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IL NO CRESCE . NIENTE BARATTO TRA GOVERNO E COSTITUZIONE

Massimo Villone

da Il Manifesto

 

Il No cresce, rapidamente. Aumentano le voci contrarie al ritaglio del parlamento, come Saviano su La Stampa (10 settembre) con una intervista duramente critica.

 

Si rafforza la sensazione che il referendum sia diventato contendibile. Secondo un’opinione, perché cresce a destra la convinzione che la vittoria del No – in specie se insieme a una sconfitta delle forze di maggioranza nel voto regionale e locale – sarebbe per il governo una spallata insostenibile.

 

Certo, si consolida nei soggetti politici la consapevolezza che il taglio dei parlamentari è una bandiera – populistica e demagogica – solo per il M5S, che infatti la difende con le unghie e con i denti. Degli altri, nessuno è davvero in campo.

 

Zingaretti in direzione Pd ha difeso un accordo già disatteso dall’altro contraente. Ma sa bene che una parte significativa del gruppo dirigente e dei militanti non lo segue sulla via del Sì, e non lo seguirà.

 

Ribadiamo ancora che il No referendario è contro una cattiva riforma e per la Costituzione, non contro Palazzo Chigi. Nel caso, l’errore è stato fatto da chi ha reso il taglio una condizione per la nascita e la permanenza in carica del governo.

 

Qui può nascere nelle opposizioni l’interesse a usare il referendum per attaccare l’esecutivo. Per noi, pesa invece il peccato originale di aver consentito il baratto tra la Costituzione e un governo. Beni incomparabili.

 

La riforma va respinta perché è priva di validi argomenti, prospetta vantaggi ipotetici, provoca danni certi. Il risparmio – motivazione in sé miserabile – è ormai ridicolizzato. Le comparazioni con altri paesi sono false e fuorvianti.

 

L’aumento dell’efficienza è smentito quotidianamente dalla constatazione che il parlamento non funziona – in aula e nelle commissioni – quando la maggioranza litiga. Litigano oggi in molti, litigherebbero domani in pochi. Mentre è certificato il danno alla rappresentanza, in specie per regioni piccole e medie e le forze politiche minori.

 

A parte il M5S, tutti sanno – e ammettono – che si tratta di una cattiva riforma.

 

I «correttivi» di cui si parla per renderla meno inaccettabile sono lontani dal vedere la luce, e si crea un paradosso. Votare sì è come costruire una casa su fondamenta malferme, con la promessa di rafforzarle poi. Nemmeno l’ultimo capomastro o geometra – con ogni rispetto per la categoria – lo farebbe. Ma è proprio quello che i soi-disant riformatori intendono.

 

Tra l’altro, con correttivi che non correggono affatto.

 

Anche la più proporzionale delle leggi elettorali lascerebbe irrisolto il problema del bavaglio a forze politiche e territori. Lo stesso accadrebbe con la rimodulazione della base elettorale del senato – oggi regionale per l’art. 57 della Costituzione – in circoscrizioni pluriregionali. Per non parlare del mantenimento delle liste bloccate, tuttora previsto dal testo base di Brescia, e della polemica già partita sulla introduzione delle preferenze.

 

Lo stesso vale per Violante, che suggerisce una raccolta di firme per ulteriori riforme. Proprio Violante, ex presidente della Camera, sa quanto poco pesino le firme su una proposta, che il partito potrebbe scrivere e presentare nel giro di qualche ora con il sostegno di decine di parlamentari.

 

Perché non la presenta? Evidentemente pensa che il partner di governo non sia disponibile. E infatti M5S ha già chiuso la porta dicendo che intanto si vota Sì. E allora?

 

Qui la destra ha le idee più chiare. Ha capito che il Sì referendario si può bene iscrivere in una strategia volta a indebolire il parlamento in vista non di correttivi, ma di ulteriori stravolgimenti. Non è un caso che nella rinsaldata sintonia del centrodestra si ritrovi l’Italia delle repubblichette del regionalismo differenziato, riunita sotto l’egida del presidenzialismo e dell’uomo solo al comando.
Lo conferma da ultimo Toti, con un’intervista a La Stampa (10 settembre) in cui apre al referendum «se sarà il primo fiocco di neve che porterà a una valanga», che arrivi al semi-presidenzialismo alla francese, al senato delle regioni e all’autonomia differenziata. Qualifica quella da lui richiesta insieme ai separatisti del Nord come «blanda».

 

Non lo è affatto. Proprio il Covid dovrebbe averci insegnato – ad esempio da ultimo con la scuola – che il paese del fai da te localistico è debole.

 

Qui non si vuole correggere, ma stravolgere, non riformare, ma rottamare. No, grazie.