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LA LUNGA MARCIA SUL CAMPIDOGLIO

09/01/2021

da il Manifesto

Bruno Cartosio

 

The day after. L’elezione di Biden e Kamala Harris e la epocale duplice vittoria di Ossoff e Warnock in Georgia sono segnali importanti di ricomposizione, analoghi a quelli del 2008. Tuttavia, anche senza Trump, ideologia e prassi del trumpismo restano, come restano neoliberismo, disuguaglianze e divisioni sociali

 

La lunga indecenza finisce in un crescendo di sconcezze. E di violenza. Dopo l’invasione del Campidoglio da parte delle milizie trumpiane, la vittoria di Biden è stata comunque ratificata il giorno dopo. Trump resta, ma tra ora e il 20 gennaio, quando Biden entrerà in carica, nessuno più obbedirà ai suoi ordini. Il 6 gennaio il padrone di casa l’ha fatta troppo grossa anche per i suoi servi: prima nel discorso delirante con cui incitava i suoi a seguirlo nella marcia sul Campidoglio, poi nel messaggino in cui, dopo il refrain sulla vittoria rubata, diceva loro – «very special people», «we love you» – di tornare a casa «in peace».

 

E infine, a disastro compiuto e con cinque morti sul gobbo, riprendeva la parola per dire di avere voluto accertare la regolarità del voto, e preannunciava la pacifica transizione dei poteri e la “riconciliazione”. Nel mentre, si consultava con i pochi che gli restavano sulla possibilità di concedere il «perdono presidenziale» a se stesso. Da ricovero, dicono gli psicologi.

 

Il compito di Mike Pence, ora nemico perché guarito in extremis dalla trumpite mentre presiedeva alla ratifica dell’esito elettorale, sarà quello di tenerlo d’occhio. I democratici gli hanno chiesto di avviare la destituzione di Trump, dichiarando il suo stato di irresponsabilità mentale e, insieme, la sua responsabilità politica per gli attacchi finali a tutti i legittimi procedimenti istituzionali.

 

Pence non lo farà; né lo faranno quei membri del gabinetto Trump che si stanno dimettendo proprio per non trovarsi a dover decidere se dare o no la loro pugnalata a Cesare. Tra quanti negli anni scorsi hanno discusso se Trump fosse o no un fascista, lo studioso Timothy Snyder aveva prefigurato due sviluppi possibili della sua presidenza: Trump avrebbe messo in atto un colpo di stato, che pur fallendo avrebbe portato il paese alla rovina, e si sarebbe infine suicidato. Ora il golpe è stato tentato ed è fallito, il paese è diviso come mai prima e si è compiuto il suicidio, anche se solo politico, dell’aspirante autocrate.

 

Follia, certo. Ma non solo e, soprattutto, non di uno solo. Biden ha detto l’altro giorno che la democrazia è «fragile». Vero. Ed era già un organismo assai infragilito quello consegnato nelle mani di un demagogo senza scrupoli e senza freni quattro anni fa. Sul piano politico lo hanno reso tale i partiti e i presidenti dagli anni Settanta a oggi. Ognuno dei presidenti – con la parziale eccezione di Obama – si è meritato la sua menzione disonorevole, ma il danno che hanno fatto alla politica e alla società Nixon, Reagan, Bush figlio e Trump è stato diverso per ciascuno ma sempre più grave.

 

Anche Bill Clinton ha fatto la sua parte – contro i lavoratori e a favore dei capitalisti – ed entrambi i partiti hanno sempre obbedito agli imperativi di arricchimento e sopraffazione sociale che gli erano proposti dal grande capitale. Nessuno ha messo in discussione le logiche neoliberiste che approfondivano sempre più le disuguaglianze. Il mondo del lavoro, storico baricentro stabile della società, perno dell’economia e garante della democrazia, è stato fiaccato e marginalizzato.

 

Ai lavoratori solo le briciole. Contro minoranze e donne sono state rinfocolati i pregiudizi – chiave per il loro indebolimento sociale e politico – che con fatica erano stati delegittimati nei decenni precedenti. Il principio guida di politici e capitalisti è stato la scomposizione della società in frazioni separate e possibilmente antagoniste tra loro: dividere per dominare.

 

Barack Obama ha interrotto quel processo, coagulando il consenso necessario per arrivare alla presidenza e mostrando che un’inversione ricompositiva era possibile. Nei suoi otto anni, il Partito repubblicano il cui solo obiettivo era la riconquista a ogni costo del potere politico ha aperto la strada al demagogo Trump. Entrambi sono stati e sono privi di scrupoli e di principi, disposti a fomentare per poi mobilitare i problemi, lo scontento e i risentimenti sedimentati, in particolare, dalla Grande recessione del decennio scorso.

 

Hanno riattizzato i pregiudizi, rilegittimando le correnti razziste, sessiste, suprematiste, irrazionaliste e in parte apertamente fasciste. Hanno avvelenato la società statunitense e fornito modelli di governo al resto del mondo.

 

Ora è stata la sconfitta di Trump, del suo partito e di quelle correnti reazionarie – dopo quella del 2018 – ad avere portato gli uni e le altre all’insensato e tragico colpo di coda squadristico del 6 gennaio. Il demagogo aveva vinto nel 2016, ma nella società divisa le risposte contrarie sono state immediate e ripetute.

 

Lo hanno respinto donne e giovani, lavoratori e lavoratrici dei servizi poveri, dei settori pubblici e del commercio, minoranze nere e ispaniche. Infine, la composita sollevazione innescata dall’omicidio poliziesco di George Floyd ha mostrato le possibilità intrinseche a una partecipazione democratica su vasta scala. Il voto ne è stato conseguenza.

 

L’elezione di Biden e Kamala Harris e la epocale duplice vittoria di Ossoff e Warnock in Georgia sono segnali importanti di ricomposizione, analoghi a quelli del 2008. Tuttavia, anche senza Trump, ideologia e prassi del trumpismo restano, come restano neoliberismo, disuguaglianze e divisioni sociali. E l’uscita dalla pandemia sembra più dura dell’uscita dalla recessione. Trump potrà andarsene a giocare a golf, Biden e Harris, di sicuro, no.