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Cannoni senza lavoratori

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10/07/2026

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

Riarmo L’alleanza atlantica, Italia compresa, ha sostenuto nel 2025 quasi 200 mila posti di lavoro negli Stati Uniti acquistando oltre 54 miliardi di dollari in equipaggiamenti militari americani

Ci sono tre equivoci nella posizione di Giorgia Meloni rispetto al folle riarmo promesso a Trump e alla Nato: il 5% del Pil. Il primo è che, contrariamente a quanto ha detto, la presidente del Consiglio non riuscirà a nascondere il fatto che i soldi ci sono per cannoni, droni, caccia, munizioni e «sicurezza» e non per i salari mangiati dall’inflazione, per il Welfare o per la sanità. Non serve chiudere di colpo gli ospedali, basta definanziarli, come sta già accadendo. È sufficiente rispettare le regole invisibili dell’austerità europea, le stesse che, per un altro verso, impediscono di ritirare il prestito europeo «Safe» da 14,9 miliardi da girare ai produttori di morte. Per il governo questo è un problema politico che può trasformarsi in una via crucis se, a settembre, l’Eurostat non attesterà l’uscita dalla procedura Ue di infrazione per deficit eccessivo. Se per una somma tutto sommato modesta va in tilt, figuriamoci cosa accadrà davanti a un aumento fino a 100 miliardi di euro all’anno di spesa militare dal 2035.

Il secondo equivoco di Meloni è quello per cui i soldi spesi per la difesa dovranno restare in Italia e saranno decisi secondo i tempi della politica nazionale. La tesi, già esposta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, rientra nel nazionalismo farlocco della ditta. Il problema in questo caso è che, al netto della crescita smisurata di Leonardo e Fincantieri, il disaccoppiamento dell’industria europea delle armi da quella statunitense è lontano dall’essere una realtà. Le favole sulla «Nato europea» e sull’autonomia strategica e industriale, rilanciate durante il vertice di Ankara, sono state smentite dal segretario della Nato Mark Rutte quando, in una preventiva intervista al Financial Times, ha detto che il reale beneficiario del maxi aumento della spesa militare sono gli Stati Uniti.

L’alleanza atlantica, Italia compresa, ha sostenuto nel 2025 quasi 200 mila posti di lavoro negli Stati Uniti acquistando oltre 54 miliardi di dollari in equipaggiamenti militari americani. Meloni, o chi per lei a partire dal 2027 e per gli otto anni successivi, potranno anche decidere come e a chi dare i soldi pubblici: 500 miliardi di euro in totale ha calcolato solo per l’Italia l’Osservatorio Milex. Di sicuro, allo stato attuale, questi soldi finiranno in quota maggioritaria al complesso militare-industriale guidato dal Pentagono, piccole e medie imprese comprese.

Follow the money. La regola vale anche per la Nato che si è trasformata in un cartello industriale transatlantico dove la guerra permanente, interna ed esterna, giustifica giganteschi trasferimenti di denaro pubblico verso il settore privato della difesa. Questo è un obiettivo di Trump: usare tutte le leve, anche quella militare, per saccheggiare i salari e la ricchezza pubblica a favore dei profitti, compresi quelli armati.

Il terzo equivoco di Meloni, condiviso con il ministro del «made in Italy» Adolfo Urso, è guidato da un’illusione economica: la possibilità di riconvertire l’agonizzante industria manifatturiera europea, a cominciare dall’automotive, in un’industria delle armi. Non si contano gli studi che hanno relativizzato, e smentito, una simile prospettiva. L’impatto sul lavoro è modesto, si potrà solo in pochi casi rallentare la deindustrializzazione che non sarà invertita. In compenso accrescerà i guadagni degli azionisti delle imprese militari.

Il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) ha dimostrato che, solo in Europa, l’occupazione è cresciuta negli ultimi dieci anni del 23% a fronte di un aumento delle spese militari del 116% e di investimento nella Difesa del 292%. Gianni Alioti, attivista e ricercatore di The Weapon Watch, ha stimato che gli 800 miliardi di euro stanziati da Bruxelles per il riarmo europeo potrebbero aumentare l’occupazione di 250-300 mila unità nel continente. Ma la crisi dell’automotive coinvolge milioni di lavoratori. La proporzione è irrilevante. Il militare è un settore ad alta intensità di capitale (pubblico), ma a bassa intensità di lavoro.

Al di là degli equivoci attuali sul riarmo resta una convinzione condivisa da Meloni con i suoi predecessori da almeno mezzo secolo: l’Italia non investirà in innovazione, ricerca, istruzione e tecnologia, cioè nei principali settori ad alto valore aggiunto. Insieme possono arrivare a produrre da 3 a 7 volte in più di occupati rispetto agli stessi soldi spesi in campo militare. Ma è proprio quello che non è stato fatto fino ad oggi, anche a causa dell’ideologia ordoliberale che ispira, incontestata, le brutali politiche del rigore. L’esito del Pnrr è esemplare. Ha finanziato, male, le infrastrutture, ma non il lavoro di chi dovrebbe tenere aperti asili o case di comunità. Un fallimento esemplare.

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