (il cd. reshoring). Non solo, ma data l’organizzazione sovra e plurinazionale di molte imprese, la definizione stessa di delocalizzazione richiede un corposo restyling, se non si vuole che la norma sia inapplicabile. Mentre la revisione del redditometro porta a una sospensione immediata dei controlli sugli anni di imposta 2016 e seguenti, in sintonia con la proclamata “pace fiscale”, e i professionisti vengono esclusi dallo split payment, che era invece efficace per evitare evasione d’Iva. Dei voucher nel decreto non si parla, ma il ministro dell’Agricoltura Centinaio li reclama a gran voce, almeno nelle campagne, attaccando la legge contro il caporalato.

 

Su un altro versante non compreso nel decreto, quello dei ciclofattorini (i riders), ad ogni convocazione il governo abbassa la posta. In realtà o si affronta il nodo della subordinazione, quindi dell’articolo del codice civile che la definisce, o il destino di questi lavoratori, malgrado i miglioramenti, rimane in mano alle aziende. «Non solo per noi, ma per tutti» gridavano giustamente i riders sotto il ministero del Lavoro.

 

INTANTO LE ROSEE PREVISIONI sull’economia si stanno sgonfiando. Conseguenza degli andamenti congiunturali e ancor più della guerra dei dazi inaugurata dal protezionismo di Trump. Così il ministro dell’economia Tria coglie l’occasione per mettere le mani in avanti. Ci sarà probabilmente una revisione al ribasso nella crescita del 2018 – ha dichiarato ieri in Parlamento – per cui il deficit sarà oggetto di stretto controllo e non c’è margine per spese avventate.

 

Una linea prudente che non si discosta dal famoso “sentiero stretto” di Padoan, sotto la sempiterna e soffocante supervisione di Bruxelles. Parole che però suonano già come una campana a morto, non solo per quel sussidio impropriamente chiamato reddito di cittadinanza, ma persino per i timidi tentativi di Di Maio di conquistare un suo consenso, dal momento che non possono esistere misure consistenti in materia di lavoro che siano a costo zero, particolarmente con una disoccupazione che viaggia, da dati ufficiali quindi per autodefinizione inesatti, attorno all’11%.

 

ORA CHE LA DISCUSSIONE SI È spostata su un terreno che le dovrebbe essere più proprio, quello dell’economia e del lavoro, un’opposizione di sinistra, se ci fosse, potrebbe fare leva sulle contraddizioni della maggioranza e sulla riconquista di ceti popolari nuovamente delusi. Si aspettano risposte, anche da parte del sindacato. Altrimenti i trent’anni di regime minacciati da Salvini potrebbero diventare una distopica realtà.