29/05/2026
da Valori
ExitArms identifica oltre 1.500 aziende che esportano armi verso conflitti illegali, dagli Stati Uniti alla Russia. Leonardo è terza al mondo
«Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune»: ispirandoci al monito lanciato di recente da Papa Leone XIV, parliamo di settore delle armi e degli armamenti, non più di “difesa”. E chiediamoci: quali sono nel mondo le aziende che vendono armi a Paesi impegnati in conflitti illegali, che violano il diritto internazionale? La risposta si può trovare nel database ExitArms che ha da poco aggiornato i suoi dati.
ExitArms: cos’è il database delle aziende che armano i conflitti
ExitArms è un’iniziativa della Ong tedesca Facing Finance, da anni impegnata nella denuncia dell’uso delle armi contrario al diritto internazionale anche come membro di iniziative molto note a livello globale, fra cui la campagna per la messa al bando delle mine antipersona, premio Nobel per la Pace nel 1997. È un database pubblicamente accessibile, unico nel suo genere, che copre un vuoto informativo sulle aziende che forniscono armi in zone di guerra. Quello appena pubblicato è il terzo aggiornamento (la prima edizione è del 2022), copre gli anni 2017-2025 (anche se su 2024 e 2025 la ricerca prosegue) e identifica le aziende che nel periodo sono state coinvolte, direttamente o tramite filiali e joint venture, nell’esportazione di armi verso parti in conflitto.
La metodologia utilizzata considera “parti in conflitto” i Paesi in cui sono in corso guerre, i gruppi esterni, le milizie e gli Stati direttamente coinvolti tramite la presenza di truppe in un conflitto in un altro Paese. La definizione di “zone di guerra” si basa sui criteri elaborati dall’Istituto di Heidelberg per la ricerca sui conflitti internazionali ed esclude le guerre legittime sotto il piano giuridico (con un mandato del Consiglio di sicurezza Onu, o allineate all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite). Ciò che si indaga è l’effettiva responsabilità di un’azienda per l’esportazione di armi, che può voler dire produzione ma anche concessione di licenze, modernizzazione, sviluppo, riparazione, vendita, trasporto di materiale militare.
Gli otto Paesi che guidano l’export di armi
Sono più di 1.500 le aziende coinvolte nell’esportazione di armi verso parti in conflitto di cui il database offre informazioni dettagliate. Rispetto al precedente aggiornamento si tratta di circa 800 aziende in più.
La larga maggioranza (oltre il 57%) delle aziende che lo studio definisce war-fueling (che alimentano la guerra) proviene da soli otto Paesi, a dimostrazione di un settore altamente concentrato. Gli Stati Uniti sono primi per distacco con 223 aziende, seconda la Russia con 120. Seguono Regno Unito (117), Cina (107, incluso Hong Kong), Germania (96), Emirati Arabi Uniti (78), Turchia (70) e Francia (66). C’è anche una classifica delle città in cui ha sede (come quartier generale, non sempre corrispondente al sito di produzione) il maggior numero di aziende: Mosca (46 aziende), Pechino (34), Abu Dhabi (29), Dubai, Singapore, Istanbul (25 ciascuna), Teheran (22) e Parigi (20).
Leonardo terza al mondo per export di armi in zone di guerra
Il ranking delle aziende che riforniscono il maggior numero di parti in conflitto vede in testa la società statale russa Rostec (responsabile di spedizioni a 33 parti). Subito dietro, a pari merito con la statunitense RTX, l’italiana Leonardo (23), la cui scheda documenta il coinvolgimento, diretto o indiretto, nelle forniture a Paesi come Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. In classifica seguono Airbus (Europa, 21), Norinco (Cina, 20), Textron (Usa, 20), Baykar (Turchia, 20), Lockheed Martin (Usa, 19), BAE Systems (Regno Unito, 18), Thales (Francia, 16), Boeing (Usa, 15) e AVIC (Cina, 15).
Le mappe interattive sul sito di ExitArms permettono di effettuare ricerche sui Paesi destinatari e sui Paesi fornitori delle armi. Riguardo ai principali teatri di guerre illegali oggi nel mondo, 205 aziende (con in testa le statunitensi General Dynamics, RTX, Lockheed Martin, Boeing, Honeywell) sono responsabili di esportazioni di armi a Israele da fine 2023, cioè dall’inizio di quello che la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati ha affermato essere un genocidio a Gaza. 44 aziende hanno rifornito la Russia dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, 176 la Libia, 163 Myanmar, 44 il Sudan e 217 lo Yemen. Poi ci sono aziende che addirittura riforniscono entrambe le parti del medesimo conflitto (come quello tra India e Pakistan).
Armi e Esg: un’incompatibilità che la finanza etica conosce da sempre
Lato finanza, ciò che fa più specie è che ci sia chi continua a investire in queste aziende facendosi scudo con principi e criteri Esg. ExitArms non fa mistero di avere come principale target di riferimento proprio gli investitori, a cui mette a disposizione le sue informazioni affinché possano valutare come comportarsi con le aziende analizzate quanto a politiche di credito, attività di engagement, scelte di disinvestimento. Offrendo una prospettiva diversa da cui affrontare l’attuale dibattito sulla compatibilità del settore delle armi con i criteri della finanza Esg.
Nel mirino c’è inevitabilmente la narrazione bellicista che vuol far passare l’idea che investire in armamenti sia indispensabile per la sicurezza, la democrazia, la libertà. Ma se anche così fosse, ciò non equivale a parlare di sostenibilità, come ha chiarito il monito di Papa Leone XIV. E soprattutto non vuol dire chiudere gli occhi di fronte a chi alimenta conflitti contrari al diritto internazionale, dagli impatti devastanti, in cui sono spesso protagoniste autocrazie con terrificanti pedigree quanto a rispetto dei diritti umani: è l’opposto della sostenibilità. Lo sa bene chi pratica invece la finanza etica, che fin dalle origini ha escluso la possibilità di investire nel settore degli armamenti.
«Sempre più aziende che alimentano o addirittura rendono possibili guerre illegali attraverso la fornitura di armi – è il commento di Luca Schiewe, ricercatore di ExitArms – finiscono nei fondi di investimento sostenibili. Questo sviluppo è fatale per la credibilità di questi prodotti finanziari».

