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Adesso l’Ilva è davvero ex

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Lavoro

30/10/2026 

da Il Manifesto

Luciana Cimino

Tutto all'aria La Cassazione conferma lo stop agli altiforni. In festa gli ambientalisti tarantini, si disperano gli operai e il governo aspetta la gara

La giornata decisiva per la sorte di Taranto è arrivata: l’ex Ilva chiude. Per metà della città si tratta di una liberazione, per l’altra di un assedio. In ogni caso è la fine di un’epoca, che si trasformi in un altro inizio è responsabilità politica.

LA CASSAZIONE si è espressa ieri sancendo che lo stop dell’area a caldo stabilito dalla Corte di appello di Milano è legittimo. La controversa vicenda dello stabilimento siderurgico più grande d’Italia, che ha avvelenato una città, stavolta è finita davvero. Gli altiforni, impianti a ciclo continuo (ora in preriscaldo per decreto governativo) saranno definitivamente spenti e non possono essere riavviati se non a costo del loro sostanziale rifacimento. La procedura comporta lo spargimento di ulteriori fumi sul territorio, gli ultimi. La suprema corte ha inciso nella pietra il principio che la salute conta più del profitto e ha rigettato i ricorsi contro lo spegnimento avanzati dai commissari del gruppo. «Più che altro erano ricorsi contro Taranto – dice al manifesto Simona Fersini, presidente del comitato Cittadini liberi e pensanti, una delle associazioni che da anni conducono una battaglia contro l’inquinamento prodotto dal sito – abbiamo già avuto centinaia di morti, non possiamo piangere anche quella dell’altoforno».

NEL PROVVEDIMENTO di oltre 60 pagine la Sezioni Unite della Cassazione sottolineano come «il massimo livello di tutela apprestato dalla Carta costituzionale alla vita, alla salute e all’ambiente è un dato acquisito» e che, di conseguenza, «l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Il decreto emesso il 27 luglio dai giudici di Milano, e confermato due volte nelle udienze di settembre, non lascia spazio ad appelli: «L’impianto industriale è intrinsecamente nocivo per la salute umana a causa delle costanti emissioni di polveri nell’atmosfera e della presenza diffusa di amianto all’interno degli altiforni», spiegano i giudici ricordando come siano ancora presenti «2.140 tonnellate di amianto, sostanza la cui nocività è indiscussa, all’interno dei cowpers degli altiforni e ciò è sufficiente a che tale sostanza debba essere presa in considerazione ai fini dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale, ndr), sulla base dell’interpretazione del diritto fornita dalla Corte di giustizia Ue».

Le associazioni cittadine hanno festeggiato ieri in un parco, «ci siamo riuniti per un abbraccio collettivo dopo tutti questi momenti di tensione – dice Fersini – per noi questo è un punto di partenza e non di arrivo». Anche se quello che succederà da adesso in poi non è prevedibile. Di sicuro c’è solo che a Taranto ci saranno migliaia di persone senza lavoro, forse per anni. Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione per 8.622 unità su un organico di 9.626 e ha avviato la procedura per licenziare l’80 per cento dei dirigenti a tempo indeterminato. Per tacere dei posti persi nei subappalti e nell’indotto.

«C’È DISPERAZIONE: situazioni personali gravi dentro a un dramma collettivo – dice al manifesto Francesco Brigati, segretario della Fiom Cgil Taranto – adesso spetta al governo trovare risposte per questa emergenza che fino ad ora non ha gestito, preferendo additare la magistratura». «Tuttavia – nota il rappresentante dei metalmeccanici tarantini – senza la sentenza sarebbe stato lo stesso: in mancanza di risorse l’area a caldo non sarebbe ripartita». E infatti l’esecutivo si è trincerato dietro la Cassazione: «È evidente che questa sentenza, il cui contenuto va approfondito, complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli», si legge in una nota di Palazzo Chigi. L’esecutivo, ciò nonostante, «non si sottrarrà all’esercizio delle proprie responsabilità come confermato dal decreto legge entrato in vigore qualche giorno fa e come ribadito nell’incontro con i sindacati di martedì scorso». «Guai ad assistere ancora allo scaricabarile tra poteri dello Stato, perché di mezzo ci vanno solo i lavoratori», avvisa Davide Sperti, segretario generale della Uil. Al contrario: «Questo responsabilizza ancor di più il governo, che dovrà mettere in campo tutto ciò che è possibile affinché gli impianti Dri e i forni elettrici vengano realizzati nel minor tempo possibile», sostengono Ferdinando Uliano e Valerio D’Alò della Fim Cisl.

IL PROSSIMO TAVOLO a Palazzo Chigi si terrà dopo l’8 novembre, data ultima per presentare le offerte di acquisto dell’impianto. Le più concrete sono quelle della multinazionale indiana Jindal e della cordata italiana guidata da Federacciai, entrambe non interessate alla produzione di acciaio ma solo alla sua lavorazione. Con la chiusura dell’Ilva, l’Italia rinuncia quindi alla siderurgia, lasciando il conto alle città che ospitano gli impianti del gruppo. Appelli al governo sono arrivati dalla sindaca di Genova Salis e da quello di Taranto Bitetti, dal governatore della Liguria Bucci e da quello della Puglia Decaro. «Non è più tempo di attendere – il commento di Silvia Salis – la procedura di vendita deve essere definita con urgenza, dal suo esito dipende la salvaguardia di una produzione strategica per il paese come l’acciaio».

PEACELINK, realtà tarantina che da anni denuncia l’inquinamento della città, ha ricordato come l’ex Ilva abbia debiti per 8 miliardi e 480 milioni di euro e una perdita di 551,5 milioni nel primo semestre 2026: «Se oggi disponessimo di quei miliardi il futuro dei lavoratori dell’Ilva sarebbe garantito e finanziato con grande solidità, si sarebbe potuto fare un poderoso investimento per una riconversione economica e produttiva dell’intera città». «Taranto è vittima due volte: gli operai hanno diritto a un risarcimento ma anche il resto della città che si è sacrificata per il Pil del paese, dobbiamo insistere sulla formazione e questa è una lotta che può unire lavoratori e resto della città», si augura Fersini.

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