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Allarme rosso sui fertilizzanti, agricoltura a rischio

Allarme rosso sui fertilizzanti, agricoltura a rischio

Politica estera

16/04/2026

da Remocontro

Piero Orteca 

Mentre i politici Usa corrono in tondo, per cercare disperatamente di riparare i guai che hanno combinato attaccando l’Iran, i mercati internazionali sono in fibrillazione. L’FMI emette un avviso di «tempesta economica» in arrivo e la FAO avverte che la crisi (sottovalutata) dei fertilizzanti, metterà presto in ginocchio l’agricoltura mondiale.

Dalla crisi alla catastrofe

Messo da parte il fioretto, le vere teste pensanti, a livello planetario, hanno deciso di brandire lo spadone a due mani, intervenendo in modo perentorio nella crisi iraniana. Sono le organizzazioni internazionali più prestigiose, come l’ONU, la FAO e il Fondo Monetario a bacchettare una sfera politica fatta di statisti (si fa per dire) incapaci di offrire soluzioni immediate a un’emergenza che sta oltrepassando tutte le linee rosse. Perché, se ancora non lo si è capito, ogni sistema in fase di transizione critica può crollare di schianto. Tecnicamente, si chiama catastrofe. E proprio il complesso sistema delle relazioni internazionali, non solo politiche, ma soprattutto economiche e commerciali, sulle quali si regge il pianeta del Terzo millennio, comincia a essere a rischio. La decisione di bombardare l’Iran, evidentemente non ha tenuto conto dell’impatto che avrebbero avuto gli effetti collaterali. In particolare, si è clamorosamente sottostimata la capacità di resilienza del regime sciita e la sua possibile strategia di contrattacco. Un chiaro esempio di fallimento, sia nella raccolta delle informazioni nel suo rapporto sul ‘dossier Iran’ che nel loro utilizzo. Il risultato è l’attuale fase di stallo bellico, sufficiente a bloccare lo Stretto di Hormuz e a strangolare un ganglio vitale dell’economia mondiale.

Un ‘Outlook’ preoccupante

Nel suo rapporto semestrale, noto come ‘Outlook’ sull’economia mondiale, l’FMI ha drasticamente cambiato in peggio tutte le sue stime di crescita. Anzi, sarebbe meglio dire quasi di ‘stagnazione’, visto che ancora la guerra non è finita. Perché proprio al conflitto con l’Iran e al susseguente sconquasso geopolitico e commerciale (con la chiusura di Hormuz) fa riferimento il cupo vaticinio del Fondo Monetario. Che avverte i responsabili politici di darsi una mossa, prima che la situazione peggiori ulteriormente e che diventi (non lo dicono ma lo fanno capire) ingestibile. «Pur avvertendo che i Paesi di tutto il mondo avrebbero dovuto affrontare una crescita più lenta e un’inflazione più elevata – scrive il Guardian – l’FMI ha affermato che i Paesi importatori netti di energia e le nazioni in via di sviluppo sarebbero stati i più colpiti. Il Fondo ha riservato il declassamento più drastico tra tutti i Paesi del G7 al Regno Unito, riducendo le previsioni di 0,5 punti percentuali allo 0,8% per quest’anno, avvertendo al contempo che l’inflazione salirà a quasi il 4%, il doppio dell’obiettivo del 2% fissato dal governo. Inoltre, passando ai livelli del debito globale, il Fondo sottolinea come proprio l’impatto del conflitto iraniano si ripercuota sui costi generali dell’indebitamento, e questo per vari motivi. A cominciare dalla necessità di utilizzare ammortizzatori sociali e sussidi che attenuino l’aumento dei prezzi di alimentari e carburanti».

Buco nero dei fertilizzanti

Adesso ne cominciano a parlare tutti. Ma fino a qualche giorno fa, per la maggior parte dei commentatori, il ‘collo di bottiglia’ di Hormuz era una minaccia esistenziale solo per il traffico dei carburanti fossili: greggio e Gas Naturale Liquido (GNL). Gli altri derivati o prodotti di sintesi petrolchimica, non venivano citati. Eppure entrano, eccome, in un ciclo produttivo fondamentale come quello dell’agricoltura, sotto forma di fertilizzanti. Per dare un’idea, senza questo indispensabile additivo, la gran parte delle coltivazioni non sarebbe economicamente sostenibile, perché darebbe rese per ettaro svantaggiose. Se non ci sono dunque i fertilizzanti, la quantità del prodotto diminuisce sensibilmente. E se ci sono, in tempo di crisi, bisogna pagarli il doppio, scaricando il costo aggiuntivo sul prezzo finale del bene. Per cui, se la guerra dovesse continuare a lungo e Hormuz dovesse rimanere bloccato, aspettatevi di comprare quelle che potremmo definire «zucchine iraniane» a peso d’oro. Ma il problema più grosso non riguarda gli ortaggi per i Paesi sviluppati, ma bensì la crisi dei raccolti delle colture cerealicole (a cominciare ovviamente dal grano) che potrebbe colpire in modo micidiale i Paesi sovrappopolati e quelli del Terzo mondo.

Come il petrolio

È dunque proprio il caso di dire che la produzione di fertilizzanti, nel Golfo Persico, ha un impatto non solo economico ma anche geopolitico di primaria importanza per tutto il resto del pianeta. Grazie a questa fondamentale materia prima, in arrivo dalla regione oggi in guerra, i prezzi dei beni agricoli che concorrono a formare la dieta standard di miliardi di esseri umani, possono essere calmierati. Insomma, composti azotati e zolfo del Golfo Persico, alla fine della discussione, contano forse più del petrolio stesso e possono essere considerati un argine contro la fame nel mondo. La società di analisi e consulenza ‘Kpler’ ha predisposto un rapporto che spiega l’importanza di queste sostanze. «Il Golfo Persico rappresenta circa il 25% delle esportazioni globali di fertilizzanti azotati via mare e una quota significativa delle esportazioni di zolfo, la materia prima utilizzata per produrre fertilizzanti fosfatici come il DAP. L’effetto indiretto sul Marocco è meno evidente ma cruciale. Il Marocco è uno dei maggiori esportatori di fertilizzanti fosfatici e importa gran parte del suo zolfo dagli Emirati Arabi Uniti. Una minore disponibilità di zolfo dal Golfo significa una minore produzione di fertilizzanti fosfatici in Marocco, il che potrebbe a sua volta ridurre l’offerta di fertilizzanti fosfatici nell’emisfero settentrionale, compresi i Paesi che non si riforniscono affatto dal Golfo».

«Dall’inizio del blocco – dice Kpler – la Cina ha aggiunto un ulteriore livello di complessità inasprendo le proprie restrizioni all’esportazione di fertilizzanti. Anche i principali produttori agricoli, che solitamente si riforniscono dalla Cina anziché dai Paesi del Golfo, ne risentono».

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