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I MARTIRI D'ISTIA 22.03.1944

22.03.2017
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In Maremma i bandi di reclutamento per l’esercito della RSI ebbero scarsi risultati.
I fallimenti delle chiamate alle armi e l’espansione del movimento partigiano indussero i fascisti a inasprire la lotta: il 18 febbraio 1944 fu emanato il decreto di Mussolini che prevedeva la pena di morte per renitenti e disertori, mentre in Maremma, dove il capo della provincia Ercolani ordinò l’arresto dei familiari dei renitenti, si intensificarono i rastrellamenti condotti dalla 98. Legione GNR.
Dodici giovani, nascostisi nell'isolata frazione collinare di Maiano Lavacchio, decisero di spostarsi nella macchia di Monte Bottigli per ragioni di sicurezza.
Si trattava di renitenti alla leva e sbandati, ma tra di loro vi erano anche un perseguitato politico e un disertore tedesco. In seguito a una delazione, nella notte tra il 21 e il 22 marzo 1944, la colonna nazifascista composta da circa 140 uomini e guidata dal capitano Michele De Anna, comandante della squadra d’azione “Ettore Muti”, avviò il rastrellamento recandosi al podere “Ariosti” della famiglia Biagi, già visitato il 19 dall'agente di PS Lucio Raciti, il delatore ingaggiato dalle massime autorità locali per investigare sui partigiani e renitenti di Maiano Lavacchio.
Dopo aver mangiato e bevuto, i rastrellatori si macchiarono di una serie di violenze, pestando i due fratelli Biagi, stracciando il diploma di ostetrica di Consilia Biagi, accusata di prestare assistenza agli individui alla macchia, sparando contro Palmira Biagi Guidoni (madre di Silvano), costretta a rinunciare al suo tentativo di fuga per avvisare i giovani di Monte Bottigli del pericolo imminente, e infine malmenando i due renitenti alla leva sardi ospitati dai Biagi, che furono costretti a indicare la via per le capanne.
Parte dei militi non seguì la colonna ma accerchiò i poderi della zona per evitare che fallisse l’attacco a sorpresa, continuando a commettere violenze e ruberie.
Giunti a Monte Bottigli verso le sei del mattino, i nazifascisti sorpresero nel sonno i giovani, che non opposero alcuna resistenza. Si salvò solo Günther, che riuscì a sfondare la parete della capanna e rimase illeso dai numerosi spari indirizzati contro di lui.
Le capanne furono bruciate e i giovani, tra insulti, spintoni e minacce, furono incolonnati in fila indiana e costretti a caricarsi di coperte, materassi e altri beni nel tragitto verso l’“Appalto” di Maiano Lavacchio.
Durante questo spostamento si verificarono altre perquisizioni, razzie nei poderi e ulteriori violenze. Al “Lavacchio” Monti e De Anna pestarono un garzone, al “Bonzalone” Ciabatti e altri due militi schiaffeggiarono Becucci, mentre pare che il giovanissimo Sbrilli sia stato fermato appena in tempo nel momento in cui stava per sparare a tre semplici operai dell’impresa di legnami Ciabatti.
Nella scuola dell’ “Appalto” di Maiano Lavacchio si tenne il processo farsa, mentre furono allontanati tutti i civili giunti sul posto. Tra questi la madre di Corrado ed Emanuele Matteini, Dora Sandri, che fu insultata e spintonata dai fascisti mentre implorava pietà per i suoi figli.
Dopo la fucilazione, i militi spogliarono i cadaveri di ogni bene e ripartirono trasportando sui carri tutti i beni razziati, tra macabri canti di giubilo. Giunti nei pressi del podere “Valderigo”, De Anna e Pucini malmenarono Giovanni Andreini, scambiato forse per un partigiano. Quest’ultimo fu colpito violentemente alla nuca, pestato brutalmente e lasciato a terra sanguinante. Due infermieri tedeschi gli porsero le prime cure e riuscirono a salvarlo.
L’unico superstite fu il disertore tedesco, riuscito a fuggire durante il rastrellamento. Col terrore preventivo, i fascisti miravano a ottenere il pieno controllo del territorio e a rompere la solidarietà tra le popolazioni rurali e gli individui alla macchia, ma questa strage, criticata perfino nell'ambiente fascista, suscitò una vasta indignazione popolare e sortì gli effetti opposti a quelli sperati, perché dalla primavera del 1944 si assistette all'insuccesso delle chiamate alla leva e al rafforzamento delle bande partigiane.
I responsabili della strage furono giudicati nel “Processone” contro i fascisti repubblicani della provincia: la Sezione speciale della Corte d’Assise di Grosseto trattò il caso come forma di collaborazionismo politico e militare e ribadì l’esclusiva responsabilità italiana. Dopo la sentenza del 18 dicembre 1946, gran parte delle pene furono derubricate, condonate o amnistiate nei procedimenti successivi. A tutte le undici vittime è stata riconosciuta la qualifica di partigiani del distaccamento Monte Bottigli della formazione di Grosseto, nonostante il fatto che tale banda sia stata formata solo il 4 aprile 1944, quindi successivamente alla strage di Maiano Lavacchio.
Come ormai appurato, gli undici giovani non presero mai parte ad alcuna azione militare ed ebbero solo alcuni contatti con Angiolo Rossi e Pietro Verdi del Comitato Militare di Grosseto, infruttuosi per il passaggio alla lotta armata. Sul fronte antifascista, per lungo tempo, si è teso ad attribuire una maggior consistenza numerica al movimento di Liberazione, nonché a dare un più alto valore alla scelta della lotta armata rispetto ad altre forme di resistenza.
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Modalità di uccisione: fucilazione
Violenze connesse: furto e-o saccheggio,sevizie-torture.

Altri approfondimenti si possono leggere nel seguente link:

http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=3116