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«Botte e granate sonore sulla nave-prigione»: il racconto della cattura di Andrea Sceresini

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Politica estera

02/05/2026

da Il manifesto

Andrea Sceresini

Le prime parole da Creta La sbobinatura della prima telefonata del reporter Andrea Sceresini inviato sulla Flotilla per il manifesto e catturato durante l'atto di pirateria internazionale che ha visto 23 barche delle oltre 60 della missione messe fuori uso dall'assalto israeliano e decine di attivisti rapiti. I prigionieri sono stati poi fatti sbarcare sulle coste di Creta

Qui di seguito la sbobinatura della prima telefonata del reporter Andrea Sceresini inviato sulla Flotilla per il manifesto e catturato durante l’atto di pirateria internazionale che ha visto 23 barche delle oltre 60 della missione messe fuori uso dall’assalto israeliano e il rapimento di decine di persone.

L’ultimo video che ho fatto prima che venissimo arrestati è stato intorno alle due di notte. Noi siamo stati l’ultima barca a essere presa in quell’orario. Ci hanno fermati, sono saliti a bordo, hanno rotto le vele e poi ci hanno fatto passare su un gommone. Da lì ci hanno portati su quella che sembrava una nave-prigione: un cargo militare con container rettangolari sistemati sul ponte, che formavano una specie di recinzione. Ci hanno tenuti lì dentro, in quello spazio che sembrava un cortile sempre bagnato.

La notte c’era umidità e il pavimento era continuamente bagnato, buttavano forse acqua di proposito. Mentre di giorno faceva un caldo insopportabile. Le condizioni erano estreme: tutti soffrivano il caldo e molti si sono scottati. Durante la notte venivamo rinchiusi dentro i container, stipati come animali: circa 40 persone per container. In totale eravamo circa 180 persone.

Ci hanno messo dei braccialetti di plastica al polso con dei numeri: io ero il 172, tra gli ultimi della mia barca. Siamo stati perquisiti in modo molto pesante: pacche, ordini continui di inginocchiarsi, mani sulla nuca, spintoni, “alzati, siediti, mettiti in ginocchio, testa giù”. Personalmente non ho riportato ferite gravi, ma molte altre persone sono state picchiate e hanno riportato traumi e contusioni.

Sopra di noi c’era un camminamento dove stavano militari delle forze speciali israeliane, tutti con il passamontagna, quindi impossibili da riconoscere. La prima notte è passata così. Il giorno dopo ci hanno contato una prima volta, poi una seconda volta hanno fatto irruzione e hanno sparato dei colpi che sembravano di avvertimento o proiettili assordanti. In quel momento alcuni hanno protestato e quattro persone sono state prelevate e portate via.

Successivamente sono stati picchiati: uno ha riportato la spalla lussata, un altro l’occhio tumefatto. Non avendo notizie di queste persone, circa 60 di noi hanno iniziato uno sciopero della fame. Abbiamo fatto proteste di resistenza passiva, battendo sui muri, cantando e urlando per chiedere il rilascio dei quattro. Nel frattempo ci spostavano verso est e avevamo la sensazione che ci stessero portando verso Israele, anche se non ci veniva detto nulla: ricevevamo solo ordini. La notte successiva è stata ancora peggiore: faceva molto freddo, c’era acqua ovunque e i posti nei container non bastavano per tutti.

Alcune persone hanno dormito fuori, su specie di materassini isolanti. Ci hanno dato acqua e cibo due volte, lanciando sacchi di plastica con panini, alcuni con formaggio. La notte è stata terribile. L’indomani mattina ho capito che ci stavano spostando su un’altra barca, senza però specificare cosa sarebbe accaduto. A quel punto ci siamo organizzati e abbiamo messo in atto forme di protesta e resistenza passiva, soprattutto per chiedere notizie dei quattro ancora in loro custodia.

La situazione però è degenerata: hanno fatto irruzione con fucili che sparavano proiettili stordenti e hanno iniziato a prelevare le persone che erano in ginocchio. Più della metà dei presenti è stata trascinata fuori uno a uno e picchiata in modo molto pesante. Noi abbiamo continuato a protestare e a urlare, ma alla fine ci hanno messi uno per uno in ginocchio e ci hanno fatto indossare dei giubbotti di salvataggio, dicendoci semplicemente che saremmo stati portati in un paese straniero.

Infine ci hanno fatto salire e ci hanno scaricati su una nave, un battello della Guardia costiera greca. Verso le otto di mattina ci hanno lasciati lì, praticamente abbandonati. Siamo rimasti tutta la mattinata nel porto, in attesa di essere portati in città. Eravamo comunque impossibilitati a comunicare con l’esterno. Il porto di Atherinolakkos, sulla costa sud di Creta. in cui ci trovavamo è stato scelto perché è l’unico in cui non interviene la Turchia.

È un’area isolata, praticamente senza città: c’è solo una fabbrica, o meglio una struttura industriale, con due ciminiere, probabilmente una centrale termica o qualcosa di simile. Un molo e questa fabbrica, tutto qui. In seguito ci hanno fatto salire su dei pullman: in totale erano tre. Alcune persone sono state portate all’ospedale, mentre altre sono rimaste separate. Noi invece siamo stati lasciati lì e abbiamo dovuto proseguire a piedi per un tratto.

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