18/02/2026
da La Notizia
Ministri e deputati chiedono le dimissioni di Francesca Albanese dall’Onu, ma il Coordination Committee denuncia manipolazioni.
Le parole pronunciate il 7 febbraio al Forum di Doha sono diventate, nel giro di poche ore, un caso diplomatico. Una clip circolata sui social attribuisce a Francesca Albanese l’idea di Israele come “nemico dell’umanità”. Da lì parte la richiesta di dimissioni avanzata da diversi governi europei, Italia compresa. Il 17 febbraio, però, il Coordination Committee delle Special Procedures delle Nazioni Unite interviene con una nota ufficiale: parla di “fatti fabbricati” e di un attacco costruito su una ricostruzione distorta. La trascrizione integrale del discorso, ripresa da Reuters, restituisce un senso diverso da quello propagato.
In Italia l’offensiva è politica e parlamentare. Antonio Tajani, a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco il 13 febbraio, definisce Albanese “capo fazione” e sostiene la richiesta di dimissioni. Alla Camera, il 12 febbraio, una risoluzione della Lega impegna il governo a sostenere formalmente l’estromissione della relatrice Onu nella sessione del Consiglio per i diritti umani del 23 febbraio. Primo firmatario Paolo Formentini, con i colleghi del gruppo.
La polemica si era già accesa qualche giorno prima per la presenza di Albanese a Montecitorio. Federico Mollicone parla di “oltraggio al Parlamento”. Maurizio Gasparri definisce l’iniziativa “vergognosa”. Sara Kelany e Elisabetta Gardini contestano autorevolezza e imparzialità della relatrice. Davide Bellomo arriva a chiedere la restituzione simbolica delle chiavi della città di Bari. Le dichiarazioni sono pubbliche, registrate da agenzie e atti parlamentari. Il bersaglio è sempre lo stesso: la legittimità della funzione Onu.
Albanese: la nota dell’Onu e il cortocircuito italiano
La presa di posizione del Coordination Committee introduce un elemento dirimente. L’organo che coordina gli esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani denuncia una campagna di delegittimazione fondata su materiale manipolato. Invita gli Stati a proteggere l’indipendenza dei mandati e a evitare pressioni politiche. Reuters ricostruisce il passaggio contestato del 7 febbraio: il riferimento al “nemico comune” riguarda un sistema di potere e di narrazione, non uno Stato o un popolo. La differenza è sostanziale.
Il cortocircuito italiano emerge qui. Ministri e parlamentari si sono associati alla richiesta di rimozione mentre l’Onu, attraverso il suo organo di coordinamento, parla di attacchi costruiti su basi inesatte. Il terreno diventa scivoloso: si chiede la testa di una relatrice sulla scorta di una clip circolata sui social, poi smentita nella sua interpretazione dalla documentazione ufficiale. La vicenda si inserisce in un clima già segnato dalle sanzioni statunitensi del luglio 2025 contro Albanese, criticate a loro volta da esperti Onu come un attacco al sistema dei diritti umani.
Albanese: un precedente che pesa
Il mandato di Albanese, conferito dal Consiglio per i diritti umani, è un incarico indipendente. Gli special rapporteurs operano a titolo personale e rispondono al Consiglio, non ai governi. Reuters ricorda che la rimozione di un relatore durante il mandato rappresenterebbe un precedente senza storia recente e richiederebbe un passaggio formale tra i 47 membri del Consiglio. La richiesta politica italiana si inserisce dunque in una dinamica che travalica la singola frase contestata.
Resta il dato politico. Il governo italiano si è collocato nel fronte che chiede l’allontanamento della relatrice speciale proprio mentre l’organo che tutela l’autonomia degli esperti denuncia pressioni e disinformazione. La distanza tra le parole dei ministri e la nota delle Nazioni Unite è netta. In mezzo, una frase decontestualizzata e trasformata in prova d’accusa. La discussione sul merito delle posizioni di Albanese resta aperta; quella sulla correttezza delle procedure e sull’uso delle fonti è già scritta nei documenti ufficiali.

