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Brasile, samba di una nota sola

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Politica estera

27/10/2026

da Il Manifesto

Claudia Fanti

Lula hope L’eterno Luiz Inácio da Silva fa la rimonta impossibile: presidente per la quarta volta con il 51,8%. Bolsonaro jr non concede la sconfitta

«Só o povo salva o povo» (o, in spagnolo, «solo el pueblo salva al pueblo»), si sente spesso ripetere in America Latina. E in Brasile, ancora una volta, è stato così.

Se Lula è riuscito in una rimonta quasi impossibile, ottenendo in appena tre settimane quasi quattro milioni e mezzo di preferenze in più di Flávio Bolsonaro, è stato in buona parte proprio grazie all’imponente mobilitazione della sua base sociale: per le strade, colme di giovani, delle diverse città del paese; in un paziente e certosino lavoro porta a porta; persino alle finestre, a colpi di pentole, come quando era andata in onda l’intervista a Bolsonaro su Globo Tv il 16 ottobre. E, soprattutto, sui social, dove il canale whatsapp denominato «Exército do Lula» ha raggiunto il 24 ottobre la quota di 10 milioni di iscritti, registrando una crescita record di oltre 2 milioni di nuovi contatti in un solo giorno.

E ANCHE LO STESSO Lula, notoriamente sprezzante nei confronti di «discorsi come “farò scendere il popolo in strada”» – come dichiarava lui stesso nel 2018 nel suo libro «La verità vincerà» – ne ha preso atto: «La partecipazione popolare in questa campagna, la mobilitazione per le strade degli studenti, delle donne, dei lavoratori, ci obbligherà a un nuovo modo di governare. Questo paese non sarà più lo stesso», aveva già dichiarato nei giorni precedenti al ballottaggio.

E così ha ribadito nel suo primo discorso dopo la vittoria, quando, esaltando il ruolo giocato dal deputato federale André Janones, fondatore e coordinatore dell’Exército do Lula, ha annunciato una profonda trasformazione nella strategia di governo e nel dialogo con la società: «Queste elezioni mi hanno insegnato molte cose. Posso assicurarvi che cambieremo il modo in cui governiamo questo paese. Che coinvolgeremo maggiormente i cittadini nelle nostre decisioni e che la comunicazione digitale avrà un ruolo molto importante». Un coinvolgimento quanto mai necessario di fronte ai minimi margini di manovra di cui Lula disporrà al Congresso – il cui ruolo nell’esecuzione del bilancio è oltretutto assai più rilevante ora che ai tempi dei suoi due primi mandati – benché, sul piano dei negoziati istituzionali, il presidente abbia almeno l’intenzione di pretendere maggiore fedeltà dal gelatinoso e inaffidabile Centrão, qualora accetti di entrare a far parte del suo governo.

ALLO STESSO TEMPO, annunciando di aver ricevuto dal governatore del Piauí Rafael Fonteles il suo primo smartphone – Lula non ne ha mai posseduto uno – il presidente si è impegnato a dialogare con la popolazione senza intermediari, così da contrastare le narrazioni distorte sulle sue azioni di governo: «Non permetterò che giornalisti in malafede mi fraintendano». E ha aggiunto: «In queste elezioni, una delle cose che mi ha motivato di più è stata impedire a queste persone di vincere e di privatizzare il nostro sistema sanitario pubblico brasiliano».

È PROPRIO ALLA VOLONTÀ di scongiurare questo scempio – e tutti gli altri, non meno gravi, che avrebbe comportato la presidenza di Bolsonaro figlio – che si deve il miracolo dei 10,3 milioni di voti in più incassati da Lula dal primo al secondo turno. La reazione che nessuno si aspettava all’aperto sostegno al primogenito di Bolsonaro da parte dell’amministrazione di Donald Trump, il quale non a caso ha messo in discussione la vittoria di Lula citando il «manuale di Joe Biden»; alla disparità di trattamento mostrata dai grandi poteri mediatici e dalle Big Tech, a cominciare dalla clamorosa interferenza elettorale di Meta; alla sconsiderata parzialità del Tribunale superiore elettorale (Tse) guidato dal bolsonarista Kassio Nunes Marques; all’aperto favore dei mercati, che infatti non hanno preso bene la vittoria di Lula: violenta flessione del 17% dell’indice Ibovespa, crollo del real del 12% nei confronti del dollaro statunitense, perdite dei grandi titoli di stato come Petrobras e Banco do Brasil.

CHE POI FLÁVIO Bolsonaro non fosse disposto a riconoscere la sua sconfitta era quasi scontato. «Chiederemo l’annullamento delle elezioni», ha annunciato subito dopo la diffusione dei risultati, contestando la decisione del giudice della Corte suprema Cristiano Zanin di prorogare per due ore la chiusura dei seggi in cui le operazioni di voto non erano ancora state completate, peraltro accogliendo richieste che arrivavano da entrambi i candidati: da Lula, a causa della carenza – ovviamente dolosa – di trasporto pubblico in importanti centri urbani di Bahia, Paraíba, Piauí, Paraná, Pará e Rio de Janeiro, e da Bolsonaro per le difficoltà logistiche provocate dalle forti piogge a São Paulo, Paraná e Santa Catarina.

UNA DECISIONE, quella di Zanin, adottata in seguito all’ennesima omissione da parte del presidente del Tse, che, informato fin dalla mattina sulle difficoltà riscontrate dagli elettori per raggiungere i seggi, non aveva preso alcun provvedimento, mentre a Salvador, la più grande città del Nordest brasiliano, la significativa riduzione degli autobus in circolazione aveva già provocato l’intervento del Tribunale regionale elettorale di Bahia, con l’ordine di arresto, poi revocato, del segretario municipale della mobilità Pablo Souza.

È STATO PROPRIO per il mancato intervento di Nunes Marques che Zanin si è trovato ad annunciare la misura solo alle 17, cioè al momento della chiusura dei seggi, quando già alcune sezioni avevano terminato le operazioni, e a dover quindi chiarire successivamente che la proroga valeva solo per le urne ancora aperte. Ma della confusione che ne è seguita hanno approfittato subito il coordinatore-generale della campagna di Bolsonaro Rogério Marinho, parlando di «golpe giudiziario» e di «impressionante livello di interferenza di alcuni giudici della Corte suprema», e lo stesso candidato sconfitto: «Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha allungato le operazioni di voto, ha cambiato le regole in corso», ha dichiarato il primogenito del presidente, malgrado quell’allungamento lo avesse chiesto anche lui. Tale padre tale figlio.

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