1909/2026
da Il Manifesto
Bab el-Mandeb Trump ha rifiutato per due volte le richieste saudite di attaccare gli houthi. Ora il «nostro» ministro della Difesa forza subito la mano al Parlamento per una rischiosa missione italiana
Con gli Houthi padroni dello stretto di Bab el Mandeb siamo tutti ammiragli. Salvo poi come ha fatto il ministro della Difesa Crosetto promettere prima l’invio della Marina in difesa di mercantili italiani e quindi voltare la prua non verso il mare aperto ma in Parlamento per decidere cosa fare.
E scoprire che, con la missione in Arabia saudita, anche l’Italia è un bersaglio nelle guerre degli Stretti: ieri un Eurofighter italiano è stato colpito nella base di Taif; intanto, quasi a forzare la mano al Parlamento, la nave militare italiana Bergamini (missione Aspides), scorterà subito un nostro mercantile sempre nello stretto di Bab el Mandeb.
SFIORA QUINDI un dubbio: che gli Houthi, descritti come guerrieri in ciabatte o al più miliziani sciiti alleati dell’Iran, siano davvero una cosa seria, come li descrive nel suo libro I Partigiani di Allah, Laura Silvia Battaglia? Qualche cosa da dire ce l’hanno pure loro come dimostra sul manifesto l’intervista di Patrick Zaki a Mohamed Farhan, dirigente del movimento degli Ansar Allah. Tra le righe emerge quello a cui aspirano: essere liberati dall’assedio, dalle black list delle sanzioni europee e statunitensi e ottenere un riconoscimento internazionale. E forse anche di questo hanno parlato i funzionari Usa che li avrebbero appena incontrati.
Ancora più chiaro è stato lo stesso Trump, il quale ha rifiutato per due volte le richieste saudite di attaccarli e minimizzato l’ipotesi di un intervento: «Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere contro di noi», lasciando intendere che il loro scontro è soprattutto con l’Arabia saudita. Gli americani hanno dimostrato uno scarso interesse a difendere gli interessi di Riad che pure acquista miliardi di dollari di armi da Washington. Non è una buona notizia per i sauditi. A Est lo stretto di Hormuz resta fortemente destabilizzato dallo scontro tra Iran e Stati Uniti. A Ovest gli Houthi hanno consolidato il loro potere sulla costa yemenita del Mar Rosso e intorno allo stretto di Bab el Mandeb, dove in pochi mesi il traffico di petroliere è aumentato del 50 per cento. Nel mezzo i droni lanciati dall’Iraq da gruppi filoiraniani hanno mostrato che anche l’oleodotto Est-Ovest, principale rotta alternativa di Riad a Hormuz, è vulnerabile.
I SAUDITI sono intrappolati in un triangolo sempre più scomodo, scrive L’Orient-Le Jour. Forse per questo avrebbero proposto nelle ultime ore una tregua di due settimane.
Gli Houthi invece, pur essendo nel mirino saudita, israeliano e occidentale, possono contare su una catena di comando più coesa e hanno dimostrato la loro capacità di spostare rapidamente le forze da un fronte all’altro, ma anche di portare l’escalation al di là delle frontiere dello Yemen.
IN 48 ORE, dal 10 settembre, si sono impossessati della città di Mokha, poi hanno preso il controllo dello stretto strategico di Bab el Mandeb che collega l’Europa all’Asia. Eppure i sauditi, con l’aiuto degli Usa, bombardano gli Houthi dal 2015 e si sono serviti delle milizie di mercenari create inizialmente dagli Emirati Arabi e poi passate sotto la gestione di Riad. Un disastro militare e politico pagato duramente dai civili yemeniti. Un fallimento così lungo, così profondo e ribadito dagli eventi recenti che fa riflettere gli americani e adesso persino i pensosi ammiragli italiani che scrutano l’orizzonte dalla tolda di comando e si chiedono – cosa che faranno anche in Parlamento – se una missione esclusivamente nazionale sarà sufficiente a garantire la sicurezza delle navi italiane, o dirette in Italia, che varcheranno Bab el Mandeb.
L’alternativa alla missione europea Aspides è quella di una “coalizione di volenterosi”, la formula magica da evocare come negromanti quando non si sa cosa fare. L’incertezza occidentale è il riflesso di quella di un’intera regione sotto un rivolgimento strategico iniziato dal 7 ottobre con Gaza e continuato con la guerra del 28 febbraio di Usa e Israele contro Teheran, «fuori dal diritto internazionale» per lo stesso ministro Crosetto.
AL CENTRO C’È la strategia americana avviata dopo gli accordi di Abramo del 2020, che puntavano a isolare l’Iran, frenare l’espansione economica e diplomatica, della Cina, preservare la preminenza di Israele e controllare allo stesso tempo i principali corridoi energetici e commerciali. Di questi obiettivi l’unico rimasto fuori discussione è la centralità israeliana. Tel Aviv ha portato quasi a termine l’annientamento di Gaza, devastato con i coloni la Cisgiordania, occupato un pezzo di Libano e di Siria, con una campagna di assassinii, bombardamenti e distruzioni che non finisce mai. Non solo, Israele si è proiettato ben oltre il Medio Oriente facendo accordi con l’India, l’Etiopia, il Somaliland, le Forze di intervento rapido in Sudan. Tel Aviv inoltre ha appena inglobato la Grecia e Cipro nella sua rete di alleanze, proiettandosi nel Mediterraneo orientale in funzione anti-turca. In pratica oggi Israele protegge con una parte del suo Iron Dome un Paese europeo della Nato e minaccia la Turchia, altro membro dell’Alleanza atlantica: forse ritiene che in caso di scontro con Ankara la Nato non interverrebbe.
LA GUERRA israelo-americana contro Teheran per le monarchie della regione è stato uno shock. Il loro mondo si fondava su due pilastri: la protezione militare Usa e la sicurezza delle vie energetiche. Le basi americane in Qatar, Emirati, Barhein, Kuwait e Arabia saudita dovevano proteggerli e invece l’Iran li ha ridotti a bersagli, fatto saltare i loro calcoli strategici e le rotte del petrolio. L’Arabia saudita si è rifugiata nel patto della Mecca di agosto con Pakistan e Turchia, gli Emirati si sono tirati fuori dall’Opec e resi autonomi da Riad, l’Oman tratta con l’Iran. Ognuno per sé.
Tutti si sono resi conto che gli Stati uniti di Trump possono scatenare una guerra, negoziare una tregua o fare altro ignorando in gran parte i loro interessi e anche quelli dell’Europa. Per questo nello stretto di Bab el Mandeb, e altrove, servono pensosi ammiragli.

