09/03/2026
da Left
«A che serve una premier donna che non migliora le condizioni delle altre?», ha detto Elly Schlein
Domenica, Giorgia Meloni ha celebrato l’8 marzo. Ha trovato le parole giuste, quelle capaci di evocare conquiste e gratitudine, e le ha depositate con cura davanti alle telecamere. Poi si volta pagina.
Il 24 febbraio, la Camera ha soppresso la proposta di congedo parentale paritario: 137 voti favorevoli alla cancellazione, 117 contrari. Nessun rinvio, nessuna copertura cercata con serietà. La maggioranza ha fatto muro e ha liquidato ciò che avrebbe allineato l’Italia agli altri paesi europei: cinque mesi di congedo retribuito per i padri, al 100% della retribuzione, anche per i non sposati e le partite Iva. Una proposta delle opposizioni che non è mai stata nemmeno discussa. «A che serve una premier donna che non migliora le condizioni delle altre?», ha detto Elly Schlein. Meloni non ha replicato.
A novembre, il ddl Stupro – approvato all’unanimità con il concetto di consenso «libero e attuale» – è stato svuotato dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno: via il consenso, dentro il «dissenso espresso». Un ribaltamento che cancella ogni significato al testo. La presidente del Consiglio non ha più detto una parola.
Lo ha ricostruito Martina Castigliani sul Fatto Quotidiano: il femminicidio è ora reato ma senza fondi per la prevenzione, l’educazione sessuale è vietata alle primarie e subordinata al consenso genitoriale alle secondarie, il ddl Caregiver riconosce 10 euro al giorno a chi assiste un familiare per 13 ore, le consigliere di parità abolite proprio alla vigilia dell’8 marzo.
Ieri la premier ha festeggiato. Le parole c’erano, puntuali come ogni anno. I fatti stavano lì, incontestabili e già scritti.

