27/08/2026
da Avvenire
Luca Foschi, Al-Mughayyir (Ramallah)
Il paese si chiama Al-Mughayyir, ha 4mila abitanti e si trova a 30 chilometri da Ramallah. Qui la vita è scandita da vessazioni e soprusi da parte delle forze dell'Idf e non solo. «Vogliono spingerci ad abbandonare la nostra terra»
Per chilometri, sulla strada numero 60, le bandiere israeliane si succedono su ambo i lati a intervalli brevissimi, con un’insistenza che suggerisce l’eccesso ossessivo di un dominio imperfetto, più che l’imminenza di una meta. Nella navetta popolare diretta ad al-Mughayyir, Fatima mostra sul telefono l’aggiornamento offerto dalla chat comunitaria. Solo sei vetture sono ferme davanti alla barriera che segna l’ingresso nel villaggio, presidiato dai soldati dell’Idf. «Oggi siamo fortunati», dice Basel, il conducente. Il suo pulmino è stato da poco messo a nuovo. Poche settimane fa, con un’incursione notturna, i coloni hanno mandato in frantumi i vetri, divelto con una spranga la porta del conducente: «Sono venuti di notte. Era parcheggiato davanti a casa. Poteva andare peggio, potevano incendiarlo». Il momento è propizio per il gruppo proveniente da Ramallah, nessun blindato fa la guardia all’unica via di accesso al paese. Solo un colono passa in sella a un trattore che trascina una piccola cisterna, regalando uno sguardo torvo ai passeggeri.
«A volte capita, i soldati si assentano per dieci minuti, o mezz'ora. Chi sta per partire accelera i preparativi, cerca di cogliere l’attimo», spiega con un sorriso amaro Wahid Marzouq, 40 anni, docente di inglese nella scuola di al-Mughayyir. Dalla sua terrazza, incastonata in uno dei punti più alti del declivio sul quale si arrampica il villaggio, si vedono tre dei nove avamposti nati dopo 7 ottobre. Lunghi e bianchi prefabbricati disposti in cerchio sulle sommità delle colline pietrose, a ricordare nei vecchi film americani le carovane dei pionieri addentratisi nel selvaggio west, spinti dall’estasi armata e impunita della frontiera.
Anche in questo caso l’accerchiamento si rovescia in espansione: «Fra gli avamposti e al-Mughayyir corre la Allon road, meglio nota come la “Strada dei coloni”. L’esercito israeliano è qui per proteggerli. Hanno sbarrato la seconda via d’accesso al villaggio. Su quella che rimane i coloni conducono i loro attacchi, danneggiando le automobili, picchiando le persone, derubandole. Specialmente il sabato, durante lo Shabbat, quando convergono sull’insediamento coloni provenienti dall’area di Hebron. I soldati stanno a guardare. Aprono e chiudono la barriera secondo un principio totalmente arbitrario. Passano e ripassano con i mezzi nelle strade del paese. Alle 7 di sera il paese è sigillato, ma i problemi non sono finiti. Viene il turno dell’esercito, che getta i lacrimogeni sulle case, le perquisisce sottraendo talvolta oggetti di valore, urlando, terrorizzando, arrestando», racconta Marzouq.
Quando un incidente viene segnalato chi può, e chi trova il coraggio, si precipita sul luogo nel tentativo di salvare persone e mezzi dal bastone. Qualsiasi contatto con gli aggressori si traduce in arresto, qualsiasi denuncia alla polizia israeliana in interminabili e inconcludenti attese. Al-Mughayyir, centro di 4.000 abitanti a 30 chilometri da Ramallah, si trova diviso fra la zona B, dove l’Autorità Palestinese ha diritto secondo gli Accordi di Oslo all’esercizio degli affari civili e alla condivisione delle operazioni di sicurezza, e la zona C, dove entrambi sono prerogativa israeliana. «Ormai non c’è più differenza, fanno ciò che vogliono, sempre e ovunque. Se gli uomini della polizia palestinese intervenissero verrebbero arrestati. La strategia è chiara, vogliono spingerci ad abbandonare il villaggio. Ma la nostra determinazione è ancora forte, continueremo a difendere i nostri cari, la nostra vita», spiega Marzouq. Nove famiglie, aiutate dal passaporto americano, hanno lasciato le loro case. Le aziende più importanti si sono trasferite, l’economia agro-pastorale è collassata. Secondo i dati dell’Ocha, l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu, al-Mughayyir è uno dei centri più bersagliati della Cisgiordania. Dal 7 ottobre a oggi 113 persone, 57 delle quali minori, sono state sfollate. Il report del 7 agosto calcola nel 2026 17 casi di aggressione da parte dei coloni. Sono stati 40 nel 2025. Le 11 uccisioni registrate dal 2017 si concentrano negli ultimi tre anni.
Gli ultimi due omicidi risalgono al 21 aprile. Racconta il professor Marzouq: «Erano le 12.15, stavo facendo lezione. Due studenti sono venuti ad avvisarmi che fuori dalla scuola c’erano i coloni, accompagnati dai soldati. Andate via, ho detto loro. Abbiamo discusso. Poi ho sbarrato il cancello, assicurandomi che tutti gli alunni fossero all’interno. Purtroppo alcuni erano usciti da una porta laterale. Mi sono precipitato, ma mentre li spingevo dentro non mi sono reso conto che uno è rimasto fuori. Aws al-Nassan, di 14 anni. Un colono gli ha sparato alla testa da breve distanza. Il sangue era ovunque. L’ho caricato in macchina per portarlo al centro medico più vicino. Forse era già morto durante il trasferimento. Il padre è stato ucciso dai coloni nel 2019. Mentre mi trovavo lì ho ricevuto la chiamata di mio fratello Jihad, che si trovava nel villaggio di Turmus Ayya, distante pochi chilometri. Ha abbandonato il lavoro per correre in soccorso dei figli. Quando è arrivato hanno ucciso anche lui. Aveva 37 anni». Difficile dire da dove provenga la serenità stoica con cui Marzouq affronta quel mattino di tragedia, affogato in un dolore, in una necessità più vasti.
«La macchina dell’esilio israeliana è troppo forte per noi, non ci resta che resistere. Noi diciamo ai ministri, ai rappresentanti della comunità internazionale: venite a vedere. È l’unica cosa che ci è concessa», dice ad Avvenire Abu Naim, padre di Wahid e Jihad, nella sala del “majlis”, il consiglio del villaggio, del quale è vice-presidente. Davanti alle mappe della piccola stanza i consiglieri spiegano la situazione a Ofer Cassif, deputato israeliano del partito comunista Hadash. «Siamo in campagna elettorale, e governo Netanyahu non ha niente da offrire ai cittadini. Per questo cercano di incendiare la Cisgiordania, vogliono una reazione violenta per poter importare qui la guerra, come a Gaza», afferma Cassif. Più tardi Abu Naim conduce Cassif in un punto panoramico dal quale si può apprezzare la “frontiera”: gli insediamenti, la Allon road, e davanti alle prime case di al-Mughayyir lo spazio dove crescevano secolari gli ulivi. In pochi giorni, un anno fa, l’esercito israeliano ne ha sradicato 3.000, facendo della storia una terra desolata pronto a ricevere nuove radici, un nuovo nome.

