02/07/2026
da Il Manifesto
Poveri ma bellici In vista del vertice di Ankara i trumpiani Rutte e Whitaker chiedono di aumentare la spesa militare. Il governo: «Lo faremo». Dall’Ue 300 miliardi stanno finanziando 195 mila posti di lavoro americani. Osservatorio Milex: dal 2023 4,4 miliardi al Pentagono
Un esame spietato sull’aumento della spesa militare a beneficio dell’industria bellica statunitense attende il governo Meloni, e l’intera Unione Europea, al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio. Lo hanno fatto capire ieri i cani da guardia di Trump: il segretario della Nato Mark Rutte e l’ambasciatore Usa all’alleanza atlantica Matthew Whitaker. Il primo non poteva essere più esplicito in un’intervista pubblicata ieri dal Financial Times e poi in un consiglio dei ministri al ministero della difesa a Berlino alla presenza del cancelliere Friedrich Merz.
PER RUTTE la spinta europea al riarmo sta sostenendo 195 mila posti di lavoro nel settore della difesa negli Stati Uniti attraverso ordini di armamenti per circa 300 miliardi di dollari in due anni. Una cifra che il capo dell’Alleanza ha usato per rispondere alla frustrazione di Trump sul peso finanziario della difesa europea e per mostrare che Europa e Canada «stanno facendo la loro parte». Rutte ha però avvertito che il forte aumento della spesa militare sta spingendo al limite la capacità di assorbimento dell’industria della difesa. Il problema, ha spiegato, riguarda entrambe le sponde dell’Atlantico: non servono prezzi più alti, ma più linee produttive, più turni e più capacità di consegna.
IL SEGRETARIO DELLA NATO ha riconosciuto che alcune capacità chiave possono essere acquistate, per qualità e quantità, quasi solo dagli Stati uniti. Ma ha anche ammesso che i colli di bottiglia produttivi stanno spingendo alcuni alleati europei a rivolgersi fuori dalla Nato, in particolare alla Corea del Sud, pur preferendo, in teoria, comprare da Paesi dell’Alleanza. Sul piano politico, Rutte ha di nuovo elogiato Trump («paparino» è l’indimenticabile nomignolo plurisenso usato a suo tempo). Il capo della Nato ha sostenuto che il presidente americano ha ottenuto un riequilibrio reale della spesa tra Stati uniti ed Europa.
PER CAPIRE L’ENTITÀ della spesa promessa dai governi europei al comparto militare-industriale Usa bisogna ascoltare l’altro trumpista del giro atlantico, Matthew Whitaker, in un incontro online con la stampa. Ad Ankara Trump pretenderà il rispetto dell’aumento della spesa militare pari al 5% del Pil entro il 2035 e, dunque, la fine dello Stato sociale in Europa, oltre che a un prevedibile aumento della tassazione.
«IL VERTICE DI ANKARA – ha spiegato Whithaker – sarà incentrato sulla verifica dei progressi compiuti dagli alleati, sul rafforzamento dell’industria della difesa e sulla prosecuzione della redistribuzione degli oneri della difesa convenzionale europea». Fino ad oggi sono stati impegnati quasi 120 miliardi di dollari aggiuntivi per la difesa, circa la meta’ dei quali destinati all’acquisto di equipaggiamenti e armamenti prodotti negli Stati Uniti.
WHITAKER non ha nascosto che alcuni Paesi stanno avanzando più rapidamente di altri: Polonia, i paesi nordici, gli Stati baltici e la Germania (arriverà al 3,5% di Pil in armi nel 2029), alcuni già vicini o arrivati alla soglia del 5%. Mentre altri alleati, tra cui l’Italia, vengono considerati in ritardo perché non spendono abbastanza o non dispongono di un percorso credibile per raggiungere l’obiettivo concordato in un altro vertice Nato all’Aia.
SONO DIVERSE LE TENSIONI che scorrono tra Roma e Washington in vista di Ankara. Oltre al problema della spesa militare c’è quello dell’uso delle basi per la guerra in Iran. Ieri Rutte ha rilanciato l’accusa trumpista per cui «alcuni alleati (cioè l’Italia, ndr.) avrebbero opposto ostacoli». Ed è stato smentito di nuovo dal ministro degli esteri Tajani e da quello della difesa Crosetto. Ma è la partita economica a pesare di più sulla bilancia, oltre che sullo sventurato futuro di un paese con i conti pubblici stritolati nella morsa dell’austerità e del riarmo.
LA DIFFICOLTÀ del governo Meloni a fare il servo di due padroni è emersa nella gestione dei fondi europei «Safe» per il riarmo. Sebbene Roma abbia formalmente opzionato la quota massima di 14,9 miliardi di euro in prestiti a tassi agevolati, non ha ancora firmato l’accordo definitivo con la Commissione Europea. Pur in assenza di scadenze legali perentorie, il rischio di una riallocazione delle risorse è concreto. Ma Meloni & Co. sanno che questi fondi andrebbero a pesare direttamente sul già fragile debito pubblico. L’intenzione sarebbe quella di chiedere 5-6 miliardi, coprendo i contratti già in corso o siglati entro lo scorso 30 maggio. La situazione non è cambiata dopo la messa in scena sullo scorporo delle spese energetiche straordinarie dal calcolo del deficit per non violare i vincoli del Patto di Stabilità. Quello è stato un diversivo. Ora i militari e le loro lobby presentano il conto.
NEL CORSO DELLA XIX LEGISLATURA, in ogni caso, l’Italia ha impresso una forte accelerazione all’acquisto di armamenti «Made in Usa». Secondo l’analisi dettagliata dall’Osservatorio Mil€x, a partire dal 2023 il Ministero della Difesa ha approvato 9 nuovi programmi di acquisizione e rifinanziato i piani già in corso. L’investimento complessivo in armi statunitensi è stimato in oltre 4,4 miliardi di euro per il quinquennio fino al 2027. Tra le principali forniture ordinate spiccano i potenti lanciamissili Himars, i droni armati Predator, velivoli-spia avanzati e munizionamento tecnologico di ultima generazione. Questo enorme e costante flusso di denaro pubblico, destinato a colossi industriali americani del calibro di Lockheed Martin e Boeing, non include tuttavia i futuri 7 miliardi di euro già preventivati dal governo per l’acquisto programmato di ulteriori 25 caccia F-35.
A PALAZZO CHIGI si è tenuto ieri sera un vertice con Meloni, Tajani, Crosetto e il ministro dell’economia Giorgetti. Smentite le voci che chiedevano di non proseguire il finanziamento militare dell’Ucraina oltre il 2027. Confermato l’aumento della spesa per le armi: «Al vertice di Ankara confermeremo il nostro impegno» hanno fatto trapelare dal governo. Senza chiarire cosa significa spendere almeno 100 miliardi di euro all’anno in armi nella vita delle persone.

