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Bolivia, la controrivoluzione tradita. E assediata

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Politica estera

29/05/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Dopo appena sette mesi di governo del nuovo Presidente di centro-destra, Rodrigo Paz, il Paese è già sconvolto dalle proteste. Le miracolistiche promesse elettorali, con un’inflazione al 20%, cibo carissimo e benzina introvabile, si sono già squagliate come neve al sole. E mentre il Fondo monetario detta le sue ricette “lacrime e sangue”, gli americani osservano nervosamente.

È rivolta nelle strade

Si mette veramente male in Bolivia, dove la devastante crisi economica sta spingendo la popolazione a manifestare nelle strade, a pochi mesi dalle elezioni generali che hanno decretato la vittoria del centro-destra di Rodrigo Paz.  Quest’ultimo è stato eletto grazie a un programma “minestrone” (suggeritogli, evidentemente, da qualche “amico” importante) che mette assieme rigore fiscale e salvaguardia del welfare, Cioè, in pratica, tutto e il contrario di tutto. Perché, diciamocelo senza perdere tempo: la Bolivia per restare a galla deve restituire i soldi a chi glieli presta e per farlo deve seguire una strada tortuosa e in salita, suggeritale (si fa per dire) dal Fondo monetario internazionale. Con cui sta trattando una “cambiale” da 3,3 miliardi di dollari. E siccome la coperta è corta, prima si ripagano i debiti e poi, se restano denari, si pensa a erogare i sussidi, indispensabili per tirare a campare. Ma visto che (e siamo all’epilogo della spiegazione) non c’è un centesimo nelle casse dello Stato, ecco che i bei discorsi non bastano più a calmare le torme tumultuanti di gente inferocita che assaltano strade e piazze. “Il Presidente Paz – dice la BBC – ha avvertito che il Paese è ‘al punto di rottura’ dopo un mese di proteste antigovernative che hanno provocato sette morti e centinaia di arresti. Manifestanti guidati da sindacati e gruppi indigeni hanno eretto blocchi stradali in tutta la Bolivia, causando gravi carenze di beni di prima necessità e paralizzando ampie zone del Paese”.

Come prima, peggio di prima

Non c’è niente di più complicato per uno statista che affrontare i problemi di un’economia in transizione. La Bolivia, per vent’anni, ha funzionato secondo i parametri di un socialismo d’assalto: quello di Evo Morales. Un modello che ha cercato di privilegiare la redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, magari a scapito di una maggiore efficienza del sistema. È stata una scelta di priorità politiche. Quando una popolazione fa la fame, come i campesinos delle Ande, si pensa prima di tutto a farla sopravvivere e poi viene il resto. La Bolivia è un Paese particolare, che per cultura, tradizione e struttura sociale, forse più di altre regioni latino-americane ha sentito acuto il bisogno di combattere per i diritti dei “dimenticati”.  Un mito mondiale della lotta di classe come Ernesto Che Guevara, non a caso aveva scelto proprio questo aspro Paese sudamericano, come testa di ponte per una “revoluciòn”, che avrebbe dovuto allargarsi a tutto il sub-continente. Ma la Cia seguiva le sue mosse, e guidò l’esercito boliviano fino alla sua cattura e alla successiva (e vigliacca) esecuzione. Storicamente, dunque, il Paese è tenuto d’occhio da Washington che lo considera, al pari di tutti gli altri Stati della regione, una specie di retrobottega di casa. Dove pretende di avere diritto “geopolitico”di ficcare il naso, in base alla Dottrina Roosevelt (Teodoro), elaborata all’inizio del ‘900 proprio per fissare, nero su bianco, gli interessi strategici degli Stati Uniti in tutto il Continente americano.

Gli Usa minacciano

Il Presidente Paz, che si è insediato appena sette mesi fa, portato al potere sull’onda di una crisi economica di proporzioni storiche, è sostenuto a spada tratta da Donald Trump. Forte di quest’appoggio, ha già dichiarato “che chiunque vorrà distruggere la nazione, dovrà vedersela con lui e con tutta la forza della Costituzione”. Naturalmente, tra i più interessati alle vicende della crisi boliviana ci sono gli americani e, in particolare, gli osservatori del Dipartimento di Stato. Tanto che il Segretario, Marco Rubio, ha già messo le mani avanti, facendo una dichiarazione ufficiale che suona come un avvertimento a chi volesse manipolare le manifestazioni. “Gli Stati Uniti – ha detto Rubio – sostengono fermamente il legittimo governo costituzionale della Bolivia. Non permetteremo a criminali e narcotrafficanti di rovesciare i leader democraticamente eletti nel nostro emisfero”. Quest’ultimo termine è un chiaro riferimento alla Dottrina Roosevelt, che abbiamo richiamato sopra.

Economia al collasso

Diciamo pure che piove sul bagnato, perché alcune delle misure (dichiaratamente monetaristiche) proposte dal governo Paz si sono scontrate violentemente con la congiuntura internazionale. Insomma, se già le riforme finanziarie di Paz partivano anchilosate, la guerra con l’Iran, lo scontro sui dazi doganali e la cervellotica volatilità nei prezzi dell’energia hanno fatto saltare il banco. Per fare un esempio, Paz ha abolito i sussidi di lunga data sui carburanti a causa… della loro carenza e dell’inflazione. Ma il risultato ha peggiorato le cose. La scelta ha fatto impennare il costo della vita e ha paradossalmente reso la benzina quasi introvabile. Inoltre, il nuovo governo ha abbozzato una riforma agraria che è subito fallita, perché tra i piccoli proprietari è dilagato il panico: si pensava che volesse favorire i grandi latifondisti, pronti a comprare a quattro soldi migliaia di piccoli appezzamenti di terreno. Per riunirli. Metà della popolazione è scese in strada (sono tutti poveri campesinos) a bloccare le principali vie di comunicazione. Fino a quando Paz non ha fatto marcia indietro.

  • “Adesso, in molti chiedono il ripristino dei sussidi sui carburanti e l’abolizione delle misure di austerità, nonché le dimissioni del governo. Con un’inflazione al 20%, un deficit su Pil tra il 9 e il 10% e un debito pubblico intorno al 100% del Pil, la Bolivia è legata mani e piedi alle ricette che le fa trangugiare l’FMI. L’ultima “perla”: voci anonime dicono che nella sua foia controrivoluzionaria, Donald Trump abbia minacciato di spedire le portaerei americane in Bolivia. Poi, però, qualcuno gli ha spiegato che quel Paese non ha mare…”
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