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Biennale blindata: un mondo di despoti cancella le tonalità minori

Biennale blindata: un mondo di despoti cancella le tonalità minori

Editoriali

09/05/2026

da Il Manifesto

Arianna Di Genova

Lo Stato dell'arte .Nel saggio introduttivo per la mostra In Minor Keys, divenuto con la sua morte un testamento spirituale, la curatrice Koyo Kouoh riporta le parole – rivelatesi poi profetiche – dello scrittore James Baldwin.

Queste: «C’è una ragione, dopotutto, se esistono persone che vogliono colonizzare la Luna e altre che danzano dinnanzi a essa come un’antica amica». Non si poteva dire meglio quel che è accaduto e sta accadendo alla Biennale 2026, una restituzione perfetta del mondo dispotico (oltre che distopico) in cui stiamo vivendo.

Una Biennale che possiamo inquadrare dentro tre coordinate di lettura per diradare un po’ il caos. La prima è il tradimento del principio delle «tonalità minori» che richiedevano un attento ascolto per cogliere anche i sussurri di chi non è autorizzato a parlare dai sistemi centrali del potere: invece abbiamo sentito solo un gran clamore orchestrato da predatori di immaginario dalla vocazione necrofora e militare.

La seconda «cornice» è lo scacco matto del governo che si è centrifugato e autosabotato, senza neanche bisogno di un «re», dimostrando di non avere il senso delle istituzioni né una propria bussola del «dissenso». Meloni stessa aveva confessato di essersi «un po’ persa» sugli sviluppi della situazione e ieri sarà andata ancora più in confusione quando in Laguna è arrivato il vicepremier Salvini.

Non per infastidire il suo stesso governo o Giuli il disertore, ma perché, ha detto, «la Biennale è bella e importante». Ha trovato i padiglioni chiusi per sciopero, ma non la Russia che lo ha accolto con canti siberiani, mentre lui asseriva di voler correre a visitare anche quello armeno, tanto per mescolare le carte. Salvini si dev’essere ricreduto in questi anni: è passato dal mojito del Papeete beach alla vodka del padiglione di Mosca, ma il cocktail stavolta è altamente culturale.

Infine, la terza coordinata: l’esistenza dei padiglioni nazionali in uno scenario mondiale in cui ci si blinda nell’odio e si rispediscono al mittente (carnefice) gli esseri umani in cerca di salvezza. Nel 1993, Achille Bonito Oliva li aprì per stimolare fratture nei confini politici. Anche recentemente ci sono stati «scambi». L’Olanda, nel 2024, ha accolto il collettivo congolese Catpc e la loro statua che rappresentava l’ufficiale coloniale Balot, scolpita per imbrigliarne lo spirito malvagio e distruttore. La Russia, che quell’anno non partecipava, aveva accolto la Bolivia. Insomma, i padiglioni – pur nella loro biografia centenaria – sono un problema: l’idea di nazione rischia ormai di assoldare gli artisti in guerra.

Oggi la Biennale apre al pubblico, sperando di non doversi scusare di esistere.

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