06/02/2026
da Remocontro
Ma il modo ancor m’offende. Lo shock dei licenziamenti e il modo con cui è stato annunciato il taglio di più di un terzo dell’organico della storica testata. Sedi estere ridotte a 12. Comunicata l’eliminazione delle pagine sportive e dell’inserto libri. Cronaca cittadina quasi eliminata. Sintesi: oltre 300 giornalisti licenziati. Gli interessati avrebbero ricevuto ‘una notifica’ via posta elettronica.

Jeff Bezos, disumanità senza vergogna
«Pur in tempi di ipercapitalismo, ha fatto scalpore il tasso di crudeltà aziendale del giornale di proprietà di Jeff Bezos (patrimonio da 250 miliardi di dollari), padrone di Amazon, l’azienda che ha appena speso 75 milioni di dollari per produrre e distribuire il documentario su Melania Trump», grida indignato da Los Angeles Luca Celada. Mentre i dettagli aumentano i segnali di una crisi di sistema che colpisce il giornalismo di qualità nel mondo. Anche le operazioni internazionali del Post, una delle quattro tesate nazionali americane (con Wall street Journal, New York Times e Usa Today), sono state tagliate all’osso. Alla purga dovrebbero sopravvivere solo «una dozzina» di sedi estere, non però i corrispondenti in Ucraina e Medio Oriente.
- Lizzie Johnson, corrispondente da Kiev, ha ricevuto la famigerata mail mentre scriveva. «Sono appena stata licenziata dal Washington Post in una zona di guerra – ha scritto in un post -. Non ho parole».
Metafora efficace del trumpismo
«Dopo 150 anni di storia il quotidiano celebre per l’inchiesta Watergate si somma alle istituzioni che nell’era Trump sono cadute in rovina. L’immagine più rappresentativa delle attuali condizioni del giornale è la Casa bianca semi demolita dal presidente – metafora plastica dello stato della democrazia americana». L’inchiesta sullo scandalo Watergate che è stata il simbolo più fulgido del ruolo del giornalismo nel contenere gli abusi di potere presidenziali, Trump è in procinto di completare l’opera che a Nixon, in gran parte grazie proprio al lavoro del Post, non riuscì a portare a termine.
- Parte integrante del progetto trumpiano è l’ingerenza e l’intimidazione della stampa, gli attacchi personali ai giornalisti, le querele a testate ed emittenti ed il favoreggiamento esplicito di canali faziosi e pseudo giornalistici.
Bezos dal 2013
L’acquisto del Post da parte di Bezos nel 2013 era sembrata una possibilità di isolare la testata dalla sistemica crisi economica provocata dal crollo di vendite e pubblicità in era di piattaforme digitali. Bezos aveva inizialmente concesso carta bianca su una ‘copertura vigorosa’ del primo mandato Trump, e aveva investito su un potenziamento dell’organico e delle risorse che aveva prodotto una crescita degli abbonamenti digitali. Ma i feroci tagli attuali segnano una radicale inversione di rotta. La presenza di Bezos all’insediamento del Trump bis, assieme ai maggiorenti delle piattaforme giornalistiche digitali, era stato un segnale chiaro di un’inversione di tendenza politica di allineamento.
Silicon Valley con il regime Trump
Bezos, che si era inizialmente proclamato paladino del giornalismo indipendente, la svolta a convertirlo è stata la perdita, nel 2019, dell’appalto per la fornitura di ‘web hosting’, la presenza sul web, al Pentagono del valore 10 miliardi di dollari. All’epoca Amazon aveva querelato il governo, denunciando l’intervento di Trump e la decisione di usare i servizi Microsoft come ritorsione per gli articoli sfavorevoli apparsi sul Post. Nel secondo mandato Bezos ha scelto una diversa strategia, cominciando col contributo di un miliardo di dollari al «fondo per l’insediamento» del presidente e successivamente con la produzione di ‘Melania’ da parte di Amazon Studios.
Sindrome del miliardario annoiato
Fine dell’illusione dei ‘Cavallieri bianchi’, nobili e facoltosi proprietari in grado di finanziare e salvaguardare l’indipendenza dei giornali in crisi. Dal prototipo Bezos assieme a figure come Patrick Soon-Shiong, miliardario proprietario del Los Angeles Times, entrato come acquirente garante e che ha finito anche lui per cassare il sostegno elettorale a Kamala Harris e praticare profondi tagli. «Quella che la scrittrice (e reduce del Post) Kara Swisher ha chiamato la ‘sindrome del miliardario annoiato’ –riporta il manifesto-, la decisione di una classe di magnati narcisi abilitati da un regime di capitalismo cleptocratico a perseguire più apertamente i propri interessi senza contrariare il garante dei loro patrimoni nella Casa bianca» concludse Celeda. Da cui prendiamo la conclusione politica finale.
«La democrazia perisce nell’oscurità»
- In questo panorama di oligarchia rampante rimangono ormai davvero solo due testate indipendenti e a conduzione ‘famigliare’: il Wall Street Journal (Murdoch) e il New York Times (Ochs-Sulzberger). Intanto, sullo sfondo crepuscolare di una disinformazione strategica, potenziata da frammentazione social e intelligenza artificiale, il caso del Washington Post sembra confermare più che mai il motto che campeggia tuttora sotto la testata: «La democrazia perisce nell’oscurità».

