26/09/2026
da Il Manifesto
Il pieno Mattei Da lunedì fissato per un mese il tetto a 2,19 euro per il gasolio e 1,99 euro per la benzina: da oggi dimezzato lo sconto sul diesel. Costi alle stelle: verso 2,40 euro sulla rete stradale e 2,50 euro in autostrada
La sospensione del bollo auto e moto da sola non basta perché non è per tutti. I prezzi dei carburanti tornano ad aumentare e i soldi per rallentare la corsa sono finiti. Senza contare che dal 5 ottobre non ci saranno più proroghe del microscopico taglio delle accise sui carburanti. E allora ci pensa Eni. Da lunedì i suoi distributori metteranno un tetto al prezzo del gasolio a 2,19 euro, 1,99 a quello della benzina. Durerà un mese. Si parte il 28 settembre. Lo sconto sarà di 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi attuali che il diesel e la benzina hanno raggiunto. L’azienda di Stato guidata da Claudio Descalzi ieri non ha escluso che il «price cap» potrebbe durare anche fino a fine anno «in funzione dell’andamento del mercato e degli approvvigionamenti». E della scadenza elettorale nel 2027 alla quale il governo Meloni sta lavorando con misure ad hoc, altri premi e molti bonus.

NEL FRATTEMPO, dalla mezzanotte di oggi, è scattato il «décalage», cioè il calo progressivo e per fasi dello sconto, deciso dal governo la scorsa settimana, sul solo diesel. Da oggi fino al 5 ottobre lo sconto passerà da 12,2 a 6,1 centesimi al litro e poi si esaurirà. In questo modo si lasceranno libere le aziende del settore (tranne Eni) di aumentare i prezzi dei carburanti a livelli stellari. Non «potendo più spendere un miliardo di euro al mese», così ha detto ieri il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il consiglio dei ministri ha inaugurato la nuova formula degli sconti ad esaurimento. Per ora, pensiamo al fine settimana. Tra il calo dello sconto e l’inizio dell’offerta di Eni c’è un buco di 48 ore. Con ogni probabilità chi si metterà in autostrada dovrà nel frattempo pagare il diesel anche fino a 2,5 euro. Se resterà in città potrà lasciare alla cassa 2,40 euro al litro.
LA SCOMMESSA che si faceva ieri tra il governo e la maggioranza è che le altre aziende si adeguino al ribasso fatto dall’Eni. Per una magia del mercato, dopo mesi di una speculazione sui prezzi iniziata con la guerra di Trump e di Netanyahu contro l’Iran, tutte le multinazionali che operano sulle strade d’Italia potrebbero mettersi una mano sul cuore e un’altra nel portafogli. E questo dovrebbe durare almeno fino alla fine dell’anno. L’augurio è che, nel frattempo, il prezzo del petrolio si abbassi e, di conseguenza, anche quello del gas e dell’elettricità. Ma è più probabile che si formino file interminabili ai distributori dell’Eni, sempre che siano di zona.
ATTENTO A NON PASSARE per chi condiziona il mercato, per di più con un’azienda quotata in borsa, il governo ha fatto il gioco del nascondino. Palazzo Chigi ha mostrato di non credere ai propri occhi e ha ringraziato Eni per un’iniziativa presentata come «un lodevole atto di attenzione all’Italia». La mitigazione del prezzo non è il frutto di una decisione politica che segnerebbe un ritorno della regolazione statale dei prezzi. Per Meloni è un atto patriottico, anche se in realtà non è del tutto estraneo da un calcolo. Abbassare i prezzi ora può anche implicare un vantaggio competitivo sulla concorrenza.
QUESTO AUSPICIO è stato espresso ieri dal ministro del «made in Italy» Adolfo Urso che ha detto di «sperare che l’esempio dell’Eni sia seguito dalle altre imprese». La speranza nell’impresa, non la decisione politica: sovranisti in nome del mercato, la cifra del melonismo in economia. Sul lato berlusconiano della maggioranza, il vicepremier Antonio Tajani ha lodato l’iniziativa di Eni perché eviterebbe di tassare gli «extraprofitti»: «Non servono interventi dirigisti». Quella di Tajani è, in realtà, una critica rivolta al populismo economico della Lega che ha ripetutamente sollecitato una tassa sugli «extra-profitti». «Lo facciano anche le banche» hanno commentato laconicamente dal Carroccio.
VA RICORDATO che l’esecutivo ha chiesto di istituire la famosa tassa a livello europeo in una lettera firmata anche dalla Germania. La Commissione Europea ha rimandato la palla indietro e ha chiesto agli Stati di istituire la tassa. In tutta evidenza, il governo italiano non intende farlo. La mossa dell’Eni è stata intesa così da Meloni: da ora, non parlatemi più di «extraprofitti».
L’INTERVENTO DELL’ENI è stato usato per dimostrare che qualcosa si muove nel generale immobilismo. Pesa la ripulsa per interventi statali come il tetto ai prezzi in funzione antispeculativa. Troppo «statalista» per un esecutivo che fa di tutto per tutelare le imprese. Questa ideologia emerge dalla convocazione di un tavolo previsto il prossimo 8 ottobre al ministero delle imprese. Sono stati convocati i colossi della raffinazione (da Saras a Sonatrach e Iplom). Non è la prima volta che accade. L’idea è sempre la stessa: Urso spera, con Pichetto Fratin, di aumentare la produzione nazionale. La risposta non è la regolazione del mercato, ma una spinta sull’offerta e la deregulation.
«SE ENI POTEVA intervenire, perché non lo ha fatto prima e perché il governo non glielo ha chiesto?» ha domandato il capogruppo del Pd in Senato Francesco Boccia. «Si continuano a fare degli spot e non si fanno degli interventi molto precisi», ha incalzato il segretario della Cgil Maurizio Landini. In realtà una politica è stata fatta: «Meloni ha dilapidato fino ad oggi 2,8 miliardi di euro pubblici e invece poteva mettere un tetto al prezzo – ha osservato Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra – Non lo ha fatto e ha destinato miliardi di risorse pubbliche a una misura che non ha risolto il problema del caro carburanti, anzi ha arricchito i petrolieri e le grandi lobby energetiche».

