28/06/2026
da Il Manifesto
Libano Bombardata anche ieri la periferia di Nabatieh, centro degli attacchi. Continuano le demolizioni lungo la Linea gialla
Pollice all’ingiù per Joseph Aoun e Nawaf Salam, rispettivamente presidente e primo ministro del Libano: sintetizza così quello che pensa dei due Ahmad B., un giovane che lavora in un minimarket a Burj el-Brajneh, nel cuore della Dahieh, la periferia sud di Beirut fortemente colpita in questi due anni e mezzo di guerra in Libano. Alle spalle due immagini di un sorridente Hassan Nasrallah, numero uno di Hezbollah ucciso in un violentissimo bombardamento israeliano il 27 settembre 2024.

«È INNEGABILE che Netanyahu abbia compiuto un’impresa nel 2024. Le cose sono un po’ diverse adesso. Questa volta siamo entrati in guerra non per aiutare l’Iran, ma perché l’Iran ci aiutasse – dice senza enfasi – e adesso non ce ne staremo con le mani in mano. Abbiamo raggiunto dei risultati importanti e abbiamo messo in difficoltà l’esercito israeliano nel sud. Abbiamo anche fatto in modo che Beirut non venisse più colpita. Quest’accordo è una sconfitta». Venerdì sera in centinaia si sono riversati nelle strade nella Dahieh, molti i caroselli sui motorini in centro città. L’esercito libanese ha disperso i manifestanti che avevano bloccato Tariq el-Matar, la vecchia strada che da Beirut est porta all’aeroporto Rafiq Hariri. «Salam e Aoun sionisti!», uno dei tanti slogan contro il governo e i loro rappresentanti. «Un accordo nullo e privo di qualsiasi validità» ha messo in chiaro ieri il leader attuale del partito armato sciita Naim Qassem.
L’accordo quadro arrivato proprio nel giorno dell’Ashura -la principale ricorrenza sciita in cui viene ricordato il martirio dell’Imam Hussein e dei suoi compagni nella battaglia di Karbala, il più importante archetipo dello sciismo- ha tutta la potenzialità di destabilizzare il paese.
IN SOSTANZA I 14 PUNTI sottoscritti dalle delegazioni diplomatiche di Libano e Israele e dal supervisore statunitense, il segretario di stato Marco Rubio, prevedono il disarmo totale di Hezbollah per mano dell’esercito libanese, che dovrebbe riacquisire il controllo del sud del Libano, cominciando da «zone pilota». Solo quando il disarmo sarà avvenuto Israele abbandonerà la Linea gialla, la zona occupata dal suo esercito lungo il confine sud e sud-est libanese, che corrisponde a un migliaio di chilometri quadrati circa, un decimo dell’intero paese.
ISRAELE si riserva anche in questa occasione – come durante i vari cessate il fuoco nel paese – il diritto di intervenire in Libano contro Hezbollah in qualunque momento lo ritenga necessario. E infatti anche ieri ha bombardato la periferia di Nabatieh, dove da settimane si stanno concentrando gli attacchi, e ha continuato con le demolizioni nella Linea gialla, come nel villaggio di el-Tiri, nella periferia di Bint Jbeil. L’esercito israeliano ha già raso al suolo dozzine di villaggi in quella fascia. Gli Stati uniti si impegnano a donare immediatamente 100 milioni di dollari in aiuti umanitari e una trentina destinati all’esercito libanese. Tutte condizioni vantaggiosissime per Israele, che può contare sul corto circuito interno al paese che causerebbe un eventuale conflitto tra Hezbollah – che conta anche due ministri nel governo- e un esercito debole come quello libanese, paragonabile a una forza di polizia interna. Centralissima anche la questione iraniana, ovvero il tentativo dei tre firmatari di isolare questi negoziati da quelli tra Iran e Stati uniti.
IL MINISTRO DELLA DIFESA israeliano Israel Katz ha ieri sera ribadito che all’esercito di Tel Aviv è stato ordinato di prepararsi a una «permanenza prolungata» in Libano. Israele ha escluso inoltre qualsiasi «ritiro dal Libano finché Hezbollah non sarà disarmato» e ha minacciato di usare la forza contro l’Iran «se dovesse bloccare l’accordo quadro con il Libano».
Il paese è spaccato più che mai. «Nessuno dice che il cuore degli israeliani sia pieno di amore per il Libano o per i libanesi, ma cosa impedisce a Israele di occupare territorio in Libano, visto che Hezbollah non è comunque riuscito a prevenire l’occupazione del sud. Possiamo solo beneficiare del supporto statunitense e della comunità internazionale. Non è uno scenario da favola, ma cosa possiamo fare?» commenta Hanan Jawad, avvocata attivista, consulente per vari movimenti all’interno dell’opposizione sciita, come il Movimento Taharror (di Liberazione) o la Coalizione Democratica Libanese.
IL BLOCCO Amal-Hezbollah, i due maggiori alleati sciiti del paese, resta compatto; il leader storico di Amal e presidente del parlamento Nabih Berri ha definito il quadro di accordo un atto di «sedizione», una provocazione alla ribellione, che ha invitato fortemente ad evitare. Anche l’asse della resistenza è compatto.
Mohammed al-Farah, rilevante figura degli Houthi yemeniti ha rimarcato che «l’aspetto più pericoloso di questo accordo è il successo del nemico israeliano nel trasferire la battaglia all’interno del Libano». «Il popolo libanese ha il diritto di rovesciare questo governo fantoccio con ogni mezzo possibile». Festeggiano le opposizioni storiche come le Forze libanesi, partito di ultradestra cristiana.
Marco Rubio ha definito questo momento «l’inizio dell’inizio», riferendosi a una nuova era nei rapporti tra Libano e Israele. Ma potrebbe presto diventare l’inizio di una nuova e, se possibile, ancora più profonda crisi per il Libano.

