26/08/2026
da Il manifesto
La riserva della repubblica Cdm lampo oggi per prolungare ancora il taglio alle accise e «salvare» il controesodo
Prima una proroga di sette giorni dei tagli alle accise, poi una misura più calibrata in base al reddito. È la strategia allo studio del governo per contrastare il caro carburanti, ma potrebbe essere troppo tardi per attuarla. Il consiglio dei ministri ne discuterà oggi alle 18: la premier Meloni lo ha convocato d’urgenza ieri («Bisogna trovare una soluzione e fare presto») per trovare un accordo sulla questione che più sta minando la popolarità e l’unità dell’esecutivo.
I problemi sono molteplici: l’inutilità delle misure adottate finora, la mancanza di coperture economiche e i contrasti interni al centrodestra sulla tassazione degli extraprofitti delle compagnie energetiche, nonostante sia l’unica soluzione possibile e sensata per calmierare i prezzi dei carburanti senza bruciare altre risorse pubbliche. I tagli alle accise sono già costati 2,5 miliardi in quattro mesi.
LA STRATEGIA del governo Meloni finora è stata fallimentare. Quando è scoppiato il conflitto in Iran, che ha provocato la chiusura dello stretto di Hormuz e l’impennata dei prezzi del petrolio, l’esecutivo ha deciso di calmierare il costo del carburante tagliando le accise. Era marzo e si pensava fosse una misura straordinaria per pochi giorni, credendo a Trump che prometteva una guerra-lampo, invece non è ancora finita. Lo sconto di 17 cent al litro non è servito: a febbraio benzina e gasolio erano intorno a 1,65 euro, oggi superano i due euro nonostante il taglio alle accise. I carburanti commerciali come il supreme diesel hanno addirittura superato i tre euro al litro in autostrada. Inoltre la strategia meloniana non ha sensibilizzato sulla necessità di cambiare stile di vita usando meno l’auto, né ha incentivato il trasporto pubblico per favorire un modello di mobilità più economico e meno inquinante.
DI PROROGA in proroga si è arrivati a domenica scorsa, quando Giorgetti e Pichetto Fratin hanno firmato un mini-rinvio di 48 ore raccattando i 20,8 milioni del maggiore gettito dell’Iva dovuto all’aumento dei prezzi. Ma i ministri si sono finalmente resi conto che non si poteva più andare avanti così: lo Stato sta sperperando troppi soldi per assecondare la premier, che ha preferito abbassare genericamente le tariffe alla pompa anziché studiare misure calibrate in base al reddito.
Dei tagli alle accise beneficiano sia i ricchi col suv sia gli operai che faticano ad arrivare a fine mese: Meloni pensava fosse un’ottima strategia in vista delle elezioni, ma i prezzi sono saliti comunque alle stelle compromettendo la sua popolarità. Solo ora che ha prosciugato le casse pubbliche il governo sta valutando una misura meno iniqua: l’idea è stata discussa ieri tra Meloni, Tajani, Salvini, Giorgetti e Lupi, e sarà portata oggi in cdm. Come ha anticipato il vicepremier Salvini, l’ipotesi è prorogare il taglio alle accise «per alcuni giorni», fino ai primi di settembre, e poi fare «qualcosa di più continuativo e sostanzioso». Ma per quello «servono soldi» e il problema è proprio lì.
I DUBBI riguardano già la proroga di una settimana. Il taglio alle accise scadrebbe stasera a mezzanotte e l’idea è di portarlo al 2 settembre per includere l’ultimo contro-esodo dalle vacanze. Ma per coprire il rinvio non si potrà attingere dall’extragettito di agosto, i cui dati saranno disponibili solo a inizio settembre. L’unica possibilità è quindi decurtare ancora i budget dei singoli ministeri, come già fatto a marzo; a meno che Giorgetti non trovi un’alternativa tra le pieghe dei bilanci.
Ma anche se ci riuscisse, resta il problema di come sostenere il successivo intervento distinto per fasce di reddito. I ministri leghisti spingono per tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere, che grazie alla crisi di Hormuz hanno incassato quasi 18 miliardi di euro in più e raddoppiato gli utili rispetto allo scorso anno, mentre Forza Italia si oppone con Tajani a portare la bandiera degli interessi dei colossi energetici. In mezzo c’è FdI che sembra ancora indecisa sul da farsi.
Nel frattempo la questione ha fatto aprire uno scontro con l’Unione europea. Lunedì Bruxelles ha respinto la lettera firmata dall’Italia e altri cinque paesi che chiedeva di avviare un percorso legislativo per tassare gli extraprofitti, ricordando che la questione è di competenza dei singoli Stati. Ieri fonti di Palazzo Chigi hanno replicato che l’Italia continuerà a «promuovere la discussione a livello europeo» perché «un’azione limitata al perimetro di un singolo paese rischia di produrre asimmetrie di mercato» penalizzando gli operatori nazionali (per esempio Eni) rispetto alla concorrenza.
Ne deriva che, secondo Chigi, «un intervento coordinato a livello europeo è l’unico strumento in grado di garantire equità e neutralità competitiva». Nelle ore successive è arrivata l’apertura dell’Irlanda, che detiene la presidenza di turno al Consiglio Ue, promettendo che «discuterà coi colleghi ministri europei il modo più appropriato» per tassare gli extraprofitti.
IN OGNI CASO il governo italiano si è accorto tardi di una possibilità di cui si parla da settimane. Una legge – europea o nazionale che sia – richiederebbe lunghi tempi tecnici tra discussione e approvazione, senza contare le inevitabili pressioni delle lobby fossili. Il governo ha invece pochi giorni.
È in ritardo anche l’intervento scaglionato in base al reddito: da settimane è sul tavolo l’idea di un contributo di 100 euro al mese per il carburante da caricare sulla social card “Dedicata a te”, di cui sono titolari 1,2 milioni di famiglie con Isee sotto i 15 mila euro. L’intervento sarebbe costato 480 milioni in quattro mesi e avrebbe aiutato chi ha più bisogno, ma ha prevalso la scuola meloniana di favorire anche chi può continuare a permettersi il pieno più costoso. Così si è bruciato cinque volte tanto. Questione di priorità.

