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UN GRANDE MOVIMENTO CON UN PROGETTO : « PRIORITA' ALLA SCUOLA »

Roberto Ciccarelli

da Il manifesto

 

In piazza. Oggi dalle 18 in sessanta città italiane si mobilitano i genitori, docenti e studenti del movimento Priorità alla Scuola e Apriti scuola: «Più fondi per la riapertura, contro le linee guida del Miur». In tre mesi è cresciuto in maniera esponenziale un movimento che ha saputo connettere 48 tra associazioni e sindacati e, attraverso una razionalità sensibile e la sapienza delle relazioni, ha formulato collettivamente un progetto alternativo di società e democrazia, diritto allo studio, medicina territoriale, fine del precariato.

 

La crescita esponenziale di un movimento come «Priorità alla scuola» che oggi manifesta in sessanta città a partire dalle 18 è un fatto politico e sociale di primo piano. In un paese spezzato dall’emergenza sociale innescata dalla pandemia del Covid 19 c’è una classe dirigente improvvisata che straparla di «rabbia sociale» ma non si è accorta dell’esistenza di un movimento capace di unire con una razionalità sensibile e la sapienza delle relazioni il Nord e il Sud, da Milano a Catania, da Roma a Napoli, da Varese a Matera.

 

IL MOVIMENTO ha connesso 48 associazioni e sindacati: dal movimento transfemminista Non una di Meno ai sindacati come la Flc Cgil a quelli di base come Cobas Scuola e Usb. Questa molteplicità, sostenuta dalla spinta dei genitori e degli insegnanti, si è riconosciuta negli ultimi tre mesi in un progetto di società alternativa ed è basata su un’idea di istruzione diffusa sul territorio, sulla proposta di finanziarla con il 15% dei 172 miliardi che dovrebbero arrivare dal «Recovery Plan» europeo e con il 10% della spesa pubblica. In questa società si vuole anche sancire la fine del precariato con le assunzioni dei docenti e del personale Ata necessarie per riaprire le scuole in sicurezza e in presenza da settembre.

 

I BISOGNI della vita familiare, e della riproduzione sociale allargata, sono stati coniugati con i diritti delle donne protagoniste di questo movimento e il diritto all’istruzione dei bambini e degli studenti. Ha preso così forma un avanzato progetto di democrazia che prospetta una nuova istruzione diffusa, coltiva le proposte di una medicina territoriale e di prevenzione dal contagio da coronavirus attraverso la cooperazione tra insegnanti, genitori e soprattutto bambini e studenti. In decine di assemblee virtuali si è consolidata un’intelligenza sociale e politica, l’evoluzione di quella che si è manifestata già nel corso dei mesi della quarantena, quando un’intera popolazione angosciata è riuscita ad autogovernarsi a dispetto dello stato di emergenza e dei conflitti della politica e tra le istituzioni per curare se stessa e gli altri.

 

SONO LE IDEE spiegate da Francesca Morpurgo di «Apriti scuola», snodo romano del movimento: «La politica è in un enorme ritardo – dice a Il Manifesto – Il silenzio del ministero dell’Istruzione ha diviso la comunità scolastica. In quattro mesi non è stato fatto niente. Ciò che ora si sta facendo è lasciato ai singoli dirigenti scolastici. Bisogna riaprire le scuole con classi meno numerose, trovando spazi adeguati e nuove modalità didattiche in presenza. Dall’asilo all’università l’istruzione non si può fare da casa, ma in relazione, senza ridurre gli orari, ma anzi assumendo subito docenti e personale Ata. L’assenza della scuola ha creato un vuoto educativo, cognitivo e relazionale. Ora deve tornare ad essere un luogo di formazione della persona».

 

LA BOZZA delle «linee guida», all’esame della Conferenza Stato-regioni (ieri c’è stato un incontro online con il governo), ha creato una reazione di rigetto generalizzata. Le piazze in movimento oggi pomeriggio espliciteranno un «No» a un progetto non condiviso e che, per questo, ha stimolato critiche feroci e documentate. Ieri su twitter la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina non era d’accordo: «Leggo tante interpretazioni, molte sbagliate. Questo aiuta solo ad alimentare la confusione». «Questo testo – ha replicato Francesco Sinopoli, segretario della Flc Cgil – non prevede alcuna risorsa aggiuntiva, non si fa carico di una progettualità politica, decentra l’affidamento delle responsabilità ai dirigenti, ipotizza l’esternalizzazione dei servizi per supplire alle mancanze organizzative, ripropone la generalizzazione della didattica a distanza». «Lo dicessero chiaramente – ha detto Pino Turi (Uil scuola) – questo patto vuole aprire alla privatizzazione. Cos’è altro sono i «patti educativi di comunità»? Una cosa profondamente diversa dal sistema nazionale dell’istruzione. È un modo per scaricare le responsabilità che ha il governo sui dirigenti e gli insegnanti». L’incontro tra il Miur e i sindacati ieri è stato un fallimento: «Mancano un cronoprogramma definitivo e risorse certe. Le domande sui tempi scolastici ridotti, le aperture frazionate, i plessi sovraffollati non hanno trovato alcuna risposta. Non c’è una riapertura in grado di garantire alle famiglie e agli studenti misure di sicurezza» ha detto Maddalena Gissi (Cisl Scuola). Critiche sono arrivate dall’associazione dei presidi: «Se non c’è nuovo personale per limitare il numero di alunni per classe e creare nuovi spazi anche l’autonomia scolastica che si sostiene non funziona» ha detto Antonello Giannelli.

 

OLTRE alla sbandierata «sussidiarietà», premessa di una nuova frammentazione e precarizzazione della scuola, è l’intero impianto delle «linee guida» ad essere contestato. È la risposta, sbagliata, alla principale esigenza di centralità sociale e rifinanziamento di un mondo vasto massacrato dai tagli di Gelmini e Berlusconi dodici anni fa (8 miliardi di euro), dalla riforma di Renzi e del Pd «Buona Scuola» e poi abbandonato, vilipeso e ignorato.