18/02/2026
da Il Manifesto
Pro Pall Il ministro degli Esteri in Parlamento prima di volare negli Usa. Sul BoP critico anche il Vaticano, Parolin: «Siamo perplessi»
Andare solo come «osservatori» o andare per essere «protagonisti». Non c’è un’altra opzione per cui la seduta è tolta. Alla vigilia della missione a Washington per partecipare alla riunione inaugurale del Board of Peace di Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani è comparso ieri in Parlamento per comunicazioni riguardo alla decisione del governo di accettare l’invito attraverso la formula del «paese osservatore».
LE POSIZIONI di governo e maggioranza, però, oscillano: da una parte c’è l’adesione come «osservatori», descritta come inevitabile, necessaria, «il Board of Peace o l’irrilevanza», soprattutto per evitare di rimanere esclusi dalle discussioni sul Mediterraneo, nodo strategico per l’Italia. E perché, è la linea di Tajani, al momento altre possibilità non ce ne sono: «Se qualcuno ritenesse che esistano oggi alternative concrete e praticabili a questo piano, dimostrerebbe di non saper fare i conti con la realtà» ha detto ieri in Aula il leader di Forza Italia. «Tra Italia e Usa ci sono state sempre relazioni molto forti, indipendentemente da chi guidava gli Stati Uniti» ha detto ancora Tajani, giudicando «politicamente incomprensibile» l’idea di lasciare il tavolo, per poi passare in rassegna tutte le iniziative del governo verso la Striscia negli ultimi anni.
Dall’altro lato c’è un nuovo «protagonismo» italiano sbandierato dai banchi del centrodestra: «L’Italia con il governo Meloni è a capotavola dei principali consessi internazionali per quanto riguarda il Mediterraneo allargato e non solo» ha detto il deputato di FdI Emanuele Loperfido. Stesso contenuto anche da parte delle altre forze di maggioranza, mentre i vannacciani seduti nel gruppo misto hanno alzato la posta: «Siamo favorevoli e vogliamo che nel Board entri anche la Federazione Russa» ha detto l’ex leghista Edoardo Ziello, annunciando il voto a favore di Futuro nazionale.
PER TAJANI di problemi non ce ne sono. All’amministrazione Usa sono stati segnalati i nodi costituzionali, quando è arrivato il nuovo invito da parte di Trump la formula trovata è stata ottimale: «Questa è certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli rispetto alla Carta» ha spiegato il titolare della Farnesina. Davanti alle critiche delle opposizioni, che sottolineavano la vicinanza dell’esecutivo a Trump anche a costo dell’isolamento europeo, Tajani ha replicato: «Se vogliamo vedere chi ha piegato la testa agli americani, potremmo pensare a Massimo D’Alema, ricordiamo gli attacchi al Kosovo e alla Serbia?» ha detto poi nel pomeriggio al Senato.
In ogni caso, la consapevolezza del rischio accettato c’è, rimane un briciolo di prudenza. Ieri in aula il titolare della Farnesina ha parlato di un invito «alla prima riunione», mentre al Senato ha detto di aver accettato solo «dopo che la Commissione Ue ha annunciato la sua partecipazione». Ieri intanto il gruppo dei Socialisti ha chiesto alla Commissione chiarimenti sul mandato politico della missione. La speranza dalle parti del governo è che anche altri paesi europei cedano e inviino una qualche rappresentanza in futuro, non tanto alla riunione inaugurale di domani a Washington, ma magari chissà nelle prossime settimane.
IERI ALLA CAMERA Tajani si è riservato di elencare i nomi dei paesi partecipanti uno per uno, foglio alla mano. «Albania, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Cambogia…». «Sembra Bad Bunny al Superbowl» commenta qualcuno in Transatlantico, sottolineando l’incertezza con cui avanzava il discorso. Oltre ai paesi, ci sono soprattutto i nomi dei membri del comitato esecutivo, il cerchio magico del tycoon: Tony Blair, Jared Kushner, Marco Rubio, Steve Wirkoff. Ieri critiche le ha espresse anche il segretario di Stato, il cardinale Parolin: «Il Vaticano non parteciperà. Evidentemente ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni. La cosa importante è che si stia tentando di dare una risposta ma per noi ci sono delle criticità che andrebbero risolte» ha detto al termine del bilaterale che ha avuto con il presidente Mattarella e la premier Meloni. Parole non da poco, considerato il primo papa statunitense e il ruolo del Vaticano nell’aerea.
SU QUESTO VERSANTE si sono scagliate le opposizioni, forse per la prima volta unite in politica estera da inizio legislatura. «Eludere la Costituzione è come violarla, non è una scelta tecnica ma politica. Giorgia Meloni non riesce a dire di no a Trump. Voleva essere pontiera e mediatrice, ma è solo spettatrice, l’unica cosa che la preoccupa è non scontentare Trump» ha detto la segretaria dem Elly Schlein. «È un Board di dittatori, autocrati, finanzieri, miliardari. È uno strumento di totale sostituzione delle Nazioni Unite, che potrebbe fare uso della forza militare attraverso la forza dei soldi. Questo è feudalesimo: ministro, scelga lei se essere un vassallo o un valvassore» ha attaccato Angelo Bonelli di Avs. «Che andate a fare, i guardoni?» la stoccata di Davide Faraone di Italia Viva. «Non si basa sulla diplomazia, ma sulla prepotenza, sugli affari. State eternamente ad aspettare che altri decidano per capire dove è meglio accucciarsi, dove è meglio ripararsi e dove è meglio scodinzolare» ha ribadito Riccardo Ricciardi del M5S.
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