08/0282026
da Il Manifesto
Sindrome dell'Avana «Mai più una goccia di petrolio»: strangolata dalla Casa bianca, L’Avana prova a resistere
Di fronte al ricatto del presidente Trump – o cedere a un accordo capestro con gli Usa o lo strangolamento energetico – «Cuba ha opzioni limitate», sostiene il viceministro degli esteri, Fernández de Cossío. In sostanza: cercare un dialogo (con gli Usa) basato sul rispetto delle sovranità e senza ingerenze» e procedere ««a una riorganizzazione del paese che costerà molto lavoro». È una strategia che giovedì, in una conferenza stampa, ha confermato il presidente Miguel Díaz-Canel, il quale ha ribadito che: «Siamo aperti al dialogo con gli Usa, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né resa».

VI SONO MOLTI DUBBI che il tycoon di Washington accetti tale posizione. Dichiarando che Cuba rappresenta «una minaccia straordinaria» per la sicurezza degli Stati Uniti, The Donald già ha delineato la sua strategia (e quella dei suoi falchi cubano-americani): cambiare il governo di Cuba. Sia in versione “dolce” come Trump afferma stia accadendo in Venezuela, con la presidente ad interim Delcy Rodríguez disposta a un’ampia collaborazione con gli Usa e, soprattutto, a affidare la gestione del greggio venezuelano (e probabilmente anche di metalli preziosi e terre rare) direttamente al presidente nordamericano. Sia strangolando energeticamente Cuba, non permettendo che «nemmeno una goccia di petrolio» arrivi nell’isola.
IL TYCOON naturalmente afferma che si tratta di una battaglia per restituire «la libertà» al popolo cubano. Nella realtà – che Trump e il segretario di Stato Rubio conoscono bene – il greggio è necessario per far funzionare la rete elettrica, le pompe dell’acqua, il trasporto pubblico, gli ospedali e le scuole di Cuba. E la gran parte del petrolio (circa il 60% del fabbisogno nazionale) è importato. Impedendo l’arrivo di greggio a Cuba, Trump è consapevole di non stare solo attuando una sanzione in più – rispetto alle più di 200 già decise nella sua prima presidenza – ma di interrompere il metabolismo stesso di una nazione. La quale non ha mai rappresentato una minaccia militare per gli Usa, come ha ripetuto il presidente cubano.
La decisione di Trump di applicare dazi a chi fornisce, direttamente o indirettamente, il petrolio a Cuba è dunque una sanzione decisamente imperialista: una condanna a morte per il governo dell’Avana e alla miseria e alla fame per gran parte della popolazione come mezzo per «cambiare regime».
IL GOVERNO CUBANO è ben consapevole di questa situazione. Non soltanto perché ha sotto gli occhi il risultato (almeno fino a ora) del “pragmatismo” esercitato in Venezuela dai due fratelli Rodríguez (presidente a interim e presidente del parlamento). Ma anche perché la strategia di Trump avviene in un quadro imperialista: contro il multilateralismo in generale, e con il rinnovamento della dottrina Monroe (ribattezzata Donroe, in onore di The Donald) per controllare l’intero Emisfero Occidentale (non solo il Caribe e l’America latina, ma anche Canada e Groenlandia).
SECONDO ALCUNI analisti, la proposta-ricatto di Trump potrebbe rivolgersi a settori militari. In Cuba le Far (Forze armate rivoluzionarie) controllano settori chiave dell’economia dell’isola – turismo, piccola ditribuzione, valuta estera – e dunque, in un contesto di crisi generale dell’isola, si potrebbe verificare il rischio di «corruzione politica».
ANCORA UNA VOLTA il potente Nord dimostra di non capire Cuba. E di sottostimare il nazionalismo cubano. Lo Stato-nazione di Cuba, a differenza della gran parte del subcontinente meridionale, non è stato il prodotto di un’élite criolla ma il frutto della lotta popolare per l’indipendenza (dalla Spagna) nella quale era confluita una lotta sociale contro la schiavitù e contro l’economia (coloniale) di piantagione. La Rivoluzione di Fidel Castro del 1959 si è alimentata di questi precedenti.
LO STATO CUBANO è nazionale, per questo non propenso al golpe. La rivoluzione cubana, nonostante alcuni aspetti autoritari e burocratici, ha mantenuto un aspetto fortemente popolare inusuale nel resto del subcontinente e la capacità di suscitare la partecipazione delle masse. Anche se oggi questi aspetti sono in crisi – come dimostra la proposta del presidente di una «faticosa riorganizzazione del Paese» – le minacce esterne possono riattivare le braci di una difesa della sovranità nazionale. Come scriveva il rimpianto Eduardo Galeano: «Cuba continua a commettere la pericolosa pazzia di credere che gli esseri umani non siano condannati all’umiliazione da parte dei potenti del mondo».
DOPO SEI ANNI di «multicrisi» – macroeconomica, monetaria, di produzione soprattutto alimentare e sociale in generale che ha comportato una caduta del Pil dell’11% – Cuba necessita profonde riforme. E il presidente Díaz-Canel ha informato che questa è la scelta del governo. Riforme non per cambiarne la natura socialista, ma – come chiedeva Raúl Castro proponendo nel 2011 una profonda «modernizzazione» della Rivoluzione – per rendere il socialismo vivibile e sostenibile. Da anni vari economisti, sia in Cuba che all’estero, hanno proposto elenchi di riforme ritenute urgenti e necessarie. Troppo lungo sarebbe farne un riassunto.
IN GENERALE la critica è rivolta alla struttura verticistica (di stampo sovietico) che controlla l’economia, e le proposte (di economisti amici) prevedono non di eliminare la struttura statale e socialista delle imprese ma di «renderle efficienti e inserite in un’economia internazionale ormai globalizzata».
Come ha scritto di recente un economista: «Cuba necessita di giovani imprenditori socialisti». Decentralizzazione, autonomia delle imprese in funzione dell’esportazione e della sostituzione delle importazioni, ampliamento della produzione energetica rinnovabile sono al centro della «riorganizzazione» programmata dal governo, ha affermato Díaz-Canel.
ANCOR PIÙ COMPLICATA è la questione della crisi sociale e dunque politica dell’isola. Buona parte della popolazione ormai dubita (o non crede) che la leadership attuale (il vertice del Pcc) sia in grado di far uscire il paese dal tunnel della «multicrisi». È quello che raccontano gli inviati dei mass media internazionali ricomparsi a interrogare il cubano de a pie e che scoprono il medico che per vivere pigia sui pedali di una bicitaxi, o che alla famosa gelateria Coppelia non servono più fresa y chocolate ma solo bolitas di una insipida vaniglia (fatti che accadono da molti anni nell’indifferenza dei medesimi mass media).
LA CAUSA di questa situazione è in gran parte dovuta all’immobilismo del vertice politico, che a sua volta deriva dalle due anime del fidelismo, la lunga ledership di Fidel Castro): l’unità a ogni costo del vertice politico e l’ugualitarismo. Entrambi in crisi. Il secondo, perché non è possibile distribuire quello che non si produce e costa assai caro farlo per quello che si importa in valuta.
Per quanto riguarda la coesione del vertice politico, ormai da settimane sia il presidente Miguel Díaz-Canel, sia altri dirigenti come il premier Marrero predicano la necessità di «un cambio di mentalità» e avvertono che l’unità non comporta l’assenza di una critica costruttiva. Il processo di riforme prevede dunque un recupero della partecipazione dal basso e una decentralizzazione.
Entrambe riforme difficili da attuare sotto la minaccia di uno strangolamento economico-energetico o di un attacco militare. Fatto che sia Trump che il suo capo della diplomazia Rubio sanno perfettamente. Ma che Díaz-Canel ha indicato essere al centro della prossima attività politica.
PER ORA CUBA può contare su proposte di mediazione rivolte dalla coraggiosa presidente messicana Claudia Sheinbaum (decisa a difendere la sovranità del suo paese) e dal Vaticano (il papa Leone XIV ha chiamato a consulto i vescovi cubani). E su dichiarazioni di sostegno da parte della Russia e della Cina, oltre che dei presidenti di Colombia e Brasile. Ma Díaz-Canel ha tenuto a ribadire con forza che «Cuba non è sola».

