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25 luglio 1943, la guerra persa e il fascismo alla resa dei conti

25 luglio 1943, la guerra persa e il fascismo alla resa dei conti

Da non dimenticare

27/07/2026

da Remocontro

Giovanni Punzo

Esistono delle date nella storia di un paese che finiscono per assumere un significato che ne travalica la stessa importanza storica: il 25 luglio 1943, la caduta di Mussolini per il voto del Gran consiglio, è certamente una di queste. Tradimenti, inganni, omissioni o sotterfugi, ambiguità di ogni tipo – dettagliatamente descritti ed elencati nelle cronache e nelle memorie di protagonisti o testimoni – però non sempre spiegano gli avvenimenti perché formano a loro volta una barriera di fatti che allontana dal significato. Impossibile non ricordare anche le vendette che seguirono ai quei concitati avvenimenti e come emerse il peggio del peggio. 

1943: un anno orribile

Tra la fine di dicembre 1942 e la fine di gennaio 1943, l’armata italiana in Russia, l’Armir, fu praticamente annientata: le perdite ammontarono ad ottantamila soldati, tra morti e dispersi, più di un terzo dell’armata. A metà maggio, in Tunisia, si arresero gli ultimi reparti sul fronte africano e la sconfitta costò più di duecentomila prigionieri. Il 10 luglio gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia: italiani e tedeschi furono costretti alla ritirata e il 22 luglio fu occupata Palermo. La  guerra iniziata tre anni prima era perduta. Se in precedenza la propaganda aveva alterato la realtà dei fatti, come ad esempio durante la campagna in Grecia tra l’autunno del 1940 e la primavera del 1941, negare la sconfitta era ormai impossibile. Eppure il regime si illudeva e cercava ancora di illudere: il 24 giugno Mussolini pronunciò il celebre ‘discorso del bagnasciuga’, ma fu clamorosamente smentito due settimane dopo. In questo clima cupo, segnato da inquietanti interrogativi sul futuro, si svolse la riunione del Gran consiglio. Il duce fu sfiduciato da alcuni tra gli stessi fascisti e il re, all’indomani, lo fece arrestare. Le folle esultanti per la caduta del fascismo speravano tuttavia nella fine della guerra e subirono la doccia gelata della dichiarazione del maresciallo Badoglio: “La guerra continua”. Il crollo generale avvenne l’Otto settembre e alla fine del 1943 l’Italia rimaneva un paese ancora in guerra, diviso in due, con due governi e due eserciti di occupazione.

La cospirazione

Viste le condizioni in cui si trovava l’Italia a metà del 1943 non stupisce che molti sperassero in un radicale cambiamento, o almeno nella fine della guerra. La monarchia non manifestava alcuna intenzione in proposito: riceveva alte personalità e semplicemente ascoltava, seguiva con attenzione gli eventi, pronta a sfruttare a proprio vantaggio ogni situazione, ma senza assentire, né condannare. L’esercito vagheggiava per conto proprio una soluzione simile a quella dell’arresto, ma esitava. Maggior agitazione regnava tra i gerarchi che percependo le difficoltà del regime disposero una serie di adunate e manifestazioni di massa per tenera alto il morale. Fu quindi dall’interno che cominciò via via a manifestarsi il desiderio di una soluzione, principalmente per far cessare la guerra. Dino Grandi – che nello stesso tempo si poteva definire ‘fascistissimo’ per il suo passato di squadrista e il ‘meno fascista’ tra i gerarchi per il suo modo di ragionare pragmatico – iniziò a raccogliere le adesioni ad un suo ordine del giorno, ma ogni giorno il testo cambiava per le correzioni dei nuovi adepti e le indecisioni dell’autore. Lo stesso Mussolini temeva un colpo di mano nei suoi confronti, ma sperò in un finale a lui favorevole o che potesse almeno controllare. Tutti insomma dissimularono fino alla riunione a palazzo Venezia. Fu a quel punto che il re fece scattare la sua iniziativa, dopo che altri avevano svolto i compiti più rischiosi senza immaginare che il risultato sarebbe stato loro strappato di mano. 

Le vendette contro i traditori

Una volta costituita la Repubblica Sociale Italiana, a parte i richiami agli aspetti più violenti del passato squadrismo ante marcia, il principale motivo conduttore – per non dire il motivo della stessa esistenza di Salò – divennero la rivalsa e la vendetta. Il primo atto andò in scena a Verona dove fu celebrato il processo ai ‘traditori’ del 25 luglio. Dei diciannove firmatari dell’ordine del giorno Grandi la repubblica di Salò riuscì a catturarne sei, compreso Galeazzo Ciano genero di Mussolini: cinque – Ciano compreso – furono condannati a morte e fucilati. Al processo farsa seguirono centinaia e centinaia di esecuzioni sommarie, dove la parola più ripetuta fu quasi sempre ‘traditore’ e in un caso si giunse perfino a far sfilare i condannati a morte con un macabro cartello. Naturalmente, accusati di essere i mandanti della caduta di Mussolini, furono chiamati traditori il re, Badoglio, il Comitato di Liberazione nazionale e quanti operavano dal Sud per la liberazione. Divennero ‘traditori’ anche i militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’Otto settembre o i renitenti alla leva bandita dal maresciallo Graziani: messi di fronte alla scelta tra il giuramento alla Repubblica sociale o rimanere in campo di concentramento, la stragrande maggioranza scelse di non aderire. Fu un ‘no’ fragoroso, coperto e distorto dalla propaganda fascista, del quale si comincia a rendersi conto solo oggi: per restare liberi insomma, bisognava restare prigionieri.

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