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UN SIMBOLICO ATTACCO CHE INTERROGA UN PAESE IMMEMORE

Davide Conti

 

Colonialismo. In un paese in cui i conti con la storia vengono di norma evitati, si criminalizza un collettivo di studenti universitari che ha «colpito» con vernice e spray la statua di Indro Montanelli a Milano.

 

Il proverbio cinese recita «Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito». Il dibattito pubblico in Italia non ha mancato, nel pieno di un movimento che solleva a livello globale la vitale questione della lotta al razzismo, al compito di confermare la validità di questo adagio.

 

Si è avviato una dibattito sulle statue erette in onore di personalità pubbliche da conservare da una presunta «furia iconoclasta», eludendo del tutto il senso di fondo che azioni simboliche di questo genere comunicano. In sostanza si rovescia il senso semantico dell’atto che più che un attacco al simbolo si manifesta come un simbolico attacco.

 

In un paese in cui i conti con la storia vengono di norma evitati, si criminalizza un collettivo di studenti universitari che ha «colpito» con vernice e spray la statua di Indro Montanelli a Milano.

 

A quell’azione si dovrebbero applicare gli stessi criteri invocati dagli indignati difensori del politicamente corretto che invitano (loro sì in difesa dei simboli e della retorica celebrativa che li accompagna) a contestualizzare storicamente atti quali il commercio di schiavi (è il caso Edward Colston la cui statua è stata abbattuta a Bristol) o «l’acquisto» di una bambina dodicenne eritrea, raccontato dallo stesso Montanelli in Rai nel 1969.

 

Si discute del dito con cui i figli della Repubblica chiedono conto ai padri delle nefaste eredità del passato radicate nel nostro presente (il razzismo e il colonialismo) anziché della luna che ci viene indicata ovvero i conti con la nostra storia fatta anche di fascismo, aggressioni coloniali, leggi razziste e crimini di guerra. Dalle ceneri di quelle vicende mosse la transizione da cui è nata con fatica la nostra Repubblica e la figura sfaccettata e complessa di Montanelli ne diviene quasi un archetipo. Celebre fu la sua polemica con il più importante storico del nostro colonialismo Angelo Del Boca. Uno scontro pubblico in cui il giornalista affermò più volte un falso storico, smentito dai documenti e dallo stesso ministero della Difesa, ovvero che l’esercito italiano non avesse usato gas e armi chimiche vietate contro la popolazione etiope durante «la conquista dell’impero».

 

Meno noto ma non meno significativo lo scambio epistolare tra lui e l’ambasciatrice Usa a Roma Claire Booth Luce del 6 maggio 1954. Allora Montanelli, di fronte all’ipotesi di un accesso al governo da parte delle sinistre attraverso le elezioni democratiche, non ebbe scrupolo a indicare un colpo di Stato come soluzione ai problemi dell’Italia, un Paese in cui «le maggioranze – scrisse – non hanno mai contato, sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista. È l’ unica nostra fortuna. Bisogna ricercarla, darle una bandiera, una organizzazione terroristica e segreta e un capo».

 

Quale «capo»? Montanelli lo indicò richiamando un altro pezzo oscuro della nostra storia: «Propongo il Maresciallo Messe Capi e gregari debbono essere tutti Personae Gratae ai carabinieri». Giovanni Messe fu uomo di vertice militare durante tutte le guerre fasciste: Africa 1935; Albania 1939; Grecia 1940; Russia, al fianco delle truppe naziste nel 1941. Inviato da Mussolini in Africa comandò, col generale Rommel, l’Armata italo-tedesca ad El Alamein. Arrestato dalle truppe Alleate e trasferito in Inghilterra insieme ad altri generali, accusati di crimini di guerra, venne rilasciato su richiesta del capo di governo Pietro Badoglio (criminale di guerra in Etiopia) e nominato capo di Stato maggiore generale per continuare il conflitto bellico contro la Germania.

 

Nel dopoguerra fu uno dei principali oppositori dell’epurazione in seno alle istituzioni dello Stato. Fondò l’Unione Patriottica Anticomunista e divenne capo dell’Armata Italiana di Liberazione, due strutture militari poi assorbite all’interno degli apparati di forza dello Stato durante gli anni duri della Guerra Fredda. Concluse la sua vita pubblica da senatore nelle liste della Dc e del Pli. Anche Messe ha il suo busto pronto ad essere collocato nella sua città natale di Mesagne.

 

«Chiamate eroe un assassino» scrissero con lo spray tre ragazzi di Affile sul mausoleo eretto in onore del criminale di guerra Rodolfo Graziani. Furono giustamente assolti, a differenza del sindaco di quella cittadina che la Corte d’Appello di Roma ha condannato per apologia di fascismo.

 

Grattando sotto la vernice di Affile o di Milano affiora la storia controversa del Paese. Forse è per questo che, più che la loro rimozione, è utile l’uso pedagogico antifascista e repubblicano di quei monumenti, che raccontano alle giovani generazioni un Paese incapace di guardarsi allo specchio e li incarica di un compito di cui chi li ha preceduti non è stato all’altezza.