11/09/2026
da Pagine esteri
Cosa scrivono gli esperti sul 25esimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle seguito dalla guerra all’Afghanistan e all’Iraq, dalle extraordinary renditions e le torture sistematiche dei prigionieri. La risposta americana all’attacco di Al Qaeda ha trasformato la politica internazionale, piegato il diritto e prodotto macerie e morte ovunque.
Venticinque anni fa, mentre le fiamme divoravano le Torri Gemelle e il Pentagono, sembrava di assistere all’inizio di una nuova epoca mondiale. Venticinque anni dopo, l’11 settembre resta certamente uno degli eventi che hanno maggiormente modificato la storia contemporanea, ma la direzione di quel cambiamento appare molto diversa da quella immaginata allora dagli Stati uniti con l’uso costante della forza e della guerra.
Osama bin Laden voleva trascinare gli Stati Uniti in una guerra che ne logorasse la potenza, ne alimentasse l’ostilità verso il mondo musulmano e provocasse una reazione ampia e di lungo termine. Non riuscì a distruggere l’America. Al Qaeda fu decapitata, Bin Laden venne ucciso nel 2011 e il jihadismo globale non ha mai conquistato il potere fuori dal Medio oriente.
Allo stesso tempo la risposta americana all’11 settembre produsse qualcosa di molto diverso da una semplice operazione di sicurezza. Produsse una guerra globale.
È proprio questo il punto di partenza dello speciale che Foreign Affairs dedica in questi giorni al venticinquesimo anniversario. Philip H. Gordon parla di “A Quarter Century of Fear and Fantasy”, mentre Nelly Lahoud titola il suo saggio “Bin Laden’s Catastrophic Success”: Al Qaeda, sostiene già il titolo, ha cambiato il mondo, ma non nel modo che si aspettava.
La risposta immediata e la guerra senza fine
L’Afghanistan era la risposta più direttamente legata all’11 settembre. Il regime talebano aveva ospitato Bin Laden e la leadership di Al Qaeda. Nell’ottobre 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati entrarono in guerra. Ma quella che doveva essere un’operazione contro un’organizzazione armata divenne progressivamente una guerra di vent’anni per costruire un nuovo Afghanistan. Quando nell’agosto 2021 gli americani se ne sono andati, i talebani sono tornati al potere. Foreign Affairs, a cinque anni dal ritiro, osserva che l’Afghanistan è praticamente scomparso dal dibattito della politica estera americana, nonostante la situazione del Paese resti drammatica. La rivista parla anche del costo del “collective forgetting”, della rimozione collettiva di quella che è stata la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti. Vent’anni di guerra per tornare, almeno politicamente, al punto di partenza.
E poi arrivò l’Iraq
Se l’Afghanistan aveva un rapporto diretto con l’11 settembre, l’Iraq no. Saddam Hussein non aveva partecipato agli attentati. Nonostante ciò, nel 2003 George W. Bush decise l’invasione dell’Iraq, costruendo la giustificazione pubblica intorno ad inesistenti armi di distruzione di massa e alla più ampia guerra contro il terrorismo. Il punto merita di essere ricordato anche perché Foreign Affairs ha riesaminato recentemente le proprie responsabilità editoriali dell’epoca. In un articolo del 2002 Kenneth Pollack aveva sostenuto che Washington dovesse “invade Iraq, eliminate the present regime”, ammettendo tuttavia che l’invasione non fosse una componente necessaria della guerra contro il terrorismo.
Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate. L’Iraq fu invece devastato. Il collasso delle istituzioni statali, lo scioglimento dell’esercito, la guerra settaria e l’insurrezione crearono le condizioni nelle quali Al Qaeda in Iraq poté svilupparsi. Da quella galassia jihadista sarebbe poi emerso lo Stato islamico.
È uno dei paradossi più tragici della risposta americana: una guerra dichiarata anche in nome della lotta al terrorismo contribuì a creare il terreno sul quale sarebbe nato uno dei più potenti movimenti jihadisti della storia.
Il prezzo che non entra nei comunicati
Il nuovo rapporto del Costs of War Project della Brown University, pubblicato il 2 settembre 2026, stima che le guerre post-11 settembre abbiano provocato, fino al 2023, 905.000-940.000 morti direttamente legate alla violenza bellica in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria, Yemen e altri teatri. Almeno 408.749-432.093 erano civili.
Ma la guerra non uccide soltanto chi viene colpito da una bomba o da un proiettile.Distrugge ospedali, sistemi sanitari, reti idriche, economie, scuole. Produce malnutrizione e malattie. Genera migrazioni e sfollamento. Per questo la Brown University stima altre 3,6-3,8 milioni di morti indirette. Il bilancio complessivo delle morti direttamente e indirettamente riconducibili alle guerre post-11 settembre arriva così ad almeno 4,5-4,7 milioni di persone. E più di 38 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case nei diversi teatri delle guerre post-11 settembre. Sono numeri che rendono quasi impossibile parlare semplicemente di una “guerra al terrorismo”. Si è trattato di una trasformazione geopolitica di dimensioni storiche, con un costo umano enorme.
Guantanamo: l’eccezione diventata sistema
C’è poi l’altra eredità dell’11 settembre, quella che non si misura in morti ma nella trasformazione dello Stato di diritto. Guantanamo, le prigioni segrete della CIA, le extraordinary renditions, le detenzioni indefinite, gli interrogatori coercitivi, le torture. Abu Ghraib. La risposta americana non si limitò a bombardare Afghanistan e Iraq. Creò un sistema parallelo nel quale alcune delle garanzie fondamentali del diritto vennero sospese o aggirate. La Brown University sintetizza oggi questo lascito parlando di “indefinite detention, torture and mistreatment”, insieme all’espansione della sorveglianza di massa e alla militarizzazione della polizia americana.
È difficile non vedere qui una delle contraddizioni fondamentali dell’intera stagione post-11 settembre. Per “difendere la democrazia”, quella che si proclama la principale democrazia occidentale accettò pratiche incompatibili con alcuni dei principi che dichiarava di voler difendere. Per proteggere la libertà, ampliò enormemente i poteri dello Stato. Per impedire nuovi attentati, costruì una macchina di sorveglianza che modificò il rapporto tra individuo e autorità.
Una guerra senza confini
La guerra al terrorismo avrebbe dovuto avere un obiettivo preciso. Finì invece per non avere praticamente più confini geografici. Afghanistan e Iraq furono seguiti da Pakistan, Yemen, Somalia, Siria, Libia e altri teatri. Secondo il Costs of War Project, nel 2023 gli Stati Uniti conducevano attività di controterrorismo in almeno 78 Paesi. È una trasformazione straordinaria.
Quella che nel settembre 2001 sembrava una risposta emergenziale a un attacco senza precedenti è diventata, un quarto di secolo dopo, una componente strutturale della politica estera e di sicurezza americana. Il costo economico è altrettanto enorme: circa 8.000 miliardi di dollari spesi o impegnati dagli Stati Uniti per le guerre post-11 settembre, secondo la Brown University. Una cifra difficile persino da immaginare. E ancora più difficile da giustificare se la domanda è quale mondo abbia prodotto quella spesa.
Il Medio Oriente dopo l’Iraq
La guerra in Iraq non distrusse soltanto uno Stato. Contribuì a rompere gli equilibri regionali, alimentò il conflitto settario tra sunniti e sciiti, rafforzò indirettamente l’influenza iraniana e contribuì alla nascita dell’ambiente politico e militare nel quale si sviluppò lo Stato islamico (ISIS). L’invasione del 2003 fu dunque un passaggio decisivo nella trasformazione del Medio Oriente contemporaneo.
Il problema è che la regione non è diventata più stabile. La guerra in Iraq, la successiva destabilizzazione della Siria, l’ascesa dell’Isis, la crescita delle milizie regionali e le guerre successive hanno prodotto una regione nella quale la violenza è diventata una componente permanente della politica. E oggi, nel 2026, il Medio Oriente è nuovamente attraversato da una devastazione di proporzioni enormi, dalla distruzione israeliana di Gaza alle sue ripercussioni regionali.
Non è corretto attribuire all’invasione dell’Iraq la responsabilità diretta di ogni guerra successiva. Ma è altrettanto difficile negare che il sistema regionale uscito dall’intervento americano sia molto più instabile di quello che Washington dichiarava di voler costruire.
Dall’11 settembre a Gaza: il precedente della forza
Il collegamento con Gaza deve essere fatto con cautela, perché non esiste una linea diretta che colleghi l’invasione dell’Iraq alle guerre successive lanciate da Israele. Ma esiste un elemento più generale: la normalizzazione dell’uso della forza come strumento ordinario della politica internazionale. Dopo l’11 settembre, il concetto di guerra al terrorismo ha contribuito a dilatare il diritto all’autodifesa fino a includere operazioni militari lontanissime dal luogo dell’attacco originario.
Ha contribuito a rendere abituale l’uso di droni, uccisioni mirate, operazioni speciali e bombardamenti contro organizzazioni non statali. È uno dei lasciti più controversi dell’epoca Bush: l’idea che la sicurezza possa giustificare quasi indefinitamente l’eccezione. E quando un principio viene normalizzato dalla potenza più forte, inevitabilmente altri Stati lo utilizzano per giustificare le proprie azioni.
Gli Usa volevano prendere il pieno controllo del mondo usando il pretesto della guerra al terrorismo. E invece ha perso terreno, La competizione tra Stati Uniti e Cina è diventata il principale asse strategico del sistema internazionale. La Russia è tornata protagonista. Il Medio Oriente è attraversato da conflitti e crisi che hanno oltrepassato i confini regionali. Il sistema internazionale appare più fragile.
La guerra al terrorismo avrebbe dovuto consolidare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Invece, almeno in parte, ha contribuito a consumare risorse, credibilità e capitale politico americano. Già nel 2003, G. John Ikenberry aveva messo in guardia sulle conseguenze di quella trasformazione, parlando di una possibile “neoimperial grand strategy” destinata a provocare “antagonism and resistance” e a lasciare gli Stati Uniti in “a more hostile and divided world”.
L’11 settembre non ha distrutto l’ordine americano. Ma la risposta all’11 settembre ha contribuito a logorarlo. Questa potrebbe essere, venticinque anni dopo, la vera lezione. La minaccia jihadista era reale. Ma una cosa è rispondere al terrorismo. Un’altra è trasformare quella risposta in una guerra permanente. Una cosa è proteggere una democrazia. Un’altra è sacrificare, in nome della sua sicurezza, proprio la democrazia e i diritti. L’11 settembre 2026 il terrorismo di Al Qaeda non è più la principale minaccia strategica degli Stati Uniti. Il mondo però è attraversato da guerre, rivalità tra grandi potenze, Stati falliti, crisi umanitarie e una crescente sfiducia verso le regole internazionali.

