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MARIO DRAGHI , QUELLE DOMANDE (SCOMODE) CHE DOVEVA RIVOLGERE A SE STESSO

Alfonso Gianni

 

Presentando il 41° meeting di Rimini, Bernhardt Scholtz che ne è il nuovo presidente, ha difeso e rilanciato il senso dell’ambizioso titolo che era stato deciso fin dall’anno prima: “Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime”. Frase davvero fascinosa con la quale il filosofo Abraham Joshua Heschel, vissuto nel secolo scorso, invitava a guardare la realtà con quello stupore che ci può spalancare verso la ricerca del sublime, del significato delle cose, del senso del vivere. Ma, se in effetti nel corso dell’ultimo anno di cose di cui stupirsi ve ne sono state parecchie, pandemia in testa, del sublime non v’è traccia nel meeting di Comunione e Liberazione.

 

Almeno per ora. Chi la aspettava dal discorso di Draghi sarà rimasto deluso. Al di là delle diverse dietrologie che nei commenti della stampa e dei rappresentanti della politica – se Draghi voglia candidarsi come futuro presidente del Consiglio piuttosto che spingersi fino all’alto colle, oppure giocare il ruolo più comodo di grande riserva per il Paese – il discorso dell’ex presidente della Bce ha colpito per la distanza fra le aspettative e forse le sue stesse intenzioni e quanto si è udito. Certamente, vista anche la sede, sarebbe stato improprio attendersi una riattualizzazione postweberiana dello spirito etico del capitalismo, ma quando l’etica lascia il passo al più piatto pragmatismo significa che siamo davvero su un altro terreno. Quello purtroppo che ancora una volta scarta l’esigenza di un nuovo slancio in direzione di un profondo cambiamento, per rifugiarsi nella elencazione di quanto è stato fatto.

 

Sarebbe stato necessario, proprio in ragione dell’etica della responsabilità, accennare almeno a qualche passaggio autocritico sul comportamento della Ue nei confronti della Grecia, quanto sulle ricette che lo stesso Draghi assieme a Trichet avevano impartito al nostro paese nella famosa lettera e che i governi da Monti in poi hanno applicato con malriposta tenacia.

 

Non per cospargersi il capo di cenere, ma per dare sostanza alle nuove scelte, tanto più credibili e convincenti se esse partono non da un’obbligata condizione derivante dalla pandemia e dalla conseguente recessione, ma anche dalla consapevolezza che le strade percorse in un non lontano passato sono concausa del disastro presente.

 

Non solo è troppo poco dire che “è probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e quando lo saranno certamente non lo saranno nella loro forma attuale”. Il problema è che quelle regole devono essere radicalmente cambiate, altrimenti il riferimento al futuro dei giovani è pura retorica.

 

Ha colpito molti commentatori la distinzione di Draghi tra “debito buono” e “debito cattivo”. In realtà si dovrebbe parlare di spesa buona e spesa cattiva, ovvero della necessità di impiegare fondi pubblici e privati in un’opera di ricostruzione capace di dare inizio a un nuovo modello di economia e di società. Altrimenti la porta torna sui vecchi cardini. Non come ma probabilmente peggio di prima. Ma questo comporta anche una visione ben diversa del processo di costruzione europea.

 

Invece Draghi ripercorre le solite linee evoluzioniste e funzionaliste alla Mitrany, per cui “gradualmente” si sarebbe passati dalla creazione del mercato unico all’euro e di lì a un bilancio comune che peraltro ancora non c’è. Ovvero l’economia fa la politica. Il che è stato pur vero. Ma nella direzione sbagliata, con una politica ancella degli interessi economici Questa strada non verrà corretta se si continuerà in una dimensione intergovernativa entro il quale si muove anche il “compromesso storico” che ha dato vita al Recovery fund. Draghi fa riferimento a grandi esempi storici quando la capacità di previsione superava le terribili difficoltà del momento. Parla di Bretton Woods ove nel ’44 le nazioni anticipando l’esito vittorioso della guerra. disegnavano il mondo futuro, dando vita a istituzioni internazionali che in seguito non dettero esattamente grande prova di sé.

 

Si pensi al citato Fondo Monetario internazionale. Anche perché, ma questo Draghi ben sapendolo lo tace, non fu la visione di Keynes a prevalere in quell’assise, bensì quella del più oscuro Wright che però dietro di sé aveva gli Usa che si apprestavano a dominare il mondo. Se quindi per avere buone risposte è indispensabile porsi le domande esatte, quella immortalata da Keynes: When facts change, I change my mind. What do you do sir? citata anche nel suo discorso di Rimini, Draghi dovrebbe rivolgerla innanzi tutto a se stesso.