Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

di Roberta Fantozzi
09/04/2016

E' partita oggi la raccolta delle firme sui referendum, mentre continua e si intensifica la campagna elettorale per il 17 aprile in una staffetta simbolica in cui il primo tempo, quello del referendum sulle trivelle, collocato dal governo in una data impossibile per il raggiungimento del quorum, può diventare all’opposto il miglior lancio di tutta la campagna. L’affaire Guidi ha squadernato davanti agli occhi di tutti l’intreccio tra interessi privati e scelte politiche, la subordinazione dell’interesse pubblico a quello di pochi affaristi, dando un colpo rilevante alla credibilità del governo e al tempo stesso una forte spinta al voto. Come registrano tutti i sondaggi, il quorum è possibile e questi giorni di campagna possono essere decisivi! La partenza della raccolta firme di oggi intanto è una buona partenza. Certo si scontano ritardi, le firme da fare sono tante, i promotori diversi, ed il percorso sarà faticosissimo. Ma questi referendum sono straordinariamente importanti.

Lo sono perché possono rappresentare la costruzione in corso d’opera di un nuovo campo di forze, di un’alleanza tra tanti e diversi soggetti, che pure hanno promosso ognuno con un proprio percorso l’appuntamento referendario. Scuola, lavoro, ambiente e beni comuni, Costituzione: alle spalle ci sono movimenti che in alcuni casi come in quello della scuola hanno realizzato livelli impensabili di unità tra studenti, docenti, lavoratori, famiglie, come tra le diverse organizzazioni sindacali; grandi mobilitazioni come quelle contro il Jobs Act; migliaia di iniziative capillari sul terreno dell’ambiente, della salute, dei beni comuni; un lungo periodo di preparazione per quel che riguarda Costituzione e legge elettorale.

Il filo che li lega, al di là dell’articolazione dei comitati promotori, è fortissimo. E’ la volontà di dare una risposta su tutti i principali terreni su cui si è esercita l’azione degli ultimi governi e del governo Renzi in particolare, quell’azione che ha puntato a far diventare il neoliberismo autoritario la costituzione sostanziale del nostro paese. Neoliberismo autoritario: cioè dominio del mercato, mercificazione integrale di ogni ambito della società, connesso alla distruzione della democrazia per dare ogni potere a “l’uomo solo al comando”.

La controriforma costituzionale insieme all’Italicum non hanno altro obiettivo che quello di attuare il programma eversivo esposto senza pudore nel documento del 2013 di J.P.Morgan, quel programma per cui le costituzioni dei paesi europei andavano sovvertite perché portavano impresso il segno della lotta di liberazione,la “forte influenza socialista, che riflette la forza raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo” e dunque prevedono “la tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori.. il diritto di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.. esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni”. Tutte cose da spazzare via per poter imporre “l’agenda delle riforme”: il dominio delle élites economiche e finanziarie, attraverso la concentrazione di ogni potere in poche mani.

Né è altro l’obiettivo della controriforma della scuola: eliminare un presidio di democrazia decisivo per quella società dell’uguaglianza promessa dall’articolo 3 della nostra Costituzione, costruire una scuola che all’opposto acuisce le differenze di classe e territorio, cancella il principio costituzionale della libertà di insegnamento, concentra tutti i poteri nelle mani dei dirigenti scolastici.

E che cos’è il Jobs Act se non la volontà di distruggere ogni libertà e soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori per poter imporre con il ricatto della precarietà e dei licenziamenti, il dominio unilaterale delle imprese?

Né altra è la logica per cui dalle trivellazioni agli inceneritori, ciò che conta non è la salvaguardia della natura e la necessità di mettere in atto politiche che diano risposta alla crisi ambientale e climatica, ma il fare tabula rasa di ogni vincolo al potere delle grandi multinazionali.

Dovremo stare in campo in questi mesi con la capacità di parlare di ogni singolo quesito e ad ogni parte della società che viene direttamente colpita dalle politiche del governo, costruendo allo stesso tempo la connessione tra temi e soggetti.

I referendum sono l’occasione per dire che il popolo italiano non ci sta. Rappresentano la possibilità di opporre alla costituente neoliberista del governo Renzi, una controcostituente popolare per l’alternativa.

Va costruita, con la raccolta firme e con le iniziative. Noi ci siamo.

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Pubblicato il 4 apr 2016

di Ezio Locatelli

Lo strumento è modesto ma nella sua essenzialità “dire fare Rifondazione” vuole essere uno stimolo all’avvio di una nuova fase di ripresa e di radicamento del partito. Un proposito ambizioso, certamente, che deve fare i conti con una crisi della politica – la politica come mezzo di autodeterminazione democratica – diventata il tratto distintivo del nostro tempo. Già molti anni fa Zygmunt Bauman scriveva che “la disintegrazione sociale è al contempo una condizione e il risultato della nuova tecnica del potere, che utilizza quale propria arma il disimpegno e l’arte della fuga”. Un’arma usata per smantellare ogni organismo di azione collettiva, per scompaginare la sinistra, per cercare di spegnere ogni possibilità di pensare e agire la rifondazione comunista. Per anni ci siamo attestati su una linea di resistenza. Una scelta necessaria – non potevamo fare diversamente – in quanto il problema era innanzitutto tenere vive istanze politiche, sociali, culturali.
Detto ciò non commettiamo l’errore di sopravvalutare la forza attuale dell’avversario di classe. Il neoliberismo è sì forte e autoritario nel dettare le scelte di governo dell’economia e della società ma, al tempo stesso, è sempre più in difficoltà a costruire consenso intorno a politiche antipopolari che hanno demolito qualsiasi idea di progresso sociale. La fase dell’ubriacatura liberista è finita. Per questo penso che bisogna farla finita con i piagnistei e i profeti di sventura. Bisogna tornare a pensare in termini di politica di movimento, di conflitto, a porci obiettivi di riorganizzazione sociale. Senza questa sfida non c’è possibilità alcuna di riaprire uno spazio di cambiamento. Se le cose stanno in questi termini diventa prioritario riannodare la trama di una presenza continuativa di contro ai processi di dispersione della sinistra di questi anni. Tutto questo a partire dalla riattivazione delle non poche energie e intelligenze che hanno in Rifondazione Comunista il loro punto di riferimento. Per dirla con Antonio Gramsci abbiamo il “dovere di organizzarci”, di mettere insieme le nostre forze.
Il notiziario “dire fare Rifondazione” vuole essere un tassello di questo lavoro. Sia detto, un lavoro che intendiamo portare avanti rifuggendo da qualsiasi idea di autosufficienza o propensione all’autoreferenzialità ma in pieno spirito unitario con tutto ciò che si muove in alternativa al liberismo e al capitalismo. Il notiziario, diffuso online, è redatto in un formato che ne permetta la riproduzione in cartaceo. Mettiamolo a disposizione degli iscritti e dei simpatizzanti, diffondiamolo in occasione delle iniziative pubbliche. Facciamo vedere che il partito c’è e vuole tornare ad accrescere le sue forze e il suo ruolo.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Che Renzi dica che la ministra Guidi lascia per opportunità politica è una vergogna. Guidi ha fatto atti pubblici per interessi privati e per questo dovrebbe essere processata. Il punto è che Renzi, il premier che nessuno ha mai votato, dovrebbe andarsene a casa con il suo governo di affaristi.
Al referendum del prossimo 17 aprile serve votare e far votare sì, ancora con più forza dopo questo episodio vergognoso, contro le trivelle».

1 aprile 2016

Matteo Bortolon

Il 17 aprile 2016 si vota. Tutta la cittadinanza sarà chiamata alle urne per esprimersi sul quesito referendario contro una modifica del Codice dell'Ambiente che favorisce le trivelle. Cioè le attività di estrazione petrolifera al largo delle coste, che secondo una modifica dell'ultima legge di Stabilità possono prolungare la loro concessione all'infinito, anziché avere una durata "solo" di trent'anni.

La questione va inquadrata in un contesto più vasto. Le attività di estrazione di materie prime (miniere, petrolio, e simili) sono fra quelle più remunerative nel panorama attuale: la rivista statunitense Fortune collocava il settore al vertice, superato solo da servizi legali e altri servizi per il mondo del business.

Al tempo stesso si tratta di alcune delle pratiche più inquinanti che esistano, che generalmente causano forte attrito con le popolazioni e autorità locali. Queste se cedono, tendono a “vendere cara la pelle” con sostanziosa riscossione di compensi e con un certo grado di garanzie sulla vigilanza e tutela dei danni alla salute umana e agli ecosistemi. Fra tali esigenze e le aspettative di profitto si tende a creare una dialettica politica.

La Legge di Stabilità approvata a fine 2015, che completa logicamente la visione dello Sblocca-Italia, è una indubbia vittoria dei settori dei lobbisti legati ai potentati economico-finanziari più forti. Il referendum e i comitati attivi rappresentano la risposta di cittadini, società civile e forze ecologiste e anticorporative.

Fare capire agli attivisti e all'uomo della strada la connessione fra le regolazioni dell'ambiente e tutto il retroterra di conseguenze (mari inquinati, salute umana minacciata, animali ammalati, ambiente contaminato) e dei complessi accordi di carattere giuridico-legale è una impresa dura. Ma va tentata.

Dall'estate del 2013 l'Unione europea e gli USA sono impegnati in un complesso negoziato destinato a diventare (per loro) la NATO del commercio: il TTIP, più sempicemente “Accordo Transatlantico”.

Parallelamente, una fitta rete di comitati ed attivisti è impegnata a contrastarlo, facendo opera di divulgazione del suo reale significato. Una volta spiegate le sue implicazioni le persone tendono spostarsi, inferocite, su posizioni di contrarietà oltranzista. Immaginiamo che ci sarà un motivo per cui i media ne parlano così poco – o, meglio, quasi mai.

Il Trattato è forse la cosa più importante che stia succedendo in Europa, eppure una consegna del silenzio pare essere calata sull'informazione ufficiale.

Nelle numerose assemblee e interventi pubblici, le persone rimangono particolarmente basite quando vengono a sapere che lo Stato potrebbe essere portato in tribunale da una multinazionale che non gradisce una legge fatta a tutela dei cittadini. Lo Stato? In tribunale? Ma com'è possibile? E chi gli dà questo potere? Sarà una fantasia complottista?
No. È vero, invece.

La sigla che corrisponde a tale questione è ISDS: Investor-State Dispute Settlement (Risoluzione delle controversie investitore-Stato). Si tratta di accordi di tutela degli investitori esteri che nel caso di leggi o provvedimenti “sgraditi” possono trascinare gli Stati presso organismi di arbitrato sovranazionali.

La logica sarebbe quella per cui l'investitore vuole tutele da decisioni arbitrarie: espropriazioni illegittime, regolamentazioni vessatorie, e simili; non fidandosi dei tribunali locali pretende di poter ricorrere ad una autorità terza. Naturalmente se ciò appare comprensibile in caso di paesi con forti rischi di instabilità, guerra civile o simili, per un paese come la Francia o l'Italia tale motivazione non sembra credibile.

In realtà tali accordi teoricamente includerebbero la reciprocità. Ma in realtà il contesto originario era un forte squilibrio in termini di forza economica e potere. Il primo accordo del genere venne stipulato fra la Germania Ovest e il Pakistan nel 1959 e per quanto fosse possibile sulla carta, risulta difficile immaginare che una azienda pakistana potesse davvero pensare di portare la potenza teutonica all'arbitrato.

Nel caso in cui ciò avvenga la multinazionale di turno annuncia allo Stato qual è il foro arbitrale in cui si dovrà tenere il giudizio, e quello deve difendersi. Si costituisce quindi una sorta di tribunale privatistico, composto da esperti di diritto commerciale che nella cornice legale dell'arbitrato medesimo (che viene scelto dall'azienda stessa), in mancanza di un accordo può dare multe piuttosto salate allo Stato colpevole; la Russia è stata condannata a pagare circa 50 miliardi di dollari.

Tali tribunali, oltre che godere di uno splendido isolamento giuridico (le norme inerenti a diritti umani, diritto del lavoro, dell'ambiente e simile non hanno valenza vincolante) sono piuttosto opachi e poco trasparenti.

Chi li difende indica il fatto che lo Stato non perde tanto spesso, in fondo. Ma il dato è falsato: accanto ai casi in cui effettivamente la difesa trionfa e la multinazionale torna a casa a mani vuote, ci sono quelli in cui tutto si conclude con un “accordo amichevole”.

Che significa che il governo ha ceduto ed ha pagato in parte la somma richiesta come remunerazione. A volte non ci sono nemmeno i dati per cui non è dato sapere di quali somme si stia parlando. È altamente possibile che di alcuni arbitrati in corso non si abbia nemmeno notizia, perché non ci sono regole restrittive sulla trasparenza e pubblicità di essi, la qual cosa in ogni civiltà giuridica sarebbe considerata oltraggiosamente illegittima.

Teoricamente le corti arbitrali non possono modificare le leggi ma solo obbligare al pagamento dei danni. Nel 2012 per esempio l'Argentina ha dovuto difendersi da una multinazionale spagnola per aver nazionalizzato una azienda locale, ed è stata costretta a sborsare 5 miliardi alla multinazionale europea che la controllava. Il Messico invece ha dovuto pagare 15 milioni di dollari ad una transnazionale statunitense che non gradiva troppo una restrizione per motivi ambientali...

In realtà l'entità dei risarcimenti è tale da scoraggiare l'approvazione di leggi che possano dar luogo a controversie legali o spingere alla loro cancellazione.

Come evidenzia una ricerca del 2013 dell'Institute for Policy Studies di Washington, il numero di arbitrati in materia di ambiente e risorse naturali è drammaticamente in crescita. Già adesso la difesa dell'ambiente da profitti e speculazioni non è delle più facili; con l'adozione del TTIP la strada già molto impervia si farebbe drammaticamente in salita.

Articolo originariamento pubblicato sul blog Zeroviolenza.it, riprodotto con il consenso dell'autore)

Venerdì, 25 Marzo 2016

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Il nostro cordoglio per le vittime di Bruxelles. Per combattere l’Isis non dobbiamo comportarci come l’Isis
22 mar 2016 di Paolo Ferrero
Voglio esprimere il mio cordoglio e quello di tutto il Partito della Rifondazione Comunista ai familiari delle vittime della strage di Bruxelles. Voglio esprimere il mio orrore per la strage terroristica: lascia senza parole questa allucinante pulsione di morte, totalizzante, che coinvolge se stessi e le altre persone, che riduce tutti e tutte a simboli da annientare. Da ultimo voglio dire con chiarezza che questa barbarie si combatte non accettando il terreno della guerra di civiltà: per combattere l’ISIS, non dobbiamo comportarci come l’ISIS.
Per questo l’unico modo di vincere questa guerra è quella di costruire ponti di dialogo, corridoi umanitari per i profughi, è quella di costruire la pace smettendola di provocare, finanziare e alimentare la guerra nel Mediterraneo.

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di Rossella Muroni
da Il Manifesto 17.03.2016

Il 17 aprile gli italiani saranno chiamati al voto per un referendum che riguarda le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare, più precisamente nelle acque territoriali italiane entro le dodici miglia dalla costa. Ma questo referendum va ben oltre il tema delle trivellazioni.

Questo voto, ostacolato dai tempi imposti dal governo e dalla complessità del quesito, è anche una straordinaria occasione per mettere finalmente al centro del dibattito pubblico il tema energetico e ambientale. Un’occasione per ricordare al nostro governo l’urgenza e l’importanza di dotare questo paese di una strategia energetica nazionale all’altezza delle sfide attuali in linea con gli impegni presi a livello internazionale, a partire dalla Cop 21.

C’è infatti una cosa che Renzi non ci ha ancora detto dopo aver sottoscritto gli accordi di Parigi: come intende portare il Paese fuori dall’era dei fossili e verso un futuro 100% rinnovabile? Dopo i proclami quali sono le politiche concrete che intende adottare? Sì, perché il tema energetico, e quello ambientale più in generale, sono ormai questioni centrali nella guida di un paese e rimandano direttamente alle dimensioni dello sviluppo economico e occupazionale.

Ci sono due fantasmi che in questi giorni i detrattori del referendum stanno agitando: uno è quello della perdita dei posti di lavoro, l’altro è l’indipendenza energetica del Paese. E allora vale la pena sfatare subito il primo di questi miti: il 17 aprile, una vittoria del Sì non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. A rischio sono invece i 3 milioni e 350mila posto di lavoro che i comparti di turismo e pesca garantiscono all’Italia: non c’è compatibilità infatti tra attività inquinanti e a rischio e sviluppo territoriale. Speravamo, ormai, che i casi come l’Ilva di Taranto lo avessero dimostrato. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso. Infatti, prima che il Parlamento introducesse la norma dello SbloccaItalia sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione.

Con lo SbloccaItalia è stato introdotto un meccanismo unico al mondo: la possibilità di estrarre fino ad esaurimento di un giacimento con una concessione senza fine. Ed è proprio a questo che gli italiani dovranno porre rimedio votando Sì e chiedendo l’abrogazione di questa norma.

L’altro tema caldo è quello dell’indipendenza energetica del Paese: non è estraendo in casa irrisorie quantità di fossili che saremo indipendenti dalle dinamiche geopolitiche e dei mercati internazionali. Solo liberandoci dalla dipendenza dei fossili e puntando verso l’efficienza energetica, il risparmio, l’autoproduzione distribuita e democratica, la produzione da fonti rinnovabili, noi potremo essere liberi dalle tensioni dei mercati internazionali e soprattutto mettere fine al nostro «contributo da consumatori» alle guerre del petrolio che devastano ormai ampie zone del nostro pianeta.

Va aggiunto che il gas e il petrolio estratto nei nostri mari sono di proprietà delle compagnie petrolifere estrattrici, la maggior parte dalle quali straniere, che scelgono il nostro paese perché qui, di nuovo, ci sono condizioni economiche uniche al mondo: sono diversi gli aiuti indiretti e gli sconti applicati a coloro che sfruttano le risorse fossili nel territorio italiano. A partire proprio dalle royalties irrisorie – pari al 10% per la terraferma e il 7% per il petrolio in mare. Inoltre in base alle leggi italiane, sono esenti dal pagamento di aliquote allo Stato le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare. Addirittura gratis, cioè esentate dal pagamento di qualsiasi aliquota, le produzioni in regime di permesso di ricerca.

Insomma estrarre petrolio a noi italiani non conviene e mette a rischio l’ecosistema marino-costiero e un sistema economico fatto di territorio, qualità e ambiente. La nostra sfida, quella di vincere il referendum del 17 aprile, è paragonabile a quella di Davide contro Golia. Ma ce la metteremo tutta anche per dimostrare che non è passando sopra la testa delle comunità locali e delle istanze territoriali che si può governare un Paese.

* presidente nazionale di Legambiente

AL REFERENDUM DEL 17 APRILE 2016
VOTA SI

7 buone ragioni per farlo:

1 Il tempo delle fonti fossili è scaduto: in Italia il nostro Governo deve investire da subito su un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico, già affermato nei Paesi più avanzati del nostro Pianeta.

2 Le ricerche di petrolio e gas mettono a rischio i nostri mari e non danno alcun beneficio durevole al Paese. Tutte le riserve di petrolio presenti nel mare italiano basterebbero a coprire solo 7 settimane di fabbisogno energetico, e quelle di gas appena 6 mesi.

3 L’estrazione di idrocarburi è un’attività inquinante, con un impatto rilevante sull’ambiente e sull’ecosistema marino. Anche le fasi di ricerca che utilizzano la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), hanno effetti devastanti per l’habitat e la fauna marina.

4 In un sistema chiuso come il mar Mediterraneo un eventuale incidente sarebbe disastroso e l’intervento umano pressoché inutile.
Lo conferma l’incidente del 2010 avvenuto nel Golfo del Messico alla piattaforma Deepwater Horizon che ha provocato il più grave inquinamento da petrolio mai registrato nelle acque degli Stati Uniti.

5 Trivellare il nostro mare è un affare per i soli petrolieri, che in Italia trovano le condizioni economiche tra le più vantaggiose al mondo. Il “petrolio” degli italiani è ben altro: bellezza, turismo, pesca, produzioni alimentari di qualità, biodiversità, innovazione industriale ed energie alternative.

6 Oggi l’Italia produce più del 40% della sua energia da fonti rinnovabili, con 60mila addetti tra diretti e indiretti, e una ricaduta economica di 6 miliardi di euro.

7 Alla Conferenza ONU sul Clima tenutasi a Parigi lo scorso dicembre, l’Italia - insieme con altri 194 paesi - ha sottoscritto uno storico impegno a contenere la febbre della Terra entro 1,5 gradi centigradi, perseguendo con chiarezza e decisione l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili. Fermare le trivelle vuol dire essere coerenti con questo impegno.
Seguici su: Ferma le trivelle, Vota SI Ferma le trivelle #stoptrivelle

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E così, dopo oltre 60 anni di lavoro, anche la “Ferramenta Bianchini” di Bagnore ha dovuto alzare bandiera bianca.
Un’altra attività si aggiunge alla lunga lista di imprese commerciali, edili, professionali travolte da questa immane crisi economica che imperversa nel paese ma che, nel nostro Comune, sembra ora produrre conseguenze ancor più devastanti.
In effetti, dentro il gorgo della crisi, ci siamo entrati più tardi rispetto ad altre realtà territoriali (si pensi alle grandi aree industriali del Nord-Est) ma ora, mentre al di fuori si intravedono timidi segnali di ripresa (?), noi sprofondiamo ancora di più, senza alcuna speranza di riscatto.
Tutto ciò è dovuto indubbiamente alla estrema fragilità del tessuto economico locale, ma non possiamo tacere le responsabilità di chi svolge un ruolo dirigente, anche a livello amministrativo.
In questi anni abbiamo preso più volte posizione contro la superficialità ed i ritardi con cui il nostro Comune ha trattato la questione degli strumenti urbanistici, non ancora operativi dopo l’approvazione del Piano Strutturale che risale ormai all’inizio del 2011, dal momento che in realtà come le nostre il blocco dell’edilizia rappresenta un freno assoluto per tutta un’altra serie di attività economiche.
Anche la chiusura dello stabilimento di Fornacina, cui l’Amministrazione comunale si è docilmente adeguata, ha assestato un altro colpo micidiale al tessuto economico, per non parlare dei tanto sbandierati investimenti dell’ENEL nel settore geotermico che, una volta terminata la costruzione della centrale, si sono trasformati in un pugno di mosche.
E’ chiaro che in un quadro così composto le piccole imprese commerciali si trovino ad essere le più esposte, in quanto direttamente a contatto con la disponibilità economica dei cittadini e per di più sottoposte ad adempimenti burocratici e scadenze fiscali spesso non commisurate al livello economico.
In questo senso un intervento dell’Amministrazione, indirizzato alla fornitura di consulenze ed agevolazioni, rappresenterebbe sicuramente un sostegno al mantenimento in vita di imprese che l’impietosa legge del mercato tenderebbe a spazzare via dal contesto locale.

Ferrero:«ITALIA RITIRI AMBASCIATORE IN EGITTO»

Basta manfrine: il governo deve prendere una posizione di dignità di fronte al fatto che l’Egitto non fornisce spiegazioni nemmeno lontanamente verosimili sull’atroce delitto di Giulio Regeni.
Il governo deve ritirare immediatamente l’ambasciatore italiano al Cairo. Non solo la famiglia del ricercatore ma tutto il Paese chiede verità e giustizia per quell’omicidio, i depistaggi, le continue bugie e l’ignavia del governo italiano non fanno che infangare la sua memoria.

Siamo vicini, profondamente, ai parenti e agli amici di Giulio Regeni.

Tra il ponte sullo Stretto e la Salerno-Reggio non si sa se Renzi faccia ridere o piangere…»
di Paolo Ferrero Pubblicato il 3 mar 2016

Renzi dice che vuole fare il Ponte sullo Stretto e che il 22 dicembre “inaugura” la Salerno-Reggio Calabria: non si sa se ridere o piangere di fronte alle sue quotidiane boutade.
In confronto Berlusconi sembra uno serio!
Al di là delle battute che sorgono purtroppo spontanee, a Renzi diciamo che l’Italia ha bisogno di una sola grande opera: il riassetto idrogeologico del territorio. Quanto alla Salerno-Reggio, i cittadini di tutto il Sud la aspettano da troppi anni, tra ruberie e quant’altro, perciò noi siamo con loro e speriamo si avveri questo miracolo.
Dubitiamo che sia “Babbo Natale” Renzi a farlo il 22 dicembre ma non vediamo l’ora di assistere alla nuova, mirabolante, supercazzola che non si realizzerà.

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