20/010/2026
da Pagine esteri
Delegazioni da Perù, Brasile, Colombia ed Ecuador sono arrivate a Vienna per chiedere un accordo contro miniere illegali, traffici e distruzione delle foreste. Nel mirino non soltanto i gruppi armati, ma le reti finanziarie che sostengono l’economia criminale
L’oro estratto illegalmente in Amazzonia attraversa confini e mercati internazionali. Il mercurio utilizzato per separarlo dalla roccia rimane invece nei fiumi, nei pesci e nell’acqua bevuta dalle comunità indigene. Da oggi una delegazione di rappresentanti dei popoli amazzonici chiederà alle Nazioni Unite di trattare la distruzione delle foreste come una questione di criminalità organizzata transnazionale, e non soltanto di tutela ambientale.
Più di dodici delegati provenienti da Perù, Brasile, Colombia ed Ecuador partecipano a Vienna alla tredicesima Conferenza delle parti della Convenzione Onu contro la criminalità organizzata, in programma fino al 23 ottobre. L’obiettivo è sostenere l’avvio dei negoziati per un protocollo internazionale sui reati che danneggiano l’ambiente, comprendendo estrazione mineraria illegale, disboscamento e traffico di fauna selvatica. Chiedono anche che i popoli interessati possano partecipare alle decisioni e controllare i propri territori.
La denuncia riguarda economie che funzionano grazie a una divisione precisa dei ruoli. Nelle aree forestali operano scavatori, trafficanti, gruppi armati e intermediari. Altrove si trovano chi acquista l’oro, chi lo trasporta, chi ne nasconde l’origine e chi ricicla i profitti. Colpire una singola miniera non significa interrompere questa catena. È per questo che i rappresentanti indigeni chiedono di seguire il denaro e di intervenire sui mercati che assorbono le materie prime sottratte ai territori.
Galois Flores, rappresentante del Governo territoriale autonomo della nazione Wampis, in Perù, ha spiegato all’Associated Press che miniere d’oro, taglio illegale del legname e narcotraffico esercitano una pressione crescente sulle comunità. I Wampis hanno organizzato due posti di controllo, ciascuno presidiato da quattordici guardiani indigeni. È una risposta costruita autonomamente alla presenza di reti criminali che dispongono di armi e denaro e possono minacciare chi si oppone alle loro attività.
Nell’Amazzonia peruviana centrale, i Kakataibo denunciano la presenza di piantagioni illegali di coca e laboratori per la lavorazione della droga all’interno delle foreste ancestrali. Marcelo Odicio, presidente della federazione delle comunità Kakataibo, riferisce che dal 2020 sono stati assassinati sei loro dirigenti. Anche i rappresentanti Ashaninka del Brasile denunciano incursioni di uomini armati nei villaggi. A luglio, secondo un loro leader, almeno cinque persone mascherate hanno minacciato famiglie alla ricerca di dirigenti indigeni.
La violenza non coincide necessariamente con l’area in cui si trovano le miniere. Nel Putumayo colombiano, ha spiegato la dirigente indigena Ingry Mojanajinsoy, l’inquinamento raggiunge comunità situate più a valle attraverso i corsi d’acqua. Le popolazioni possono perdere così l’accesso al pesce e all’acqua anche quando l’attività estrattiva si svolge fuori dai confini dei loro territori riconosciuti.
I dati diffusi a settembre da Global Witness danno una misura delle minacce. Nel 2025 sono stati documentati almeno 124 omicidi di difensori della terra e dell’ambiente nel mondo; l’85% è avvenuto in America Latina. La Colombia conta 39 vittime, il Brasile 26. Si tratta dei casi verificati dall’organizzazione, non necessariamente di tutti gli omicidi avvenuti. Oltre tre quarti delle vittime erano piccoli agricoltori, persone indigene o afrodiscendenti.
La discussione a Vienna arriva dopo un lavoro preparatorio che ha mostrato divisioni tra gli Stati. Nel 2024 la Conferenza delle parti aveva incaricato un gruppo di esperti di valutare le lacune del diritto internazionale e l’opportunità di un nuovo protocollo. Il gruppo si è riunito nel 2025 e nel febbraio di quest’anno, senza raggiungere un consenso sulle raccomandazioni da presentare ai governi. L’avvio di un negoziato non è dunque scontato e non esiste ancora un testo condiviso.
Il nodo politico riguarda anche la sovranità. I governi amazzonici rivendicano il controllo delle proprie risorse naturali, ma spesso non riconoscono alle comunità la stessa capacità di decidere su concessioni, infrastrutture e accesso alle foreste. Le operazioni militari contro i minatori illegali possono distruggere macchinari e interrompere temporaneamente l’estrazione; quando le forze di sicurezza si ritirano, però, gli operatori tornano. Le organizzazioni indigene chiedono perciò titoli territoriali sicuri, riconoscimento delle guardie comunitarie e accesso alle sedi negoziali.
L’Ufficio Onu contro la droga e il crimine ha citato progetti di collaborazione con comunità brasiliane per monitorare l’estrazione illegale. Non ha però chiarito se i rappresentanti indigeni avranno un ruolo formale nell’eventuale negoziazione del protocollo. La conferenza si apre oggi: la prima decisione da prendere non è ancora come punire i responsabili, ma se avviare una trattativa e chi potrà parteciparvi.

