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Bruxelles smantella le regole ambientali su pressione delle lobby

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Maurizio Bongioanni

Miniere, gasdotti e data center con controlli ridotti: tre casi studio mostrano come Bruxelles allenta le regole dietro la pressione industriale

La Commissione europea sta sistematicamente indebolendo le norme sui permessi ambientali per favorire infrastrutture inquinanti – minieregasdottidata center – sotto la pressione delle grandi industrie fossili e tecnologiche. È quanto emerge da Permission to Pollute, il nuovo rapporto dedicato alle attività di lobby industriale pubblicato il 11 maggio 2026 da Corporate Europe Observatory (Ceo), organizzazione indipendente che monitora le attività di lobbying a Bruxelles.

Il documento ricostruisce come, dall’inizio del secondo mandato di Ursula von der Leyen, le regole sulle autorizzazioni per infrastrutture energetiche e industriali siano state sottoposte a un attacco sistematico da parte delle industrie più inquinanti d’Europa. Ovvero Big Tech, compagnie petrolifere e gasifere, lobby minerarie. Sotto l’etichetta della “semplificazione”, l’Unione europea rischia di erodere cos’ì decenni di regole ambientali e sociali.

Deregolamentazione ambientale: le lobby al tavolo delle decisioni

I documenti ottenuti da Ceo attraverso richieste di accesso agli atti rivelano che la Commissione ha attivamente invitato i rappresentanti industriali a plasmare la propria agenda di deregolamentazione. Von der Leyen avrebbe chiesto direttamente all’European Round Table for Industry (uno dei gruppi di pressione più potenti) consigli su come alleggerire le norme sui permessi. Ee ha co-organizzato workshop con gruppi del settore fossile per “snellire” le procedure d’autorizzazione. Nuovi meccanismi di consultazione – chiamati “Implementation Dialogues” e “Reality Checks” – risultano largamente dominati dalle imprese.

I risultati concreti di questa pressione si riflettono in una serie di atti legislativi in corso di approvazione: ReSourceEU, l’Environmental Omnibus, il Grids Package e l’Industrial Accelerator Act. Questi provvedimenti prevedono, tra l’altro, l’accelerazione delle autorizzazioni, valutazioni ambientali semplificate. E ancora l’estensione del silenzio-assenso e restrizioni nell’accesso alla giustizia per i cittadini. Settori come le miniere, il gas fossile, la cattura e stoccaggio di CO2, l’idrogeno e i data center otterrebbero la qualifica di “interesse pubblico” o “strategici”. Garantendo loro un trattamento preferenziale nelle procedure di autorizzazione.

Il gruppo di lobby del petrolio e gas Iogp (ovvero International Association of Oil and Gas Producers) ha già esultato, dichiarando che l’Environmental Omnibus e il Grids Package hanno fatto «reali progressi sulle richieste di lunga data dell’industria». Iogp e un altro gruppo di pressione, Euromines, hanno persino formato una “Coalizione informale sui permessi” (Informal Coalition on Permitting) per fare pressione su più fronti contemporaneamente.

Il caso italiano: il gasdotto tra case e zone sismiche

Tra i tre casi studio analizzati nel rapporto, quello italiano è tra i più preoccupanti. Nell’ambito del controverso progetto di cattura e stoccaggio di CO2 a Ravenna – sostenuto dai colossi del gas Eni e Snam – sono pianificati gasdotti a pochi metri da abitazioni civili. Un tracciato di cento chilometri attraverserebbe aree ad alto rischio sismico e idrogeologico. Oltre a siti che ospitano elevata biodiversità protetti dalla direttiva europea Natura 2000. Il piano è stato inserito nella lista europea dei “Progetti di interesse comune”, il che gli conferisce lo status di priorità assoluta e lo sottrae in parte alle normali procedure di valutazione ambientale.

Il rapporto ricorda le conseguenze di una rottura in un gasdotto di CO2 avvenuta nello Yazoo County, negli Stati Uniti: asfissie, ricoveri di massa e danni sanitari prolungati. La densità di popolazione molto più elevata dell’Europa rispetto alle aree rurali americane rende lo scenario potenzialmente ancora più rischioso.

Il problema non è solo ambientale. Gli anidrottodotti vengono utilizzati dall’industria fossile come giustificazione per il prolungamento dell’uso di petrolio e gas. Con la promessa – definita “irrealistica” dagli autori del rapporto – che le emissioni verranno catturate, trasportate e stoccate in futuro. Nel frattempo, l’Unione europea pianifica 19mila chilometri di queste infrastrutture entro il 2050, con un costo stimato fino a 23 miliardi di euro.

Dal Gran Nord al cloud: le altre vittime della deregolamentazione

Ci sono poi altri due casi studio nel rapporto. In Svezia, la miniera di ferro e terre rare Per Geijer, di proprietà della società statale Lkab, minaccia di recidere l’ultima via di migrazione stagionale delle renne della comunità indigena Sámi di Gabna. Il progetto è stato qualificato come “strategico” ai sensi del Critical Raw Materials Act, che limita la durata del procedimento autorizzativo a 27 mesi. Tagliando tempi per valutazioni ambientali e consultazioni comunitarie.

Lkab ha incontrato funzionari di alto livello della Commissione sei volte nei tre mesi precedenti alla classificazione strategica del progetto. «Tutto ruota attorno all’allevamento delle renne. Se questa attività cessa di esistere, cesserà di esistere anche la cultura Sámi», ha dichiarato Lars-Marcus Kuhmunen, presidente della comunità Gabna.

L’altro caso riguarda l’Irlanda, dove la diffusione dei data center – di cui la Commissione punta a triplicare il numero entro cinque-sette anni – sta già producendo conseguenze concrete. Che si traducono in prezzi dell’energia tra i più alti d’Europa per le famiglie, rischio di blackout. E ancora nuove infrastrutture a gas costruite per alimentare i “capannoni digitali” delle piattaforme tecnologiche. L’area metropolitana di Dublino assorbe il 50% della propria domanda elettrica cittadina nei soli data centre. E Google avrebbe chiesto alla Commissione di limitare il diritto di opposizione ai soli cittadini residenti entro 50 metri da un impianto.

Denaro pubblico alle industrie inquinanti

La deregolamentazione non basta: la Commissione europea sta anche mettendo mano al portafoglio. Su richiesta esplicita dell’industria, Bruxelles ha predisposto meccanismi di finanziamento pubblico a favore delle stesse imprese inquinanti che hanno lobbato per allentare i controlli ambientali. Le misure di de-risking scaricano sui contribuenti il rischio finanziario di progetti privati. Abbassando la soglia di convenienza per investimenti che il mercato da solo non farebbe. 

La nuova Industrial Decarbonisation Bank nasce con l’obiettivo dichiarato di sostenere la transizione industriale, ma rischia di finanziare infrastrutture fossili in nome della sostenibilità. Le norme più permissive sugli aiuti di Stato, infine, aprono la porta a sussidi nazionali che in precedenza sarebbero stati bloccati dalla Commissione stessa come distorsivi della concorrenza. Il risultato è che l’Europa non si limita a togliere ostacoli all’inquinamento: lo finanzia attivamente.

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