Fino a ieri al centro dei grandi progetti europei, l’emergenza climatica è improvvisamente scomparsa da ogni discorso. La Commissione ha messo su in fretta e furia il Clean Industrial Deal che riduce le rigidità del Green Deal. Obiettivo dichiarato, ridurre almeno del 25% la burocrazia per le imprese, una percentuale che sale al 35% per quelle di piccole e medie dimensioni (Pmi), fino alla fine del 2030.
Il troppo complicato ‘patto verde’ europeo
Il ‘Green Deal’ prevedeva per le aziende criteri obbligatori per certificare le ‘performance ambientali, sociali e di gestione’ (Esg). Ora l’80% delle imprese è stato esonerato da questa rendicontazione. Ma si tratta di snellire o di distruggere? L’impressione è che la ‘semplificazione’ sia soltanto un cavallo di Troia per un’aggressiva deregolamentazione. In una fase storica in cui l’Europa si è trovata schiacciata tra il taglio del gas russo e il drill baby drill (trivella, baby, trivella) dell’America di Trump, la pressione delle lobby ha colpito nel cuore delle regole ambientali dell’Unione. Il Corporate Europe Observatory, che controlla le attività delle lobby presso l’Unione Europea, dichiara che la spesa per il lobbying aziendale ha raggiunto livelli record. Il settore energia ha speso nel 2024 bel 45 milioni di euro, con Fuels Europe e Shell in testa. Il ‘Clean Industrial Deal’ è il risultato di un’azione di lobbing che non solo ha l’obbiettivo di influenzare la politica, ma che può arrivare a sostituirsi.
Difficile nascondersi dietro a un dito: la riduzione degli oneri ambientali e il taglio sul piano degli investimenti è una vergognosa abdicazione di responsabilità da parte dell’Europa e delle sue grandi imprese.
Strapotere dei petrolieri e dintorni
In una fase in cui l’Europa marziale celebra il suo grande riarmo in nome della sicurezza, la malandata economia prova a rilanciarsi con un keynesismo militare che dovrebbe sostituire il defunto piano economico della transizione energetica. I segnali erano stati avvertiti da tempo. La crisi dell’industria dell’auto, innazitutto, e il mercato dell’auto elettrica. Ma è stata la dimensione industriale della transizione energetica a venire a mancare dalle politiche europee. Solo la Cina pare averle seriamente prese in considerazione fin dai primordi, riuscendo a raggiungere un primato difficilmente scalfibile lungo quasi tutte le filiere delle tecnologie della transizione. Dalle materie prime (come le famose terre rare o il nichel, ma anche i meno famosi zinco, fosforo, grafite, manganese o il più comune ferro), ai prodotti intermedi (le batterie), fino ai prodotti finiti: le auto elettriche, i pannelli fotovoltaici e le turbine eoliche.
Progetto sbagliato delle economie
Secondo l’economista Mariana Mazzuccato, «Vale la pena ribadire l’ovvio: la crisi (climatica) non è un incidente di percorso, ma il risultato diretto di come abbiamo progettato le nostre economie, in particolare le istituzioni pubbliche e private e le loro relazioni. Ciò significa che abbiamo il mandato e il potere di riprogettarle per mettere al primo posto il Pianeta e le persone. Per farlo, però, dobbiamo andare oltre la mera correzione dei mercati e la relativa nozione di fabbisogno finanziario. Dovremmo riuscire a rimodellare i mercati prestando attenzione alla qualità e non solo alla quantità della finanza ». Ciò avrebbe richiesto un nuovo pensiero economico e un approccio moderno alla politica industriale che l’Unione Europea e l’industria dell’auto tedesca hanno demandato al rapporto con la Cina.
Poi arriva ‘Trump apocalisse’
Con l’arrivo di Trump e la sua inversione a U in geopolitica, la priorità è passata alla difesa e alla sua industria. Una priorità che è bene sottolineare cancella il concetto di crescita economica. Perché la crescita è sostenibile solo se ha una quantità, ma anche una direzione. Per affrontare il cambiamento climatico, dobbiamo occuparci di entrambi. Come afferma lo studio della Mazzucato con altri due economisti (Doyle e Kuehn von Burgsdorff) «senza crescita, non ci sono posti di lavoro; senza direzione, il lavoro può contribuire al riscaldamento globale e allo sfruttamento del capitale umano».
08/03/2025
da Remocontro