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UNA BREXIT ANGLOSASSONE

10.07.2018

di Guido Salerno Aletta 

 

 

Tira aria di bufera sul governo inglese: sulla Brexit si è ormai alla stretta finale. Il vento del sovranismo che ora agita l’intera Europa ha iniziato a spirare dalla Gran Bretagna, che ambisce tornare a navigare liberamente, in mare aperto, tornando alla sua natura. E’ una rivendicazione complessiva, politica ed economica, per non soggiacere alle regole elaborate a Bruxelles, riacquistare autonomia negli accordi commerciali, svincolarsi dalla giurisdizione europea. Al confronto, fanno sorridere le accuse che vengono mosse nei confronti delle forze politiche che in Italia chiedono una piena solidarietà europea nella gestione dei migranti che seguono la rotta del Mediterraneo.

 

Dopo mesi di schermaglie verbali e di tatticismi, per il premier Theresa May è arrivato il momento della verità. Esporrà la sua strategia al Gabinetto che ha convocato per venerdì a Cequer, presso la sua residenza di campagna. Le anticipazioni definiscono la soluzione come un vero pasticcio, con ben sei ministri pronti a dare battaglia, perché massimizzerebbe gli svantaggi per la Gran Bretagna minimizzando le opportunità.

 

La verità è che nel corso dei negoziati a Bruxelles si sono confrontate due rigidità speculari: al sovranismo inglese è stato opposto un radicalismo assoluto. Niente cherry-picking, “o si sta dentro l’Unione, o si va fuori”: questa strategia è stata decisa non solo per far emergere le contraddizioni e le fratture interne alla Gran Bretagna, ma anche per evitare un processo a catena. Se alla Gran Bretagna venissero concesse condizioni di uscita favorevoli, ci sarebbero tanti Paesi aderenti all’Unione, ma non all’Eurozona, che potrebbero seguirne l’esempio.

 

Come se non bastasse, Bruxelles ha strumentalizzato la questione irlandese: poiché l’Accordo del Venerdì santo vieta la creazione di barriere fisiche tra l’Irlanda del nord e l’Eire, Londra avrebbe dovuto accettare una frontiera interna tra l’Irlanda del Nord, che rimarrebbe a fare parte del mercato interno europeo, ed il resto della Gran Bretagna. Una soluzione inaccettabile.

 

Per quanto riguarda lo scambio delle merci, per Bruxelles le alternative sono chiare: o si fa parte del parte del mercato interno, versando un adeguato contributo economico all’Unione per i benefici che ne derivano, oppure si stipula un accordo doganale esclusivo, con cui ci si adegua alle tariffe dell’Unione e le si riscuote a favore dell’Unione, ma si perde ogni autonomia negoziale verso i Paesi terzi. La terza via, come viene ipotizzata, prevede invece che la Gran Bretagna non faccia parte dell’area doganale europea, riscuota dunque a proprio favore le tariffe per i prodotti finiti provenienti dai Paesi terzi, ma si impegni ad applicare le aliquote decise dall’Unione. Rimarrebbe legata mani e piedi all’Unione, anche perché i giudici inglesi sarebbero tenui a rispettare le decisioni “rilevanti” assunte dalla Corte di Giustizia europea.

 

Rispetto alla scadenza di ottobre, data prevista per portare una soluzione al Consiglio europeo, non c’è più molto tempo. E da come si concluderà la Brexit dipende molto di più dei futuri rapporti tra l’Unione e la Gran Bretagna, perché il processo di disgregazione vede due altri fronti aperti: sul versante dei Paesi mediterranei per via dell’austerità imposta loro; su quello dei Paesi dell’area più orientale per via della contrarietà alla imposizione di quote per la ricollocazione dei migranti che abbiano ottenuto lo status di rifugiato.

 

A portare la Gran Bretagna su una posizione ellittica rispetto all’Unione sono state le tre profonde innovazioni introdotte dopo la crisi del 2008: la costituzione dell’ESM, il Fiscal Compact con l’obbligo del pareggio di bilancio, la Banking Union. Visto che la Gran Bretagna non le condivideva, si è fatto ricorso alla adozione di Trattati paralleli a quello di Lisbona.

 

L’asse franco-tedesco ha forzato il principio dell’unanimità, necessaria per modificare i Trattati europei, mettendo fuori gioco la Gran Bretagna. E’ stata una provocazione, cui si è aggiunta l’insoddisfazione di Londra per la gestione della bolla di immigrazione infra-comunitaria determinatasi dopo la crisi: i disoccupati di mezza Europa, sia dall’est che dal meridione, affluivano a decine di migliaia per cercare lavoro in Inghilterra. Non trovandolo, o trovandolo in modo discontinuo o ad un salario insufficiente per potersi mantenere autonomamente, beneficiavano del generoso welfare britannico: davvero troppo.

 

Siamo di fronte allo squadernarsi di un processo storico, che risale all’ultimo dopoguerra, che vedeva nella Nato l’involucro politico e militare del rapporto transatlantico, e nell’Unione europea lo strumento di cooperazione economica.

 

Uscita dall’Unione, la Gran Bretagna deve enfatizzare il ruolo della Nato: non solo per mantenere la presa sulla politica europea, ma soprattutto per non perdere il ruolo di partner privilegiato degli Usa. A questo fine, è costretta a mantenere una singolare asimmetria: simultaneamente, la speciale amicizia nei confronti degli Usa ed il contrasto aspro verso la Russia.

 

Si spiegherebbe così la tensione sempre molto alta nei confronti di Mosca: Londra non si è limitata al mantenimento delle sanzioni derivanti dalla vicenda della Crimea, ma ha trovato sempre nuove motivazioni per inasprirle – emerse anche in questa settimana – per via dell’uso sul territorio britannico di gas nervini di provenienza russa per il regolamento di conti tra spie. Il coinvolgimento di un ex agente britannico nella elaborazione di dossier sul caso Russiagate potrebbe iscriversi nella medesima logica: se Donald Trump trovasse un punto di intesa con Vladimir Putin, la funzione anti-russa della Nato si affievolirebbe, e così anche il rapporto privilegiato tra Usa e Gran Bretagna perderebbe il suo peso.

 

La Gran Bretagna si trova ad un bivio. Per uscire dal vicolo cieco in cui si trovano le trattative sulla Brexit, potrebbe utilizzare come leva nei confronti della Germania le pressioni americane: dazi inglesi e dazi americani, applicati congiuntamente, sarebbero insostenibili per la industria tedesca. Di più, ci sarebbe l’isolamento della Germania, da cui gli Usa potrebbero ritirare le proprie truppe, facenti parte della Nato. In alternativa, potrebbe essere la Germania ad offrire una sponda alla Gran Bretagna: con un accomodamento sulla Brexit, sulla base del vicendevole interesse sugli scambi di merci e servizi, si potrebbe fare fronte comune a favore della Cina, di cui invece Donald Trump vuole depotenziarne le ambizioni strategiche.

 

L’industria tedesca ha bisogno del mercato cinese, oltre che dello sbocco in Gran Bretagna, visto che quello americano si fa sempre più stretto. Allo stesso modo, la finanza inglese vuole mantenersi aperto il mercato europeo, ma soprattutto ambisce alla gestione dell’immenso risparmio privato cinese, approfittando della recente chiusura americana agli investimenti in aziende tecnologiche. Tutto riecheggia l’antico raccordo anglosassone.

 

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