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IL MONDO GUARDA SENZA «FARO»

Tommaso Di Francesco

 

The End. La crisi della democrazia americana si riverbera a livello globale, ma c'è una residua speranza

 

Per favore niente retorica. Perché in questo momento sembrano abbondare le interpretazioni che tendono a mettere tra parentesi, sotto il tappeto, l’evento: l’assalto, anche armato, di «patrioti» americani al Congresso statunitense. Tanti i giudizi nostrani ed europei che insistono a dire che quasi non è successo nulla, con tanti trumpisti di casa nostra (avete presente Salvini che gira con la mascherina con la foto di Trump) che ora prendono le distanze. In fondo, sembrano dire che nella notte Pelosi ha riconvocato il Congresso, la proclamazione del nuovo presidente Biden alla fine c’è stata, Trump stesso dice che il passaggio di poteri il 20 gennaio ci sarà – ma attenzione, ribadisce che il risultato del voto è stato un furto e ringrazia «con amore» i manifestanti. E poi la statua della libertà sta sempre lì al suo posto. Così, se ha grande valore l’accusa di Biden a Trump di «terrorismo domestico», altre sue parole davvero non aiutano: «Non è questa la faccia dell’America…il mondo ci guarda…noi siamo un faro di democrazia».

 

Oltre il velo ormai strappato della retorica, l’assalto di Washington è invece una svolta epocale, non una serie tv o uno spy film. E accaduto, perché dimenticarlo, nel giorno in cui negli Usa ci sono stati 4mila morti per Covid. Questo 6 gennaio 2021 americano è paragonabile soltanto alla caduta del Muro di Berlino ed è peggio dell’11 Settembre 2001: cadono l’immaginario e il contenuto di quello che è stato contrabbandato come «faro internazionale».

 

E l’atto di terrorismo squadrista avviene dall’interno e contro i simboli fondativi della rappresentanza americana. È questa la vera faccia – degli Stati uniti: la violenza, nei rapporti sociali interni e internazionali, ammantata di democrazia. Ha ragione invece Biden a preoccuparsi perché «il mondo ci guarda». Tutto avviene sotto gli occhi attoniti del mondo intero. Un mondo alle prese con la costruzione, continente per continente, di un proprio modello politico, ma spesso devastato dalla protezione proprietaria Usa per almeno 70 anni. Con golpe, destabilizzazioni, guerre molte ancora in corso e tutte spacciate per interventi a favore della democrazia – dal Guatemala (ce lo ricorda perfino Vargas Llosa) al Cile ai Balcani, dall’Iran all’Iraq, dal plauso a Eltsin che bombarda il parlamento russo, a piazza Maidan in Ucraina, dalla Palestina al Venezuela e a Cuba, ecc.ecc… Alan Friedman, non un bolscevico, ha dichiarato: «Ora non possiamo essere più il modello di democrazia». Ecco il punto.

 

E nessuno si chiede come mai 74 milioni di persone abbiamo votato per Trump, lo seguano come un guru anti-élite lui che è un oligarca di Manhattan, mentre i sondaggi tra gli elettori repubblicani plaudono all’assalto squadrista aizzato poco prima dal presidente in carica al grido: «È una frode».

 

Se alla fine il Grand Old Party esploderà, in parte finirà nelle mani di Trump o di un nuovo movimento eversivo. Trump, il «fuori di testa» come solo adesso lo definiscono alcuni repubblicani, rappresenta proprio la deriva sociale e politica degli Stati uniti, alle prese da anni con una guerra civile strisciante, armata per «diritto costituzionale», e dove decine di milioni di persone, spesso diseredate e misere (la pancia dell’America) seguono il sogno ormai impossibile della Great America, bianca, razzista e suprematista. A Biden stavolta non basterà scaricare con l’«interventismo umanitario» ancora violenza all’esterno. Il mondo ha visto sbriciolarsi in poche ore il modello al quale è stato più o meno costretto per convinzione di potere o per disperazione tra miserie e macerie belliche.

 

La crisi della democrazia americana si riverbera nel mondo. C’è una residua speranza? Sì il voto storico in Georgia degli afroamericani preparato da una vasta mobilitazione sociale, la protesta diffusa delle minoranze e di Black Lives Matter, i movimenti per i diritti delle donne e sociali, la richiesta di socialismo ormai di casa nelle fila democratiche e ora anche al Congresso. Questa è la democrazia che può difendere la democrazia. Che non sta sulla canna dei fucili dei marine, né nel mondo né negli Stati uniti.