Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

Tu sei qui

L'ITALIA VENDE ARMI AI PAESI IN GUERRA

Renzi non dice niente ma anzi è latitante sull'argomento

Le armi leggere come pistole e fucili, oppure elicotteri, carri armati, cacciabombardieri, sistemi di difesa, sono ancora oggi tra le merci più ambite in uno dei mercati più floridi nel mondo dalle lobby delle armi, organizzatori di fiere in tutto il mondo, che provano a limitare la trasparenza sulle loro commesse.
Lo sanno bene le banche che mettono a disposizione i conti correnti per il denaro che le grandi aziende armate incassano vendendo i loro prodotti all'estero.
Com'è noto le guerre non finiscono, soprattutto in Africa, ma pure in Medi-oriente o in Asia, senza contare i conflitti in sud e centro-america per il controllo del traffico di droga.
Il made in Italy non è solo la Ferrari o Eataly . Sono le pistole, i fucili di precisione Beretta , ma anche gli elicotteri di Agusta Westland o Aermacchi, controllate dal gruppo Finmeccanica, la nostra holding della Difesa.
Negli Stati Uniti il possesso di un’arma è previsto dalla Costituzione, così come in altri Paesi nel mondo la legge consente di girare armati e questo è un grosso favore alle lobby delle armi.
Basti pensare, per restare all'attualità, che il Nordafrica e il Vicino e Medio Oriente sono stati destinatari del 28% delle armi italiane, in concomitanza con l’acuirsi dei conflitti in Siria o Iraq.
Il valore delle operazioni autorizzate verso i Paesi di quest'area ha registrato un aumento del 4,5% rispetto allo scorso anno: 740.948.676 euro nel 2014 a fronte di 709.310.499 euro nel 2013.
«Un dato preoccupante» secondo gli esperti, visto che i paesi del Golfo sono impegnati militarmente a reprimere le contestazioni interne , ma anche i vari scenari di guerra, a partire dallo Yemen.
Non è facile addentrarsi in questo mondo. Spesso le armi vengono vendute per uso civile, nel pieno rispetto della legge, mentre poi in realtà finiscono nei conflitti di guerra.
Per fortuna alcuni giornali, soprattutto online, o siti specializzati, se ne occupano da anni. E provano a monitorare costantemente l’export del nostro Paese verso l’estero.
Tra questi ci sono Rete Disarmo, Unimondo, Altraeconomia, ma pure il mensile dei frati comboniani Nigrizia. L’Italia non ha mai brillato in trasparenza neppure su questo argomento. Lo dimostra la spedizione della portaerei Cavour in Africa nel 2013, un viaggio vetrina con scopi umanitari secondo l’allora ministro della Difesa Mario Mauro, mentre in realtà fu uno show room della nostra industria armiera che entrò in contatto con i Paesi africani in guerra. Lo ha ricordato poche settimane fa Giorgio Beretta, tra i massimi esperti del settore, anima di Rete Disarmo.

È un lavoro certosino quello di capire dove vanno a finire le armi che partono dal nostro paese. Ci si basa su dati Istat, si fanno ricerche in mezzo a un mare di informazioni tecniche dove è difficile districarsi. Lo sa bene Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo, che nel 2009 con un’inchiesta per Altraeconomia, riuscì a risalire all'invio di più di 10000 pistole e fucili Beretta per il governo di Gheddafi in Libia: autorizzate come armi per scopi civili, in realtà finirono nelle piazze della guerra civile.
Vignarca ne ha raccontato i passaggi dall'Italia a La Spezia, fino a Malta, evidenziando «la debolezza dei controlli sul commercio mondiale di armi e la scarsa trasparenza esistente a riguardo: l’Italia non ha infatti dichiarato all'UE la propria vendita (che compare solo nelle statistiche nazionali di export, come detto) e nessuno avrebbe potuto conoscere l’esatto numero di pistole e fucili consegnati». Ma ci sono anche altri casi con commesse ancora più sostanziose, come quello della vendita di otto elicotteri da guerra Agusta Wesland alle Filippine nel 2013. Proprio in questi giorni la Turchia sta usando elicotteri non molto differenti per contrastare la resistenza in Kurdistan: l’accordo tra Agusta Westland e Tusas Turkish Aerospace Industries (TAI) per la fornitura alle forze armate turche di 60 elicotteri d’attacco T129 per un valore di 3,3 miliardi di dollari risale al 2007.

Per introdurre la legge sul controllo delle esportazioni di armamenti, la 185 del 1990, ci volle Giulio Andreotti che oltre a stabilire il rispetto dei nostri principi costituzionali, cioè che l’Italia ripudia la guerra (Articolo 11 della Costituzione), impose a Governo e Parlamento di effettuare relazioni annuali sul tema. L’ultimo report è del marzo 2015, conta più di mille pagine, ma secondo lo stesso Beretta non è abbastanza trasparente, tanto da ricordare che di spiegazioni ne diede più Andreotti all'epoca che il rottamatore Renzi in quel primo anno di governo. «È carente di informazioni fondamentali necessarie al Parlamento per esercitare quel ruolo di controllo che gli compete» ricorda Beretta. «Non solo, come già da diversi anni a questa parte, non fornisce quelle semplici e chiare informazioni sulle singole operazioni autorizzate che abbiamo ritrovato nella Relazione di Andreotti. Pur contenendo alcune tabelle che riportano i valori complessivi delle operazioni autorizzate verso i paesi destinatari, non specifica quali di questi valori siano attribuibili ai singoli sistemi d’arma esportati».

«È tornato a crescere l’export armato italiano, sia come valore globale delle autorizzazioni all'esportazione, sia come numero di autorizzazioni definitive» Come ha scritto Nigrizia: «Dopo il brusco calo del 2013 (meno 48,5%) è tornato a crescere l’export armato italiano. Sia come valore globale delle autorizzazioni all'esportazione (il cosiddetto “portafoglio ordini”). Sia come numero di autorizzazioni definitive». E ancora: «L’anno scorso il valore globale delle licenze di esportazione definitiva (che di definitivo, in realtà, hanno ben poco, se non il fatto di essere state autorizzate) è risultato pari a 2.650.898.056 di euro, un più 23,3% rispetto al 2013 (2.149.307.241); mentre il numero di autorizzazioni definitive all’export è cresciuto del 34,6% (1.879 nel 2014 contro le 1.396 del 2013). Da ricordare che il 2013 non era stato un anno brillantissimo, con valori particolarmente bassi rispetto agli anni precedenti». Il governo ha promesso un cambio di passo rispetto al passato, su diversi argomenti. Sulle armi tutto tace. Conclude Beretta: «Renzi comunque può ancora rimediare inviando alle Camere una Relazione aggiuntiva che permetta ai Parlamentari di sapere per quanti (valore e numero) e quali (sistemi e tipologie) armi e sistemi militari sono state rilasciate dal suo governo autorizzazioni all'esportazione ai vari paesi destinatari e che cosa è stato effettivamente esportato nel 2014 dal nostro paese»
30.08.2016
l'indesiderato