27/05/2026
da Remocontro
Anche nel Golfo Persico sembra quasi di vedere lo stesso copione di Gaza. Quando ci si avvicina a un’intesa, succede sempre qualcosa che può farla saltare. Così, mentre in Qatar si negozia, gli americani attaccano e gli ayatollah ora minacciano rappresaglie. È una situazione complessa, che deve fare riflettere sui rispettivi “fronti interni”.
Una preoccupazione diffusa
La stampa d’Oltreatlantico non minimizza. Gli effetti collaterali della guerra all’Iran sono fin troppo dolorosi per non desiderare, a larga maggioranza, una fine della sconsiderata avventura voluta da Trump. Per cui, l’attacco americano (dalle giustificazioni un po’ confuse, in verità) condotto contro due posamine di Teheran, seguito dal bombardamento di siti missilistici a Bandar Abbas, è finito come notizia di apertura su tutti i giornali e le televisioni degli States. Con un comune denominatore: l’evidente preoccupazione che il “blitz” possa non solo fermare il delicato confronto diplomatico, ma anche dare il via a una nuova devastante escalation militare, dagli esiti difficilmente prevedibili. Perché, vedete, al di là di ciò che dicono legioni di saccenti profeti “del giorno dopo”, chi conosce veramente l’anamnesi della crisi nel Golfo, sa che ci muoviamo sulla lama di un coltello. Basta poco per tagliarsi.
L’allarme dei media
“L’Iran minaccia ritorsioni dopo gli attacchi statunitensi”, titola il Wall Street Journal, spiegando che. “le azioni militari, avvenute nel contesto dei negoziati in corso tra Washington e Teheran, hanno preso di mira obiettivi nel sud dell’Iran”. E aggiungendo che “il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha promesso ritorsioni contro le violazioni del cessate il fuoco, dopo una rinnovata ondata di bombardamenti, con i quali gli Stati Uniti hanno colpito batterie lanciamissili nel sud del Paese”. Che i Pasdaran non scherzino e che, anzi, colgano quasi l’occasione per riaffermare la loro ortodossia ideologica, accompagnata da una ostinata volontà di combattere, è testimoniato anche dal Washington Post: “L’Iran minaccia ritorsioni dopo gli attacchi statunitensi nel sud del Paese”, titola il giornale. “Gli attacchi – spiega – hanno spinto Teheran ad avvertire ‘che non lascerà impunito alcun atto di ostilità’. Essi complicano i negoziati per porre fine alla guerra”. E a completare il quadro di una rassegna-stampa fin troppo eloquente, citiamo quanto riporta il New York Times: “La tensione aumenta mentre l’Iran promette ritorsioni contro gli attacchi statunitensi. La minaccia è giunta poche ore dopo che le forze militari americane avevano ripreso gli attacchi nel sud dell’Iran, mentre proseguivano i fragili sforzi diplomatici per porre fine alla guerra. Martedì la tensione tra Iran e Stati Uniti è rimasta alta, minacciando di compromettere i fragili sforzi diplomatici, mentre i funzionari iraniani hanno avvertito di possibili ritorsioni”. Insomma, chi ha alimentato un clima di questo tipo attraverso azioni militari contraddittorie, come fa a rassicurare ancora l’opinione pubblica internazionale e soprattutto i mercati?
Un verdetto senza appello?
Le possibilità di firmare un accordo, che sblocchi il traffico commerciale nel “collo di bottiglia” dello Stretto di Hormuz, non dipendono tanto dalle parole di Trump, quanto piuttosto dalla credibilità che gli operatori commerciali e finanziari (i “mercati”) attribuiscono all’attuale sforzo diplomatico congiunto, americano e iraniano. Gli israeliani di Netanyahu, in questa fase (e non solo), giocano una partita a parte, governata da interessi divergenti rispetto a quelli di Washington. Interessi che propendono per la continuazione di una guerra “a bassa intensità”. Allora, se il termometro del confronto è quello che abbiamo citato prima, basterà dire che ieri il prezzo del petrolio ha ripreso a salire, come quello del gas. Per non parlare delle prospettive globali di crescita dell’inflazione. Gli analisti vedono la trattativa come una vera e propria corsa a ostacoli, perché i due interlocutori principali, Stati Uniti e Iran, non esprimono punti di vista omogenei. Hanno, insomma, alle spalle scuole di pensiero diverse, con gruppi di pressione (e di potere) che stanno cercando di influenzare la direzione del confronto diplomatico. Per essere chiari, a Washington mezzo Partito Repubblicano è in rivolta contro Trump e lo accusa, più o meno apertamente, di cercare un accordo “al ribasso” pur di scappare dal Golfo Persico. La stessa cosa avviene a Teheran, dove gli “intransigenti” stanno cercando di alzare il prezzo dell’eventuale intesa e fanno pressioni sui “moderati”.
Il “fronte interno” iraniano
Il New York Times coglie benissimo l’estrema difficoltà delle due squadre negoziali, che per ora godono della mediazione del Qatar. “Un ulteriore segnale della volontà dell’Iran di proseguire il dialogo – sottolinea il Times – è dato dal fatto che il suo Presidente, Masoud Pezeshkian, ha discusso martedì, in una telefonata con Abdel Fattah Al Sisi, Presidente dell’Egitto e uno dei Paesi mediatori, degli sforzi per raggiungere un memorandum d’intesa tra Teheran e Washington”. Attenzione però, perché il giornale aggiunge quella che è una considerazione-chiave per far comprendere la difficoltà delle trattative. “I mediatori – dice – hanno espresso preoccupazione per il fatto che elementi intransigenti in Iran stiano cercando di sabotare qualsiasi accordo di pace conducendo operazioni segrete contro il traffico marittimo”. Tutto torna, dunque. “Martedì – prosegue il NYT – tre imbarcazioni delle Guardie Rivoluzionarie sono state avvistate nella parte meridionale dello Stretto, secondo le immagini satellitari analizzate dalla società di intelligenza artificiale marittima Windward. Sempre martedì, una petroliera è stata colpita da un’esplosione nel Golfo dell’Oman, secondo quanto riportato dal Comando per le Operazioni Commerciali Marittime del Regno Unito”.
E quello di Washington
Questa volta è il Washington Post a mettere a nudo impietosamente le difficoltà del Presidente Trump sul suo “fronte interno”. Per il famoso giornale, sempre critico con l’Amministrazione Repubblicana, la ricerca quasi ossessiva di un accordo con gli ayatollah da parte della Casa Bianca sta suscitando un vespaio di polemiche. “I legislatori repubblicani – segnala il Post – hanno messo in guardia contro qualsiasi concessione all’Iran in un eventuale accordo per porre fine alla guerra, mentre sono stati accolti con dubbi i tentativi di Trump di ampliare i patti tra Israele e i Paesi a maggioranza musulmana”. Ci si riferisce ai famosi Patti di Abramo che, siglati con Israele, dovrebbero consentire ai Paesi arabi moderati del Golfo di godere di una sorta di “copertura” contro il regime iraniano sciita. Rimasto saldamente al suo posto. Interrogato sulla ripresa delle ostilità, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato ai giornalisti che gli Stati Uniti continueranno a perseguire una soluzione diplomatica, sottolineando che in Qatar sono in corso colloqui sul quadro originario per la fine della guerra”.
- Tuttavia, conclude lapidario il Washington Post, “diversi ‘falchi’ repubblicani, tra cui i senatori Lindsey Graham (Carolina del Sud) e Ted Cruz (Texas), hanno messo in dubbio la saggezza del piano di pace con Teheran. Con Graham che ha affermato come un accordo con l’Iran fatto ora, potrebbe rendere quel Paese più potente nel tempo”.

