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26/08/2020

da Left

Carlo Corsetti

 

Dieci motivi per dire NO e continuare a vivere in un Paese democratico. A cura di Carlo Corsetti, per il Comitato per il NO dei Castelli romani.

 

Lo Statuto del Regno


Il 4 marzo 1848, Carlo Alberto, re di Sardegna, duca di Savoia, principe di Piemonte etc., rinunciando al proprio potere assoluto, “con lealtà di Re e con affetto di Padre” concede ai propri sudditi uno Statuto fondamentale, cioè una costituzione, che istituisce un Parlamento bicamerale, formato da due Camere, il Senato del regno e la Camera dei deputati, che condividano con lui il potere legislativo, così che, per diventare legge, una proposta dovrà prima essere approvata dalle due Camere e poi avere la sanzione finale del re.

 

Il 17 marzo 1861, quando Vittorio Emanuele II, figlio e successore di Carlo Alberto, assume il titolo di Re d’Italia, lo Statuto albertino fu esteso a tutto il nuovo regno, che perciò ebbe anch’esso un Parlamento bicamerale, con un Senato e una Camera, che avevano le stesse funzioni e gli stessi poteri del Parlamento subalpino istituito da Carlo Alberto, con i senatori nominati a vita dal re in numero non limitato e i deputati eletti invece per cinque anni dai cittadini in numero proporzionato al numero degli abitanti del regno. Così, nel 1861, quando questi erano 22 milioni, furono eletti 443 deputati, mentre nel 1921, quando erano diventati 39 milioni, ne furono eletti 535.

 

Ma nel gennaio del 1929, per aumentare ancor più il potere del proprio Governo, diminuendo ulteriormente quello del Parlamento, Mussolini ridusse il numero dei deputati a soli 400 – il numero cui si vuole ridurli oggi! Dieci anni dopo, nel 1939, egli stabilizzò il regime fascista, abolendo la Camera dei deputati e sostituendola con una Camera dei fasci e delle corporazioni, di cui facevano parte di diritto e in numero non limitato soltanto i membri dei principali organi del regime fascista. A ragion veduta, dunque, Umberto Terracini, che aveva passato undici anni nelle carceri fasciste, il 18 settembre 1946 diceva alla Costituente: “Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni.”

 

La Costituzione della Repubblica


Finita la seconda guerra mondiale, in cui Mussolini aveva precipitato l’Italia, domenica e lunedì 2 e 3 giugno 1946, tutti i cittadini maggiorenni, comprese per la prima volta le donne, furono chiamati a votare sia per scegliere tra monarchia e repubblica sia per eleggere i 556 deputati dell’Assemblea Costituente, che ne avrebbero scritta la Costituzione.

 

Per evitare di “mettersi sul piano inclinato del governo d’assemblea” monocamerale – il pensiero andava alla Convenzione e al Terrore della Rivoluzione Francese – la Costituente decise di ricostituire un Parlamento bicamerale perfetto, come quello del Regno d’Italia, sostituendo però il Senato del Regno nominato dal re con un Senato della Repubblica eletto dai cittadini e perciò dotato degli stessi poteri della Camera dei deputati. Poi, per valorizzarli e distinguerli senza farne dei doppioni, fu deciso che la Camera fosse eletta per cinque anni su base nazionale e il Senato per sei anni su base regionale, e che l’età necessaria per eleggere ed essere eletti alla Camera fosse inferiore a quella necessaria per eleggere ed essere eletti al Senato. Inoltre, fu deciso che il numero dei deputati e dei senatori fosse proporzionato al numero degli abitanti, eleggendo però un deputato ogni 80.000 abitanti (o frazione superiore ai 40.000) e un senatore ogni 200.000 abitanti (o frazione superiore ai 100.000). Così, nel 1948, quando gli italiani erano circa 45 milioni, per il primo Parlamento della Repubblica Italiana furono eletti 574 deputati e 237 senatori; nel 1953, furono eletti 590 deputati e 237 senatori; e nel 1958, furono eletti 596 deputati e 246 senatori.

 

Ma il 9 febbraio 1963, cioè tre mesi prima delle nuove elezioni politiche, considerato da un lato che gli italiani erano già diventati 50 milioni e che la popolazione da oltre un secolo continuava a crescere, e dall’altro lato che i senatori erano troppo pochi per assolvere agli stessi compiti, cui i deputati assolvevano essendo in numero quasi triplo, il Parlamento, revisionando gli articoli 56, 57 e 60 della Costituzione, uniformò a 5 anni la durata massima delle due Camere; fissò il numero futuro dei deputati a 630, numero risultante dal censimento del 1961; infine, aggiungendo 68 unità ai 247 senatori, risultanti da quello stesso, ne aumentò e fissò il numero a 315, cioè alla metà dei deputati, migliorando così l’efficienza e la rappresentatività del Senato.

 

La deforma del M5S


Dopo la vittoria elettorale del 4 marzo 2018, il M5S si accordava con la Lega, formando un governo presieduto da Giuseppe Conte e basato su un Contratto, che al punto 20 prevedeva la rapida attribuzione dell’autonomia differenziata alle Regioni richiesta dalla Lega e la “drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori” richiesta dal M5S. Grazie a questa riduzione, si legge nel Contratto, “diverrà più efficiente l’iter di approvazione delle leggi, senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento”, rendendo “in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa, poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”: da 945 a 600.

 

L’8 agosto 2019, quando la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari sta per essere approvata per la quarta e ultima volta, come richiesto dall’art. 138 della Costituzione, la Lega, forte del grande consenso ottenuto alle elezioni europee, esce dalla maggioranza e chiede nuove elezioni politiche. Per evitarle, il M5S, che invece era in forte caduta di consensi, propone al PD, anch’esso in difficoltà elettorali, di formare un nuovo governo presieduto da Conte. Per evitare le elezioni e tornare al governo, pago della promessa fattagli dal M5S di approvare una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5% e alcune altre modifiche alla Costituzione – abbassare l’età necessaria per eleggere ed essere eletti al Senato, portandola a 18 e 25 anni, come per la Camera; eliminare la base regionale per l’elezione del Senato, eleggendolo su base nazionale, come la Camera; ridurre da 3 a 2 i delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica – che avrebbero limitato i danni prodotti dalla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, contro cui aveva votato per ben tre volte, il PD accetta la proposta e l’8 ottobre 2019, rovesciando la propria posizione politica, vota a favore della “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, che il M5S gli ha posto come conditio sine qua non per tornare al governo.

 

Alcuni senatori, contrari alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, raccolgono allora le firme necessarie per chiedere che il testo approvato dal Parlamento sia sottoposto al referendum previsto dall’art. 138 della Costituzione. Convocato per il 29 marzo 2020 e poi rinviato a causa della pandemia da Covid 19, il referendum è stato ora fissato per il 20 e 21 settembre 2020, insieme alle elezioni amministrative di alcuni Comuni e alcune Regioni. Sì che, in quei giorni, mentre sarà ancora in corso l’emergenza sanitaria da Covid 19, che il Governo ha ritenuto inevitabile prolungare fino al 15 ottobre 2020, tutti i cittadini maggiorenni saranno chiamati a dire SÌ o NO al testo della legge costituzionale, che, modificando gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, riduce da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 il numero dei senatori elettivi, stabilendo inoltre che il numero dei senatori a vita di nomina presidenziale in carica non dovrà mai essere superiore a 5.

 

Risparmio


Secondo i capi del M5S, questa “drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrà un risparmio per le casse dello Stato di circa 100 milioni di euro l’anno, pari a circa 1,60 euro per ogni abitante – cifra che molti ritengono largamente arrotondata per eccesso e comunque ben lontana dalle “ingenti riduzioni di spesa”, di cui parla il Contratto M5S-Lega. Confrontati con i quasi 900 miliardi, cui ormai ammonta il bilancio annuo dello Stato italiano, questi pochi milioni, 100, 70 o 50 che siano, tanto vantati dalla propaganda cinquestelle, ricordano piuttosto la metafora della montagna, che tra grandi dolori e lamenti finisce per partorire un topo ridicolo. Un risparmio reale e prezioso in tempi di vacche tanto magre per le casse dello Stato e ancor più per milioni di cittadini, ma che certo non meritava che si cambiasse addirittura la Costituzione per realizzarlo, tanto più che esso inizierebbe tra alcuni anni, poiché il numero dei parlamentari sarebbe ridotto soltanto con le prossime elezioni, previste per il 2023. In verità, se quel modesto risparmio fosse stato il vero scopo della “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, si sarebbe potuto ottenerlo già due anni fa, riducendo dello stesso 36,5 % non il numero dei parlamentari, bensì i loro compensi, portandoli dagli attuali 14.000 euro mensili a 10.000, cifra che sarebbe stata ancora superiore al compenso medio dei parlamentari degli altri Paesi dell’UE e addirittura il doppio dei 5.000 euro, cui il M5S prometteva di ridurre il compenso massimo di ogni pubblico dipendente.

 

Se poi, per qualche arcano risvolto della ideologia cinquestelle, il Parlamento dimezzato fosse stato ritenuto indispensabile, si sarebbe potuto dimezzare il numero dei deputati, da 630 a 315, senza toccare il Senato, che, se ridotto a 200 membri, perderà sicuramente efficienza, visto che nel 1963 fu necessario aumentare i senatori da 247 a 315 proprio per ragioni di efficienza.

 

Efficienza


Dai resoconti del Comitato per la legislazione di Camera e Senato risulta che negli ultimi 12 anni il Parlamento ha approvato 818 leggi: oltre 68 leggi l’anno. Ora, se efficienza è fare presto e bene il proprio dovere, e il primo dovere del Parlamento è fare le leggi, il Parlamento, almeno per farle presto, è certamente efficiente, perché fa più di una legge a settimana; cosa che gli è resa possibile dal suo bicameralismo perfetto, che, contrariamente a quanto in genere si dice e si scrive, non raddoppia, ma quasi dimezza i tempi di approvazione delle leggi, perché permette alle due Camere di lavorare non in successione, ma in parallelo, cioè in contemporanea, su disegni di legge diversi, scambiandosene poi i testi, per fare un controllo incrociato sul lavoro che esse hanno fatto, sì che il testo finale risulterà, se non altro, più ponderato.

 

Il Parlamento, dunque, di leggi ne fa tante. Le fa anche bene? Non potendo né dovendo qui addentrarci in un’analisi qualitativa delle diverse leggi approvate dal Parlamento italiano, diciamo soltanto che, secondo noi, potrebbe farle anche meglio, se per circa l’80 % esse non fossero proposte e spesso imposte dal governo di turno, che sempre più spesso prima le emana come decreti legge, contenenti anche centinaia di articoli di argomento molto diverso tra loro, validi per 60 giorni, durante i quali poi riesce a farle trasformare in leggi, ricattando i parlamentari, con il porre su di esse la questione di fiducia: se non l’approvate, il governo si dimette, si torna alle urne e chi ha votato contro la fiducia sarà espulso dal partito o comunque non sarà ricandidato.

 

Con questi ricatti nei confronti del Parlamento – ricatti incostituzionali, perché l’art. 94 della Costituzione dice che il Governo è fiduciario, non proprietario, delle due Camere – i governi sono riusciti a far credere a molti cittadini, soprattutto a quelli che conoscono meno la Costituzione e le diverse funzioni dei poteri dello Stato, che l’inefficienza, con cui ci scontriamo in tutti gli uffici pubblici, dove non funziona mai niente come dovrebbe, sia colpa del Parlamento, che non farebbe le leggi. Mentre, in verità, la colpa è semmai del Governo, che da un lato lascia gli uffici pubblici – su cui il Parlamento non ha alcun potere, perché essi fanno parte della Pubblica Amministrazione, che, secondo il Titolo III della Parte II della Costituzione, fa parte del Governo – senza il personale e i mezzi necessari, e dall’altro lato spesso non emana neppure i decreti attuativi, senza i quali gli uffici o non possono o non sanno come devono applicare le leggi approvate dal Parlamento, che pertanto vengono applicate solo in parte o in ritardo o rimangono addirittura lettera morta, mentre i governi, anziché governare, passano il tempo a fare nuove leggi e a cambiare la Costituzione.

 

Chi, dunque, volesse risolvere il problema dell’inefficienza dei pubblici uffici, che tanta fatica e rabbia procurano a chiunque abbia a che fare con essi, non dovrebbe preoccuparsi dell’efficienza del Parlamento, che di leggi ne approva anche troppe, ma dell’inefficienza del Governo e della Pubblica Amministrazione, cioè degli uffici pubblici, che non applicano le leggi approvate dal Parlamento. Ridurre, poi, il numero dei parlamentari per aumentare l’efficienza del Parlamento, dando, così, altro potere al Governo, è come dare più potere a un amministratore, che, invece di attuare le delibere dell’assemblea dei condomini, ne attua soltanto le parti che gli sono gradite.

 

Rappresentanza


Secondo il Contratto firmato dal M5S e dalla Lega, “la drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrebbe risparmio ed efficienza “senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento”. 

 

Ora, se è vero che l’elezione è necessaria per garantire la legittimità dei rappresentanti, è anche vero che da sola essa non basta per garantirne la rappresentatività, perché questa non dipende dalla legittimità, ma dalla qualità e dalla quantità degli eletti. Per questo e per favorire il più possibile la partecipazione dei cittadini alla gestione della Repubblica (res publica), la Costituente volle che i membri del Parlamento fossero il più numerosi possibile – il detto “pochi, ma buoni” va bene per le oligarchie, non per le democrazie – e in numero proporzionato al numero degli abitanti, sì che, crescendo il numero dei rappresentati, crescesse anche quello dei loro rappresentanti. Anche perché, disse, il 27 gennaio 1947, il presidente Terracini: “In fondo le elezioni rappresentano soltanto un primo momento, quello della scelta dei responsabili della vita politica del Paese; ma è noto che nell’interno delle Assemblee elette avviene una seconda scelta, naturalmente causata dalle particolari attitudini dei componenti, via via che essi hanno occasione di mettersi in rilievo.” Così, ridurre il numero dei parlamentari significa escludere a priori eventuali nuovi talenti, cosa che nessun allenatore sportivo farebbe, convocando il minor numero di atleti possibile.

 

Nessun dubbio, perciò, che “la drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrebbe una grave riduzione della rappresentatività del Parlamento, che ridotto a 400 deputati, meno dei 443 che aveva nel 1861, quando gli abitanti erano 22 milioni, rappresenterebbe assai male – come una foto a bassa risoluzione – i 60 milioni di abitanti attuali, che pertanto avrebbero sempre più difficoltà ad accettare e rispettare le leggi di un Parlamento, in cui si riconoscono poco o non si riconoscono affatto. Una riduzione di numero e di rappresentatività che colpirebbe in particolar modo il Senato, che, ridotto a 200 senatori, cioè a meno dei 247 che nel 1963 fu necessario aumentare a 315, non potrebbe più adempiere in maniera efficiente agli impegni, cui la Camera adempirebbe invece con 400 deputati. Una riduzione numerica, poi, gravemente ingiusta per Regioni come la Calabria, che con 2 milioni di abitanti, eleggerebbe 6 senatori come farebbe il Trentino – Alto Adige, che ha 1 milione di abitanti, sì che, violando l’art. 48 della Costituzione, secondo cui tutti i voti sono uguali, cioè hanno valore uguale, il voto dei trentini e degli altoatesini varrebbe il doppio del voto dei calabresi. Così dalla “legge truffa” del 1953 si giunge alla deforma truffa del 2019.

 

Elezione


L’art. 48 della Costituzione, parlando degli elettori, dice che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Gli articoli 56, 57 e 58, invece, parlando di Camera e Senato, dicono che i deputati sono 630 e i senatori 315, che 12 deputati e 6 senatori sono eletti nella circoscrizione Estero e che la Camera dei deputati e i senatori sono eletti “a suffragio universale e diretto”. Quanto alla legge elettorale, con cui essi avrebbero dovuto essere eletti, avendo scelto il bicameralismo perfetto, la Costituente, per differenziare ulteriormente le due Camere e rispettare meglio la diversità di opinioni, che sui sistemi elettorali esisteva anche allora tra i costituenti e tra i cittadini, decise che le due Camere fossero elette con due sistemi elettorali diversi.

 

Il 23 settembre 1947, infatti, su proposta di Antonio Giolitti, comunista, essa approvò il seguente ordine del giorno: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale.» Poi, il 7 ottobre, su proposta di Francesco Saverio Nitti, liberale, e di altri 18 deputati, tra cui Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, essa approvò il seguente ordine del giorno: «L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sarà eletto con suffragio universale e diretto col sistema del collegio uninominale.» Ma il 20 gennaio 1948, quando, a Costituzione ormai promulgata, si trattò di stabilire la legge con cui sarebbe stato eletto il Senato – la Camera sarebbe stata eletta con il sistema proporzionale, con cui era stata eletta l’Assemblea Costituente – nel fissare il quorum maggioritario, la Costituente approvò l’emendamento di Giuseppe Dossetti, democristiano, che propose di sostituire le parole «metà più uno» della proposta governativa con «settantacinque per cento», quorum altissimo, che la successiva legge elettorale 6 febbraio 1948, n. 29, sostituì con «un numero di voti validi non inferiore al 65 per cento dei votanti», stabilendo, inoltre, che gli altri seggi spettanti alla Regione rimasti vacanti sarebbero stati assegnati alle liste e ai candidati in proporzione ai voti ottenuti.

 

Con questo sistema elettorale, proporzionale non soltanto per la Camera, ma, di fatto, anche per il Senato, gli italiani hanno votato dal 1948 al 1992, quando, in seguito agli scandali partitocratici di tangentopoli e ai referendum elettorali di Mario Segni, nel 1993 esso fu sostituito dal mattarellum, che assegnava il 75 % dei seggi con il sistema uninominale e il 25 % con il proporzionale. Nel 2005, il mattarellum fu sostituito dal porcellum, con cui fu rinnovato per tre volte il Parlamento, ma che, avendo liste bloccate e premio di maggioranza senza soglia, fu dichiarato incostituzionale nel 2014 e sostituito nel 2015 dall’italicum, dichiarato incostituzionale nel 2017, prima ancora di essere applicato, e perciò subito sostituito dal rosatellum, un sistema elettorale misto, che assegna il 37 % dei seggi con il sistema uninominale, il 61 % con il sistema proporzionale e ne riserva il 2 % agli italiani residenti all’estero, senza comunque permettere ai cittadini di eleggere con voto “personale e diretto”, come volle la Costituente e vuole la Costituzione, la persona in cui essi meglio si riconoscano. Sì che gli eletti, anziché preoccuparsi dei propri elettori, che neppure conoscono, si preoccupano dei capipartito, che li hanno messi in lista, in posizione utile per essere eletti.

 

Così, mentre il Governo resta in mano ai partiti, che in 72 anni non hanno ancora attuato l’art. 49 della Costituzione, che pretende da essi il rispetto del metodo democratico, da cui essi rifuggono, il Parlamento, stretto tra le pretese dei partiti e i ricatti del Governo, perde rappresentatività, prestigio e autostima, fino a essere considerato pletorico e nullafacente da molti cittadini, e ad autoinfliggersi la “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, che costituisce la prima ganascia del progetto eversivo della Repubblica, progettato dal M5S e dalla Lega; la seconda è l’autonomia differenziata.

 

Autonomia


Come abbiamo accennato al punto 3. di questo Vienimecum, oltre alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, il punto 20. del Contratto, firmato dal M5S e dalla Lega nel maggio 2018 davanti a un notaio, prevedeva anche, sotto il profilo del regionalismo, l’impegno “di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle competenze necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”.

 

Il 6 febbraio 1947, nella Relazione al Progetto di Costituzione, Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75, che l’aveva elaborato, scriveva: “L’innovazione più profonda introdotta dalla costituzione è nell’ordinamento strutturale dello Stato, su basi di autonomia; e può aver portata decisiva per la storia del Paese.” In effetti, nel rifiutare la repubblica federale proposta da Emilio Lussu e Piero Calamandrei, azionisti, l’Assemblea Costituente non intendeva ribadire il centralismo prefettizio dello Statuto albertino, aggravato dalla dittatura fascista, ma intendeva valorizzare al massimo le autonomie locali, secondo i principi del regionalismo autonomista. In questo senso, autonomia regionale nell’unità statale, l’art. 5 della Costituzione proclama che “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”. Se il compromesso costituzionale, che aveva prodotto questo Stato regionale, fosse stato subito attuato e lealmente applicato, l’autonomia, come scriveva Ruini, avrebbe potuto avere davvero una “portata decisiva per la storia del Paese”; in senso migliorativo s’intende. Ma la Costituzione rimase per decenni inattuata e dimenticata; e quando, negli anni Ottanta, cominciò a tornare al centro del dibattito politico, vi tornò perché chi l’aveva per decenni tradita cominciò a denigrarla come vecchia e bisognosa di aggiornamenti, che furono tentati più volte negli anni Novanta e che nel 2001 portarono alla deforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, voluta soprattutto dai partiti che sostenevano il governo dell’Ulivo.

 

A seguito di questa sciagurata deforma voluta dai partiti dell’Ulivo, per sottrarre consensi alla Lega Nord, che poneva con forza e successo l’aut-aut federalismo o secessione, il terzo comma del nuovo art. 116, richiamato dal Contratto M5S-Lega, prevede che alle Regioni, che le richiedano, lo Stato può attribuire “forme e condizioni particolari di autonomia” in ben 23 materie, articolate in circa 130 funzioni, che toccano tutti gli aspetti della vita sociale ed economica dei cittadini: dal lavoro, alla sanità, alla scuola, all’ambiente, ai trasporti, alle infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti), alla giustizia di pace. Ora, poiché le maggioranze politiche di destra e di sinistra, susseguitesi dopo il 2001, anziché curare l’attuazione del Titolo V deformato, si sono dedicate a deformare altre decine e decine di articoli della Costituzione, finendo però sconfitti nei referendum oppositivi del 2006 e del 2016, oggi, a 72 anni dall’approvazione della Costituzione e a quasi 20 dalla deforma del Titolo V, ci troviamo ancora a dovere difendere l’unità e indivisibilità della Repubblica dalla secessione regionalista promossa dalla Lega, ma anche dal PD, a favore di Regioni, che peraltro hanno dato pessima prova di sé nella pandemia da Covid 19.

 

Altri


Un argomento del tutto assente nel Contratto M5S-Lega, ma molto presente, invece, nella propaganda politica dei sostenitori del SÌ alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, è il confronto tra il numero dei parlamentari italiani e il numero dei parlamentari di altri Paesi, vicini e lontani, federali e unitari, dalla Francia, all’India, agli Stati Uniti d’America.

 

Questo modo di argomentare per una riduzione del numero dei parlamentari non è né nuovo né profondo. Convinto che il numero dei parlamentari previsti dalla Commissione dei 75 fossero troppi, il 16 settembre 1947, parlando alla Costituente, Francesco Saverio Nitti disse: “Accadrà dei legislatori come della nostra moneta, che più ne emettiamo e più diminuisce di valore; più aumenta il numero dei nostri legislatori e più essi diminuiranno di serietà e di prestigio! Sapete l’America quanti senatori ha per ogni Stato? Due. E quanti sono i Senatori? Sono 96. I Deputati invece sono 435, cioè assai meno di noi, della nostra Costituente. Dunque noi abbiamo meno di un terzo degli abitanti degli Stati Uniti e siamo qui dentro molto più numerosi dei rappresentanti degli Stati Uniti che sono soltanto 435.” Ma tre giorni dopo, il 19 settembre, Meuccio Ruini, presidente e portavoce della Commissione dei 75, che aveva preparato il Progetto, su cui allora l’Assemblea Costituente discuteva, disse: “L’onorevole Nitti ha sollevata una questione sul numero dei membri del Parlamento, secondo il progetto. Troppi, ha detto; in nessun altro paese sono tanti quanti voi proponete! Non è così; ho a disposizione dell’onorevole Nitti un quadro, dal quale risulta che se i parlamentari, i politicians, sono in minor numero negli Stati Uniti (e qualcuno se ne lagna, per il carattere «professionale ed oligarchico» che ne deriva), sono di più in Francia, in Inghilterra ed altrove. L’onorevole Nitti troverà resistenza nei piccoli partiti, come il suo, se vorrà ridurre il numero. Siamo ad ogni modo d’accordo: non troppi”.

 

Conosciamo la decisione presa in merito dalla Costituente, sappiamo come essa fu modificata nel 1963, aumentando il numero dei senatori, e come è stata cambiata nel 2019, riducendo i deputati a 400, lo stesso numero cui li aveva ridotti nel 1929 Mussolini, che dieci anni dopo, nel 1939, abolì le elezioni e la Camera dei deputati, dichiarando un anno dopo, il 10 giugno 1940, guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, precipitando così l’Italia nella seconda guerra mondiale, senza che nessuna autorità costituita avesse o trovasse la forza di opporsi a tale follia. In ogni caso, quando oggi si fanno questi confronti, bisogna distinguere almeno tra Stati federali, come USA e Germania, che oltre a un Parlamento federale hanno anche un Parlamento per ognuno degli Stati federati, e Stati unitari, come Francia e Italia, che hanno soltanto il Parlamento nazionale, costituito da un numero di membri necessariamente superiore a quello di un Parlamento federale. Così, per esempio, il Parlamento dell’Unione Europea è costituito da 705 deputati, benché i suoi abitanti siano quasi 450 milioni e gli Stati membri 27, ciascuno dei quali, però, ha almeno un Parlamento nazionale, oltre agli eventuali parlamenti degli Stati federati. Senza tenere conto se non altro di queste grandi differenze istituzionali, che sono il risultato delle storie diverse dei vari Paesi, ridurre il numero dei nostri parlamentari, perché quelli di qualche altro Paese sono di meno, sarebbe come accorciare i pantaloni dei watussi, perché i pigmei li hanno più corti.

 

Del resto: quanti e quali sono gli altri Paesi che, con tutti i problemi che abbiamo e che hanno, stanno spaccandosi per ridurre il numero dei loro parlamentari?

 

NO e poi NO La lettura attenta del punto 20 del loro Contratto dimostra che M5S e Lega mirano a cambiare, con “alcuni interventi limitati, puntuali, omogenei” sulla nostra Costituzione, sia la forma di governo, rovesciando il rapporto di priorità tra Governo e Parlamento, sia la forma di Stato, spostando potere dallo Stato alle Regioni, mutando così radicalmente i delicati equilibri di potere stabiliti dall’Assemblea Costituente, unica ad averne storicamente e giuridicamente il potere e il diritto, poiché il popolo italiano l’aveva eletta con questo specifico scopo.

 

Con la “drastica riduzione del numero dei parlamentari” il Parlamento perderebbe efficienza e rappresentatività, e i parlamentari sarebbero ancora più esposti ai ricatti del Governo, che si serve della questione di fiducia per ottenere l’approvazione delle leggi che pretende, e alle pressioni dei capipartito, che li espellono o li mettono in lista secondo l’obbedienza dimostrata alle loro direttive. Con l’autonomia regionale, invece, differenziata in base ai desiderata delle Regioni, recuperando tacitamente l’emendamento Caronia, che voleva esentarle dall’obbligo di rispettare le leggi dello Stato, ma che la Costituente bocciò seccamente il 3 luglio 1947, la Repubblica “una e indivisibile”, proclamata dall’art. 5 della Costituzione, finirebbe frantumata staterelli regionali, così che l’Italia prederebbe anche l’unità politica conquistata prima con il Risorgimento e le guerre d’indipendenza, e difesa poi con la Resistenza e la guerra di liberazione dal fascismo e dall’occupatore nazista

 

Per questi motivi, chi ama la Costituzione – “Quanto sangue, quanto dolore, per arrivare a questa Costituzione!” diceva, il 26 gennaio 1955, Piero Calamandrei agli studenti milanesi – dovrebbe respingere il progetto eversivo del Contratto M5S-Lega, prima votando NO alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, pretesa dal M5S, e poi dicendo NO all’autonomia differenziata, pretesa dalla Lega, ma anche dal PD, che porterebbe a un’ulteriore e forse definitiva spaccatura tra il Nord più ricco del Paese e il Sud più povero, con una vera e propria “secessione dei ricchi”.

 

NO e poi NO a codesta deforma.