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«IL SISTEMA SANITARIO E' UN BUCO NERO SENZA CONTROLLI E CONTROLLORI

21/11/2020

da il Manifesto

Silvio Messinetti

 

Calabria. Santo Gioffrè racconta il «male oscuro dell'Azienda sanitaria provinciale». L’ex commissario a Reggio: «Nel corso degli anni l’Azienda è stata usata come un bancomat»

 

Che nelle Aziende sanitarie calabresi più di qualcosa non funzionasse è ormai un dato acclarato. Quelle di Catanzaro e Reggio Calabria sono tuttora commissariate per infiltrazioni della ‘ndrangheta. Stesso destino per l’Asp di Cosenza per altri motivi. Santo Gioffrè, comunista, «leninista» ci tiene a precisare, ginecologo presso l’ospedale di Palmi, già assessore alla cultura della provincia di Reggio, affermato scrittore, nel marzo del 2015 venne nominato commissario straordinario dell’Asp reggina. Dalla tolda di comando scoprì il «sistema» delle doppie e triple fatture per ingrassare tanti a partire dalle multinazionali del farmaco. Venne rimosso dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) cinque mesi dopo.

 

Dottor Gioffrè, partiamo da quei lunghi cinque mesi da commissario. Cosa ebbe modo di scoprire e perché venne disarcionato?

 

Ho scoperto il male oscuro dell’Asp. Nel corso degli anni l’Azienda è stata usata come un bancomat, chi era furbo faceva tutto quel che voleva e lo faceva legalmente, perché la mancanza di carte e opache strategie lo permettevano. Un debito enorme di 380 milioni, con una miriade di fatture pagate ma non contabilizzate e quindi sovente saldate due, persino tre volte. Le case di cura private e le aziende farmaceutiche ci marciavano. Ho provato in quei mesi a ricostruire i bilanci e mi trovai davanti al caos totale. Se consideri che da cinque anni la Calabria già subiva un piano di rientro lacrime e sangue la situazione era drammatica. Ben 18 ospedali periferici vennero chiusi, le assunzioni bloccate e i nosocomi aperti erano in sofferenza disarmante. L’effetto immediato fu una emigrazione sanitaria galoppante. I calabresi costretti a curarsi fuori trasferivano oltre 300 milioni in altre casse regionali. Poi iniziò una campagna denigratoria contro di me. Mi accusarono di tutto. Il punto debole era stata la mia candidatura alle comunali di Seminara, ciò rendeva la mia nomina inconferibile in base dalla legge Severino. La mia obiezione, avallata dai miei legali, era che la Severino fosse applicabile alla nomina di direttore generale e non a quella di commissario. Così dopo cinque mesi e dopo innumerevoli richieste di chiarimenti, non ero più commissario. Proprio nel momento in cui ero arrivato a capire il meccanismo con cui venivano illegalmente sottratti milioni all’Asp e la mancanza di carte tra il 2007 e 2011. E proprio quando mi stavo attrezzando a ricostruire i bilanci.

 

Nel 2010 iniziò anche il commissariamento della sanità regionale, con Scopelliti. Non crede che vada proprio superata la stagione commissariale?

 

D’accordo, ma prima vanno ripianati i bilanci, vanno ricostruite e contabilizzate le ruberie, individuati i responsabili. È una questione di giustizia sociale. Non è con la pietra tombale sul passato che si fa giustizia. Ma cercando i responsabili nella massoneria, nella’ ndrangheta, tra i colletti bianchi. L’azzeramento del debito sarebbe un’offesa ai tanti morti di malasanità di questo decennio.

 

Dall’inchiesta della Dda di Catanzaro che ha inguaiato Mimmo Tallini, emerge una truffa al Ssn: la vendita di contrabbando dei medicinali antitumorali per i malati oncologici da rivendere all’estero. Perché la sanità è stato sempre il ventre molle dell’economia e la vigna a cui abbeverarsi?

 

Il motivo è semplice: il sistema sanitario è un buco nero senza controlli e controllori. I bilanci non vengono analizzati per cui chi conosce i trucchi del sistema e sa destreggiarsi nel verminaio si approvvigiona a piacimento. Se le entrate e le uscite non vengono registrate è chiaro che ognuno fa come vuole. È un sistema marcio che fa marcire un’intera regione.