04/07/2026
da Il Manifesto
Un deficit di conflitto Meloni cerca tra i sindacati confederali un autunno tranquillo e offre l'esca dei "salario giusto" e della detassazione, ma i salari restano al palo per una tassa occulta. Intanto, a Prato la lotta di classe si cancella con i manganelli
La mietitura dei consensi in vista del voto alle politiche dell’anno prossimo ha bisogno di un autunno tranquillo. E Giorgia Meloni si è messa al lavoro per disinnescare i conflitti con un certo profitto, come si è visto al congresso della Uil a Padova.
Rispetto alla legge di bilancio che sarà elettorale le mosse della premier hanno trovato spazio nella debole e inefficace opposizione sindacale vista nei quattro anni del suo governo.
L’occasione politica è stata data dalla trattativa sull’accordo interconfederale sulle relazioni industriali, contrattazione e rappresentanza tra i sindacati confederali e Confindustria. In vista di questo accordo è sembrato evidente negli ultimi tempi un calo della conflittualità, perlomeno a parole, rispetto a certe uscite delle imprese, a cominciare dalle politiche sulla transizione ecologica.
Meloni ha colto l’inizio di questa nuova fase e per questo ha lanciato la criticata esca del «salario giusto» agganciato ai trattamenti economici complessivi previsti dai contratti collettivi siglati dai sindacati «più rappresentativi». Ora ha ottenuto un parziale riscontro sul rinnovo della detassazione del 5% sugli aumenti contrattuali nella prossima manovra. Ma non tutto è scontato, né lineare. Bisogna fare attenzione a sfumature non da poco.
Ieri a Padova il segretario della Cgil Maurizio Landini ha tenuto il punto quando ha denunciato l’ingiustizia strutturale di un fisco che tassa il lavoro dipendente quasi il doppio delle rendite e dei profitti (il 43-45% in busta paga contro il 24% dei datori di lavoro). E ha chiarito che, tanto la detassazione, quanto gli aumenti contrattuali che Meloni usa come fiore all’occhiello sono mangiati da una gigantesca redistribuzione al contrario chiamata «drenaggio fiscale» («fiscal drag»): ventiquattro miliardi di euro sottratti a lavoratori e pensionati tra il 2022 e il 2024.
Una tassa occulta che rischia di gravare con ulteriori 1.500 euro anche nel 2026 sulle spalle di un lavoratore medio da 35 mila euro. Di fronte a questa dinamica cresciuta a dismisura con Meloni al governo, il racconto elettorale non risolve nemmeno lontanamente il problema di fondo: il reale aumento dei salari.
Sul medesimo crinale si colloca la dottrina governativa del «salario giusto», introdotta con il recente Decreto Primo Maggio per sbarrare la strada al salario minimo legale sostenuto dalle opposizioni e dai sindacati di sinistra. Questo dispositivo conferma una costante nella storia repubblicana: la riduzione del lavoro a mero fattore produttivo, una merce da regolare all’interno delle compatibilità di mercato senza scardinare le cause strutturali della povertà lavorativa.
Il «salario giusto», lo ha detto ieri la stessa segretaria della Cisl Daniela Fumarola, può legittimare «equivalenze contrattuali furbe»: basta copiare il minimo tabellare per far rientrare dalla finestra il dumping dei peggiori contratti pirata. Le piattaforme digitali del food delivery già lo applicano quotidianamente: le promesse di aumento per i rider si convertono, alla prova dei fatti, in pochi spiccioli e nel rafforzamento del cottimo. Lo ha denunciato ieri il Nidil Cgil. Non basta commissariare gli algoritmi. I giudici sono importanti, ma i diritti si sanciscono con la politica. Che però non c’è.
A meno che non la si consideri sinonimo di concertazione. Cosa si vuole concertare con un governo che non ha soldi, stretto dai vincoli di bilancio e dalla spesa militare, opportunista quanto basta nel replicare il sistema dei bassi salari e tutele inesistenti?
E tuttavia le mosse elettorali di Meloni non vanno sottovalutate. La loro attrazione dovrebbe accendere una spia nel «campo largo» che si vedrà a Napoli l’8 luglio per parlare di lavoro. Non basta fare gli elenchi della spesa, né farsi ricattare dalle battaglie nominalistiche sulla «patrimoniale». Bisognerebbe iniziare a fare politica prima che sia troppo tardi. Dall’altra parte la fanno, con qualche risultato.
Resta la realtà brutale del lavoro e della lotta di classe. A Prato con lo sgombero del presidio del sindacato di base Sudd Cobas nel distretto tessile. Non è un episodio, ma una costante. La dignità del salario si discute nei palazzi e si cancella con i manganelli sui marciapiedi delle fabbriche.

