ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Alla corte di Trump, leader e aziende si dividono il bottino di Gaza

Alla corte di Trump, leader e aziende si dividono il bottino di Gaza

Politica estera 

20/02/2026

da Il Manifesto

Chiara Cruciati

Palestina globale Primo summit del Board of Peace, tra spille e cappelli Maga: la Striscia è il laboratorio del mondo privatizzato del monarca. La ricostruzione parte da una mega base militare: il problema di Washington, che fare con i corpi?

Entrano uno in fila all’altro per prendere posto sulle due tribune alla destra e alla sinistra del podio, destinato a un uomo solo, quello al comando. Il benvenuto nell’era Trump ha le sembianze dell’adesione a una setta esclusiva: una cinquantina tra presidenti, ministri, ceo di aziende, a inaugurare il nuovo palcoscenico delle relazioni internazionali con una spilla sul risvolto della giacca e un cappellino rosso in mano, Make America Great Again.

È METÀ MATTINA negli Stati uniti quando al Donald J. Trump Institute of Peace, una volta apparecchiati gli invitati, a metà tra sudditi e sciacalli, fa il suo ingresso il padrone di casa (ampiamente intesa), cravatta viola e alle spalle un altro simbolo del monopolarismo che sarà: sei bandiere statunitensi, la «nuova» Onu è affare privato.

«Questo è un grande giorno», esordisce Trump. È l’inizio dell’ennesimo discorso-fiume, divaga per interi minuti dal tentativo di ricordarsi quanto è durata la guerra tra Armenia e Azerbaijan a quale fosse il giornale su cui ha letto delle tensioni tra India e Pakistan («non importa, sono solo fake news»), dalle bacchettate a Rubio troppo morbido con gli europei alle lodi a J.D.Vance. Da quanti soldi deve avere lo sceicco del Bahrain, talmente tanti «che può sedersi dove diavolo vuole», al più «grande spifferone» di tutti, Henry Kissinger.

È una scena, il suo show. Non sta divagando, li tiene in pugno, li fa alzare in piedi quando li nomina, chiede e ottiene riverenza. Sta dimostrando l’ovvio: il Board of Peace, ieri al suo primo summit, è un nuovo regno globale, un club esclusivo di compagni di ideologia e paesi disposti a piegarsi al volere del monarca.

IN CAMBIO, C’È TANTO. C’è il sostegno nell’ascesa al potere nei rispettivi paesi, fondamenta dell’internazionale nera sempre più Maga (lo dice a Milei: ha vinto quando l’ho appoggiato io; lo ricorda ad Orbán). E c’è il bottino della ricostruzione.

Quella parte – quanto vale Gaza – la affida a ceo e grigi imprenditori: solo il lungomare 50 miliardi di dollari, spiega Mark Rowan, ceo dell’Apollo Global Management e membro del consiglio ristretto del Board, «il potenziale è incredibile». Ci sono da tirare su 400mila case per due milioni di persone.

Parla anche Liran Tancman, imprenditore tech israeliano, che nei mesi passati ha coadiuvato la macchina di morte che è stata la Gaza Humanitaria Foundation e ora riceve il suo premio: entro pochi mesi, dice, Gaza vivrà una «trasformazione digitale», con servizi forniti con l’Ia e portafogli digitali. La fiera dell’assurdo: a Gaza si muore di fame perché non entrano i camion di aiuti.

TRUMP, DA PARTE SUA, fa l’elenco dei suoi successi perché non è vero che vuole il Nobel, lui vuole «salvare milioni di vite». Alle otto guerre che dice di aver interrotto con qualche telefonata, aggiunge la mattanza della Striscia: «La guerra è finita». Non è vero.

Nel video di metà happening, «Una nuova alba per Gaza» – un misto tra Trump che stringe mani, bandiere israeliane che sventolano e immagini create con l’intelligenza artificiale di giardini pensili e treni volanti – la voce narrante spiega che «le uccisioni si sono ridotte del 99%». Come fosse un dato finanziario.

Chi produca quelle uccisioni non si sa, non viene detto mai: Israele appare solo quando parla il ministro degli esteri Sa’ar, inviato di Netanyahu. Il genocidio è cancellato, il Board of Peace non è una promessa di giustizia ma «il consiglio di maggior rilievo in termini di potere e prestigio».

Senza rinunciare a bastonare l’Onu (come la Palestina, sottoposta al mandato Usa: «Controlleremo le Nazioni unite»), Trump elenca i fondi finora raccolti: sette miliardi di dollari da Kazakhstan, Azerbaijan, Emirati, Marocco, Bahrain, Qatar, Arabia saudita, Kuwait e Uzbekistan. Altri dieci li investirà Washington. Infantino, presidente della Fifa, sul tavolo mette 75 milioni di dollari tra campetti, stadi e accademie, perché «il calcio è linguaggio universale di sette miliardi di persone».

Spedirà anche qualche star del pallone a Gaza. È il suo contributo a un popolo umiliato dai vertici calcistici mondiali. I palestinesi non hanno bisogno dei campetti della Fifa: hanno bisogno di non essere ammazzati mentre giocano a pallone.

E POI C’È IL PIANO più fumoso, l’International Stabilization Force, truppe multi-nazionali da inviare sul campo senza un mandato chiaro ma «non combattere» perché Hamas si disarmerà, insiste Trump. Se poi non lo fa, useremo tutta la forza possibile. Il generale Jeffers, che guiderà l’Isf, annuncia cinque brigate per cinque distretti, più un commando che avrà sede in territorio israeliano.

Poche ore prima il Guardian rivelava il piano di costruzione di una mega base militare dentro Gaza, 1,4 km per uno, bunker, 26 torrette e filo spinato, dove alloggiare 5mila truppe. Chi le invierà, non è dato sapere (ieri Trump dava per certi Indonesia, Marocco, Kazakhstan, Kosovo e Albania) ma il problema che gli stessi Stati uniti sollevano nel documento visionato dal quotidiano britannico è quello riassunto sotto il capitolo «Human Remains Procotol»: ci sono molti, moltissimi corpi sotto la terra di Gaza.

Cosa fare? Lo stesso che si fa per seppellire un genocidio: un summit come quello di ieri. Perché Gaza non è mai stata il punto. Il popolo palestinese è di nuovo ridotto a spettatore del proprio futuro, a test di laboratorio.

L’happening si conclude, Trump è circondato dagli osanna dei presenti. L’immagine sfuma sulle note di Ymca.

share