29/01/2026
da Il Manifesto
Di fronte ai disastri. Terribile vedere quella lunga e profonda ferita, la terra e le case che sembrano tagliate col coltello, auto quasi in bilico sul precipizio, a Niscemi. Esempio eclatante del dissesto del nostro territorio
Terribile vedere quella lunga e profonda ferita, la terra e le case che sembrano tagliate col coltello, auto quasi in bilico sul precipizio, a Niscemi. Esempio eclatante del dissesto del nostro territorio, della poca cura che abbiamo avuto, e ragione di più per indignarci al pensiero che i soldi destinati a curare questo dissesto sono stati dal governo dirottati sul ponte, inutile e faraonico monumento.
Ma c’è una ragione ancora più grave per indignarci. Facciamo un passo indietro di pochi giorni e rivediamo le immagini delle coste siciliane devastate dall’uragano Harry. Fenomeni simili erano rarissimi in passato, e invece negli ultimi anni si sono fatti sempre più frequenti.
Il motivo è semplice: il riscaldamento globale ha portato ad un aumento della temperatura del mare Mediterraneo, creando condizioni analoghe a quelle che si verificano da sempre nei Caraibi. E così, come da quelle parti gli uragani sono un fenomeno normale, lo stesso sta avvenendo da noi.
E, visto che l’occidente – con Trump portabandiera – ha deciso di continuare a bruciare fonti fossili, contribuendo così ad aumentare la temperatura globale, gli uragani nel Mediterraneo diventeranno sempre più frequenti, intensi e disastrosi. Ma c’è di più. Diventeranno sempre più disastrosi anche per l’innalzamento del livello del mare. Infatti, il riscaldamento globale causato dalle emissioni di anidride carbonica e altri gas serra provoca lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte glaciali: si aggiunge acqua all’oceano, come in una vasca da bagno il livello sale. Intanto il riscaldamento globale fa espandere anche il volume dell’oceano.
Il livello medio di tutti i mari è aumentato di 21-24 cm dal 1880, e la velocità con cui va salendo è in continuo aumento, passando da 1,4 mm all’anno per gran parte del XX secolo a 0,47 cm all’anno negli ultimi 10 anni. Se continuiamo a emettere gas serra come abbiamo fatto finora si provocherà un rapido collasso della calotta glaciale, e il livello del mare potrebbe salire di 2 metri nel 2100 rispetto al 2000 e di 3,7 metri nel 2150. Delle coste italiane e delle città costiere rimarrà solo il ricordo. Venezia, prima di tutto, visitabile solo con pinne e maschera. Il Mediterraneo si è innalzato già di 21 cm dal 1900 e si prevede che nel 2050 il livello medio possa aumentare di altri 25 cm, che però vanno aggiunti ai fenomeni di subsidenza, per cui localmente l’altezza relativa sarà maggiore. Sembrano numeri piccoli, ma sono sufficienti a fare sparire tantissime spiagge, e a fare penetrare le mareggiate profondamente all’interno. E infatti, questo è successo con l’uragano Harry: il mare è penetrato molto in profondità, danneggiando più del normale, più delle mareggiate di una volta.
Le cose non potranno che andare sempre peggio, quindi, sia per l’intensificarsi in frequenza e intensità degli uragani sia per l’innalzamento del livello del mare.
Tre lezioni ci vengono da Niscemi, la cui frana è stata innescata dalle intense piogge dovute all’uragano, e dai disastri costieri. La prima è che dobbiamo fare di tutto per fermare il cambiamento climatico, e che i soldi che abbiamo e tutto il nostro impegno devono essere destinati alla riduzione delle emissioni di gas serra, non alle armi. È il cambiamento climatico il solo, vero, comune nemico da combattere. E invece il nostro governo sta facendo di tutto per ostacolare la transizione energetica, combattendo le auto elettriche, investendo, oltre che nelle armi, nel nucleare e nel gas, sottraendo così risorse alle rinnovabili e agli accumuli.
La seconda è che il cambiamento climatico, con le piogge torrenziali, rende più critico il dissesto idrogeologico del nostro paese ed evidenzia l’urgenza di affrontarlo con decisione.
La terza è che dobbiamo ricostruire sì, ma in un altro modo e in posizioni diverse ciò che i disastri hanno distrutto. Bisogna da una parte avviare con decisione il piano di adattamento, dormiente nei faldoni ministeriali, per attenuare i futuri inevitabili danni del cambiamento climatico, e dall’altro spostare indietro, sempre più lontano dalla costa, le infrastrutture permanenti, rimodulando i piani regolatori. Certamente non ricostruire dove il costruito è stato distrutto o danneggiato. Altrimenti, com’è successo in Sicilia, la natura farà quello che la politica non sa o non vuole fare: abbattere le costruzioni abusive a meno di 150 metri dalla costa.

