13/09/2026
da Il Manifesto
La guerra grande Dopo la presa del porto strategico di Mokha, sul Bab el-Mandeb, i combattenti Houthi hanno diffuso video in cui sfilano a bordo di veicoli blindati Mrap di fabbricazione statunitense e di mezzi leggeri prodotti negli Emirati
Nelle immagini che provengono dallo Yemen sugli scontri delle ultime ore c’è qualcosa che merita più di un’occhiata distratta. Dopo la presa del porto strategico di Mokha, sul Bab el-Mandeb, i combattenti Houthi hanno diffuso video in cui sfilano a bordo di veicoli blindati Mrap di fabbricazione statunitense e di mezzi leggeri prodotti negli Emirati: materiale sofisticato requisito alle forze filo-governative appoggiate da Riad dopo una ritirata mal riuscita. Molti commentatori le hanno trattate come una curiosità, un’immagine folkloristica di guerra. È invece esattamente il contrario: è un fatto strutturale, e ci dice qualcosa di preciso sull’inefficacia delle scelte militari come «soluzione».
Perché non è affatto un caso isolato. Gli analisti delle organizzazioni per il disarmo, come noi di Rete italiana pace e disarmo, lo dicono da tempo, e lo abbiamo anche dimostrato nel lavoro di qualche anno fa Storia di una pallottola con Emergency: il flusso copioso di armamenti che l’Occidente ha riversato per anni sui teatri della «guerra infinita al terrorismo» (l’Afghanistan dopo l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, e poi l’Iraq) non è mai rimasto dove doveva. Una quota enorme di quelle armi, soprattutto piccole e leggere, è stata dispersa, deviata verso traffici illeciti, triangolata, oppure semplicemente abbandonata sul terreno e raccolta dai gruppi armati che si volevano combattere. L’arsenale del nemico, in buona misura, lo abbiamo fatto arrivare noi sul campo (fino all’estremo dei Carabinieri in missione irachena sotto il fuoco di pistole Beretta).
LO YEMEN è il caso da manuale, in questo senso. Già nel 2015, prima ancora dell’inasprimento del conflitto attuale, il Pentagono ammetteva di aver perso ogni traccia di oltre mezzo miliardo di dollari in aiuti militari forniti a Sanaa (armi leggere, munizioni, visori notturni, mezzi, imbarcazioni, addirittura veicoli blindati ed elicotteri!) con il timore esplicito che finissero nelle mani degli Houthi o di al-Qaeda. «Dobbiamo dare per scontato che sia tutto compromesso e perduto», fu il commento che filtrò allora dal Campidoglio. Non si trattava di una svista contabile passeggera: era il segno che, in un contesto instabile, il controllo su ciò che si immette nel conflitto è semplicemente un’illusione. Dieci anni dopo, quelle immagini di blindati americani guidati dagli Houthi sono la fotografia letterale di quella previsione.
Ma il punto non è solo contabile, ed è quello che troppi analisti si rifiutano di vedere quando dipingono la guerra a tinte nette, solo in bianco e nero. Questo continuo ciclo deviato e ritorsivo delle armi dimostra soprattutto l’inefficacia dell’intervento militare rispetto agli obiettivi che dichiara di perseguire: non migliora le condizioni delle popolazioni, non produce quel cambio di regime contro autocrazie e dittature che viene ogni volta sventolato come giustificazione, non costruisce nulla che somigli a una pace duratura. E lo scacchiere mediorientale lo conferma su ogni fronte. Stati uniti e Israele, che dispongono della maggiore concentrazione di potenza militare al mondo, non riescono a piegare l’Iran nonostante mesi di pressione e di attacchi.
L’ARABIA SAUDITA, che negli ultimi anni è stata tra i Paesi che hanno aumentato più bruscamente la spesa militare importando enormi quantità di armamenti soprattutto occidentali, si trova oggi a inseguire una milizia che avanza, conquista porti e requisisce i suoi stessi mezzi militari con cui poi attacca le infrastrutture petrolifere. Nemmeno il pieno appoggio aereo di Riad, né la presenza di consiglieri militari, sono bastati a fermare l’offensiva. La superiorità di fuoco, di fronte a situazioni che hanno mille sfaccettature (geografiche, politiche, di radicamento e di sostegno popolare) semplicemente non serve a nulla, se non ad alimentare altra distruzione e una dinamica di pericolosa escalation.
Ecco perché quelle immagini vanno guardate bene. Non sono un aneddoto pittoresco né un curioso rovescio della sorte. Sono la prova di quanto sia fragile, insostenibile e strutturalmente fallimentare l’idea che la militarizzazione e la guerra risolvano i conflitti. È il momento di costruire strumenti diversi, fondati sulla prevenzione, sul disarmo e sulla giustizia, perché finora una cosa sola ha funzionato davvero in tutto questo meccanismo: l’aumento delle commesse armate che garantisce gli interessi del complesso militare-industriale-finanziario… che produce, vende, rifornisce gli eserciti pronto e ricominciare da capo anche quando le armi che ha venduto tornano indietro, puntate contro chi le ha pagate.

