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C’è la crisi del debito federale statunitense dietro l’aggressività di Trump

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Finanza

Alessandro Volpi

La crisi del debito federale statunitense incide su dollaro, mercati globali e rapporti di forza geopolitici. Con l'Europa più debole che mai

Il percorso di rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro ha subito un’ulteriore accelerazione, attestandosi intorno a 1,18-1,19 e confermando una tendenza che prosegue ormai da oltre un anno. Nel corso del 2025 il dollaro ha perso infatti oltre il 12% del suo valore contro la divisa europea. Le ragioni un simile indebolimento sono molteplici, ma alcune appaiono assai evidenti.

Lo scontro tra Donald Trump e Jerome Powell sui tassi d’interesse

Donald Trump sta alzando rapidamente il livello della tensione interna e internazionale. La Procura di Columbia ha incriminato il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, per aver reso false dichiarazioni sui costi per il rifacimento della sede. Si tratta dell’ennesimo capitolo dello scontro con Trump, come ha sottolineato lo stesso Powell sostenendo apertamente che l’inchiesta è solo un modo per farlo fuori.

In effetti il presidente degli Stati Uniti è da tempo durissimo con Powell perché vorrebbe un robusto taglio dei tassi di interesse. Spera così di favorire la ripresa statunitense e di alleviare il costo del debito per tantissimi americani. Soprattutto Trump crede alle stime del suo entourage e di figure come Stephen Miran, per i quali ogni taglio di un punto dei tassi significa un risparmio nel bilancio federale di 360 miliardi di dollari. Dunque, proprio la necessità di evitare il default parziale del debito federale avrebbe indotto Trump ad accelerare la possibile decadenza di Powell per motivi penali.

Il mandato del presidente della Fed scade a maggio ma è probabile che il taglio dei tassi serva il più presto possibile, proprio nella speranza di salvare il debito federale. Una speranza che Powell ritiene folle perché, con tassi più bassi, il debito americano non troverebbe compratori e il dollaro crollerebbe. Trump, tuttavia, proprio per la consapevolezza della gravità della crisi del capitalismo americano, pare disposto a smontare parti intere degli assetti più consolidati. Come la rimozione dell’indipendenza della Fed che dovrebbe fondersi con il Tesoro e dipendere così dalla presidenza di Trump.

Perché il debito federale degli Stati Uniti ha assunto dimensioni gigantesche

La questione dell’indebitamento, del resto, è assolutamente centrale. Gli Stati Uniti hanno un debito federale di 38.565 miliardi di dollari, che continuerà a crescere di 7 milioni al minuto e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati: oltre 1.300 miliardi di dollari l’anno. Quest’ultima, a sua volta, deriva dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza della valuta.

Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro statunitense per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro. Una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce invece l’effetto di sottoporre il Tesoro a costanti prove con le aste ravvicinate. Il debito cresce inoltre perché esiste un divario profondo fra le entrate federali e le spese, determinato dalla contrazione progressiva del gettito fiscale a fronte di spese crescenti, a cominciare da quelle del settore militare.

Oro, argento e azioni fanno concorrenza al debito federale statunitense

Ci sono poi due ulteriori fattori che sono causa ed effetto, al contempo, della crisi del debito. Il primo è l’impennata del prezzo dell’oro e dell’argento, il cui mercato ha raggiunto ormai un valore di poco inferiore ai 40mila miliardi di dollari. Un vero record. Una simile, rapidissima crescita discende dalla ricerca costante da parte dei “mercati” di beni rifugio in alternativa alla debolezza del debito federale statunitense e del dollaro, la moneta in cui è denominato. Ma, al contempo, contribuisce all’avvitarsi della crisi del debito e del dollaro perché il rapido aumento dei prezzi di oro e argento accelera il processo di abbandono dei titoli del debito.

Peraltro la finanziarizzazione del mercato dell’oro, attraverso futures e opzioni, ha consentito di superare il limite tradizionale di questo investimento, che non paga cedole né frutta interessi. Gli strumenti derivati, infatti, pur avendo l’oro come sottostante, permettono di ottenere rendimenti elevati. Questo processo ha contribuito a spostare la natura dell’argento da materia prima industriale verso quella di bene rifugio, su cui è stata costruita un’enorme quantità di exchange-traded funds (Etf).

Il secondo fattore di indebolimento del debito statunitense deriva dalla ancora vitale bolla finanziaria, che ha portato il valore di Wall Street a oltre 75mila miliardi di dollari. In tale ottica, oro, argento e azioni fanno una concorrenza sfrenata al debito federale, che rischia in maniera sempre più evidente un default almeno parziale. Nasce anche da qui l’esigenza stringente per Trump di una strategia imperiale. È necessario convincere banche e fondi americani a monopolizzare il risparmio mondiale in direzione del debito americano denominato in dollari. Per questo bisogna dare alle società americane, possedute da fondi e banche, la certezza del controllo delle risorse del Venezuela, dell’Iran, della Danimarca, della Nigeria e di quante più aree possibili del Pianeta.

Con gli Stati Uniti dominano la finanza globale, l’Unione europea ha le mani legate

In una simile prospettiva Trump aggredisce l’Unione europea perché sa che l’Unione europea, per come è stata costruita, non può reagire. C’è un elemento che dimostra con chiarezza questa impotenza ed è rappresentato dall’indice Msci World, creato appunto dalla società Msci. Ma cosa è l’indice Msci World? Si tratta dell’indice azionario più importante del Pianeta, sulla cui base agiscono praticamente tutti i fondi che gestiscono il risparmio mondiale e le banche. In altre parole la gran parte degli strumenti finanziari, come gli Etf, copiano la composizione dell’indice Msci World e altrettanto fanno le banche.

Ma l’Msci World è composto per il 70% da azioni di società quotate nelle Borse americane, quindi quelle società attraggono automaticamente il risparmio mondiale. A cominciare da quello europeo che avrebbe danni enormi da un crollo azionario delle stesse società americane, perché crollerebbero tutti i prodotti finanziari presenti nelle polizze e nei fondi pensionistici dei cittadini europei. Dunque la dittatura finanziaria statunitense, realizzata con il pieno consenso delle classi dirigenti europee neoliberali, impedisce all’Unione europea qualsiasi tipo di reazione alla brutalizzazione operata da Trump per trascinare fuori dal baratro l’economia americana.

Va letta in quest’ottica anche la lettera con cui Donald Trump si lamenta col presidente norvegese Jonas Gahr Støre per il mancato premio Nobel. In realtà il messaggio vero è rivolto al Fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo con circa 2.000 miliardi di dollari di disponibilità, che dovrebbe investire di più nell’acquisto di titoli del debito statunitense ed essere ancora più fedele all’indice Msci. Un’ultima considerazione. Ma di chi è Msci, la società che genera questo indice? Facile: BlackRock, Vanguard, State Street e una manciata di fondi statunitensi detengono oltre il 35% delle azioni.

Perché la Banca centrale europea potrebbe (e dovrebbe) reagire con una riduzione dei tassi

Tuttavia, il perdurare della crisi del dollaro e del debito statunitense dimostra che il trumpismo d’assalto non sembra bastare a frenare una tendenza di natura strutturale. Allora la Banca centrale europea dovrebbe provare a reagire almeno con gli strumenti di cui dispone, abbandonando una ignavia ormai davvero incomprensibile. Sarebbe utile in tal senso avviare un più veloce allentamento dei tassi di interesse, per provare a ridurre il costo del debito dei vari Paesi e a favorire una ripresa degli investimenti che dovrebbero abbandonare la preminenza assegnata al riarmo per introdurre politiche industriali vere.

Una riduzione dei tassi potrebbe, peraltro, rianimare i consumi e limitare la dipendenza dalle esportazioni, senza il timore di importare inflazione, data la cronica debolezza del dollaro. Sarebbe auspicabile anche una gestione della liquidità che abbandoni il brusco passaggio a una fase restrittiva. Perché proprio il rigore e l’austerità rappresentano i pericoli maggiori in un’economia internazionale in cui esportare sarà molto più complicato e i titoli in dollari sono decisamente meno competitivi.

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